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25 aprile


25 aprile 2002

IL MESSAGGIO DEL SINDACO DI BASSANO DEL GRAPPA

57° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

A nome della Città di Bassano del Grappa rivolgo un cordiale saluto alle Autorità civili, religiose e militari, alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma e a quanti hanno accolto l’invito a partecipare alla cerimonia di commemorazione del 75° Anniversario della Liberazione.

Via via che la Resistenza perde nelle nebbie del tempo la vivacità del fatto storico recente queste commemorazioni corrono il rischio di finire nelle aride secche di una vuota retorica o di diventare strumento disincarnato di lotta politica attuale.

Quanta retorica vuota, arida, senz’anima è stata versata negli orecchi e nelle menti di schiere di giovani studenti, obbligati ad essere ipocritamente partecipi di un rito estraneo alla loro vita!

E abbiamo poi il coraggio di meravigliarci perché i giovani disertano le nostre commemorazioni! Tutto ciò che è estraneo al pulsare quotidiano della vita, tutto ciò che odora di muffa e non è proiettato verso il futuro da conquistare, non può cogliere l’attenzione e la passione dei giovani.

Se vogliamo continuare con la nostra retorica a celebrare riti senz’anima, non possiamo pretendere l’interesse e la partecipazione dei giovani. Saremo senza futuro, anime morte.

Noi rifiutiamo questa prospettiva.

Il presente, questo istante nel quale brucia la fiamma della vita, dove trova le energie, le immagini, la ricchezza dei sentimenti con cui costruire il futuro? Nel passato. Dal passato vengono la nostra carne, la nostra intelligenza, il nostro cuore. Non vogliamo e non dobbiamo perdere la memoria. E’ nell’esperienza custodita dalla memoria che ha le sue radici il dialogo.

Don Giussani scrive: “Perché io non posso dialogare con te, se la mia esperienza non è custodita in me, protetta in me come un bambino nel seno della madre, e così cresca in me, man mano che il tempo passa”. Di che cosa, infatti, parleremo tra noi, per non fare vuote chiacchiere, se non della nostra esperienza?

Ma l’esperienza per essere veramente tale deve essere giudicata dall’intelligenza. Abbiamo fatto tutti, con onestà, questo giudizio sul grande fatto storico della Resistenza?

E lo abbiamo trasmesso, con onestà, ai nostri giovani?

La nostra scuola, la nostra società fanno emergere, con onestà, nella coscienza dei nostri giovani, la fondamentale ed elementare griglia del giudizio sui fatti storici? Non è il caso di interrogarci su questi fatti invece di perderci in lamenti inutili? Il passato deve essere capito e giudicato per entrare come forza vitale nella nostra esperienza ed aiutarci a costruire il futuro. Il passato che resta una semplice raccolta di fatti o un passato mitizzato e disancorato dalla realtà è un passato senza forza vitale.

E la Resistenza appare molto lontana, in questo voltar di millennio.

Non è sufficiente riempirci la bocca con la canzone “Bella ciao” per uscire dal passato e proiettarsi nel futuro.

E’ necessario ricostruire i criteri di valore per cui i giovani del ‘43, del ‘44 e del ‘45 scelsero il campo di concentramento invece del collaborazionismo, scelsero di combattere e di morire invece che nascondersi e fuggire.

Se non iniziamo l’opera di ricostruzione della griglia del giudizio nei giovani, con un lavoro paziente, incessante, quotidiano, per tutto il correre ordinario dell’anno, difficilmente sfuggiremo, nel giorno commemorativo, all’ipocrisia.

Il secondo pericolo che si corre in queste cerimonie commemorative del 25 aprile è di trasformarle in strumento disincarnato di lotta politica attuale.

O la Resistenza è patrimonio nazionale, a cui tutti abbiamo diritto di attingere, o non si vede la ragione perché debba essere considerata festa di tutti.

Alla sorgente tutti hanno diritto di attingere, per gli scopi più diversi, anche contraddittori, ma non si deve mai contestare il diritto di attingere.

O la Nazione italiana ha i suoi punti fermi e comuni, o stiamo precipitando in una guerra per bande che tutto distrugge e tutto distruggerà.

Ogni partito politico, ogni movimento sociale può rifarsi allo spirito della Resistenza per sostenere il proprio programma, la propria azione politica, e può contraddire, con la forza della ragione, le ispirazioni e le derivazioni che altri vuol far discendere dalla stessa fonte.

Allora il momento della festa unitaria, nazionale, in cui si richiama l’attenzione di tutti e in particolare dei giovani, speranza della nazione, sulla Resistenza come fatto fondante della Repubblica, non deve essere intaccato con manifestazioni di parte, tese ad escludere qualcuno dalla festa nazionale e, quindi, dalla nazione.

Chi brandisce la Resistenza come clava di parte per colpire un’altra parte, in realtà colpisce i fondamenti della Repubblica e pone i presupposti per una reciproca delegittimazione politica delle parti e per un rinascere della violenza. Giacomo Noventa nel 1947, in un convegno, ebbe a dichiarare:

“Nessun partito deve ricadere oggi in Italia in quello che fu l’errore e il vizio comune del fascismo e dell’antifascismo generico. Nessun partito deve pretendere di essere il partito degli onesti, dei patrioti, degli amici del popolo.

La morale politica è una morale tragica.

Quanto più un partito è ricco di forza morale tanto più un’intima immoralità lo minaccia.

Il primo dovere di ogni uomo politico è quello di combattere i disonesti, gli antipatrioti e i nemici del popolo del proprio partito.

E il primo modo, il modo più efficace di combatterli, è quello di riconoscere gli onesti, i patrioti, gli amici del popolo che esistono necessariamente in tutti i partiti. E’ quello di sentire, al di là di ogni distinzione pur legittima, il profondo legame che lo vincola agli onesti di tutti i partiti”.

Questo diceva Giacomo Noventa nel 1947 e lo faceva invitando gli uomini della Resistenza e della Cultura a farsi gli iniziatori di questa morale politica, se non vogliono dar corpo ai fantasmi del passato.

Anche la sterile polemica sulla lapide posta nel sacello dei Caduti a perenne ricordo dei Caduti per la Patria del decennio 1935 -1945 rivela uno spirito che non si ispira certamente ai valori della Resistenza.

Forse c’è una confusione alla base di questa polemica, la confusione tra un generico antifascismo e la Resistenza.

L’antifascista generico è colui che di fronte al disastro del 25 luglio e dell’8 settembre esclamava: “L’avevo detto io !”, è rivolto al passato, a combattere gli errori del passato e a minacciare, allora e ora, l’ostracismo a mezza Italia.

L’uomo della Resistenza si domandava e si domanda come mai un tale disastro fu possibile, come mai i fascisti ne siano stati capaci e gli antifascisti e gli italiani in genere non siano stati capaci di impedirlo.

La Resistenza chiamò a raccolta tutti gli italiani, anche i fascisti, anche le camicie nere, anche i poliziotti.

Questo oggi dobbiamo fare: non mummificare la Resistenza, ma rinnovarla ogni giorno, chiamando a raccolta ogni giorno chi vuole riparare al disastro che sempre incombe sui popoli disattenti, chi vuole costruire.

Chiamando a raccolta i vivi contro i disfattisti e i roditori, nell’alternanza democratica dei progetti di costruzione sociale.

E onorando i morti, ovunque caduti per la Patria.

Chi può farsi giudice della coscienza dei Caduti in Africa Orientale, in Spagna, in Albania?

In tutte le guerre c’è di tutto. Le analisi ci porterebbero lontano, anche le analisi sul come e sul perché fu combattuta da qualcuno la guerra di Resistenza.

Ma in tutte le guerre in cui, a torto o a ragione, sono messi in gioco l’onore e la missione dell’Italia sono questi valori che trascinano i soldati a farsi ammazzare e per questi valori i soldati caduti meritano il ricordo e l’onore.

Il Presidente della Repubblica, parlando sull’Appennino bolognese il 14 ottobre dell’anno scorso ad una celebrazione della Resistenza, affermò: “Dobbiamo pur dire che l’unità d’Italia era il sentimento che animò molti dei giovani che allora fecero scelte diverse, e le fecero credendo di servire egualmente l’onore della propria patria”.

In questo spirito, con questi sentimenti, abbiamo accettato che venisse posta quella lapide, senza togliere nulla all’onore particolare che spetta ai Caduti per la Resistenza, tutti ricordati in modo speciale e distinto con evidenti segni nella memoria.

Con questo spirito e con questi sentimenti che siamo andati esponendo riconfermiamo che la Resistenza resta uno dei punti di riferimento fondamentali della nostra memoria storica e della nostra azione politica.


Vogliamo tentare oggi di raggiungere la radice di quello spirito unitario che animò la Resistenza, al di là di fratture ideologiche e politiche non indifferenti, sfociate anche in episodi clamorosi.

Non possiamo certamente raggiungere l’unità interpretando la Resistenza come rivoluzione e magari come rivoluzione tradita.

Questa chiave interpretativa è un mito politico, perché non è adeguata alla realtà storica.

La Resistenza combattente, anch’essa variamente motivata, fu una stretta minoranza rispetto alla Resistenza non combattente.

La Resistenza combattente fu resa possibile dal tessuto delle famiglie e delle parrocchie per cui di casa in casa, di stalla in stalla, di canonica in canonica i patrioti trovavano appoggi, viveri, vestiti, informazioni, collegamenti. Non per fare la guerra, non per fare la rivoluzione, ma per far finire la guerra, perché finissero le sofferenze, perché ritornasse la pace.

La pace, la ricerca della pace, il fare la guerra ai fascisti e ai tedeschi perché finisse la guerra, perché i figli ritornassero dal fronte, perché i prigionieri tornassero dai campi di concentramento, perché cessassero i bombardamenti.

La pace: questa era nel cuore degli italiani.

Lo si vede il 25 luglio e l’8 settembre.


Ma il Governo diede risposte sbagliate a questa invocazione e fu tragedia.

Fu la tragedia di un popolo e l’inizio della ricerca affannosa di un’altra strada per raggiungere la pace, la strada della Resistenza.

La pace: attorno a questo valore, a questa sintesi di tutti i valori si fece l’unità del popolo italiano.

La pace fu raggiunta, ma a quale prezzo! Quante torture, quante sofferenze, quanti morti! La nostra pace fu pagata a caro prezzo.

Con animo grato eleviamo perciò la nostra memoria e la nostra preghiera per tutti i Caduti della Resistenza, di quella combattente e di quella non combattente, per tutti coloro che misero a rischio i loro beni e la loro vita per la pace.

L’8 settembre, l’invasione tedesca, la spietata dittatura nazista posero a tutti il problema della libertà.

Fu l’imposizione di una guerra non più tollerabile, forse iniziata con leggerezza sia dal Governo sia dal popolo, ma tragicamente rivelatasi nelle sabbie del deserto e nelle nevi della Russia, a rivelare alle masse popolari, fino allora abbastanza estranee ai problemi della libertà politica, il volto più vero della dittatura.

La pace divenne una scelta di libertà contro l’imposizione della guerra. Pace e libertà divennero una combinazione di valori capace di scardinare qualsiasi base di consenso popolare alla dittatura.

Ma la Resistenza se fu, alla base, un potente ed impetuoso sentimento di pace e di libertà, trovò poi alimento in più complete e razionali aspirazioni alla giustizia, alla solidarietà e al lavoro.


Confluirono nella Resistenza, con la forza dei fiumi perenni, la fede in Dio, gli affetti familiari, l’amor di patria. Chi aveva inventato il motto “Dio, Patria, Famiglia” se lo trovò contro.

E si trovarono uomini disposti a morire per questi sentimenti, per queste idee, per questa fede.

In questi sentimenti, in queste idee, in questa fede ci sembra di riconoscere l’unità della Resistenza, la sua anima profonda.

Di questa esperienza facciamo memoria, più che delle canzoni e delle bandiere. Questo tesoro di sentimenti, di idee, di fede, che nella nostra terra fu prevalentemente il frutto della tradizione veneta, religiosa, contadina, laboriosa, questo tesoro è ancora intatto o è stato dissipato?

Oggi, in un’Europa sempre più integrata, con quale dote entriamo?

I giovani di Bassano del Grappa hanno memoria di quell’esperienza lontana, ma ancora così attuale nel giudizio, che fu la Resistenza?

Ho ritenuto mio dovere porre oggi questi interrogativi, perché sono cosciente della grande responsabilità che è essere Sindaco di una Città che si gloria della Medaglia d’Oro al Valor Militare.


Grazie.


Gianpaolo Bizzotto, sindaco di Bassano del Grappa


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