BOOKMARK - LA FESTA DEL LIBRO

Potenza - dal nostro inviato

27 Maggio - Finalmente la piazza è piena di sole, e fa il giusto caldo che ci si aspetta da una mattina di fine di Maggio. Stamane c'è l'incontro con Sebastiano Vassalli, per parlare di Scrittura, fargli domande, insomma approfittare della sua presenza. Logisticamente, siamo piazzati così: lui è seduto dentro lo stand, all'ombra, sulla soglia, rivolto verso l'esterno; noi siamo seduti davanti a lui, a semicerchio. Ho beccato l'unica sedia più dentro che fuori, con un colpo di mano, e quindi sono all'ombra anche io; il resto dell'uditorio arrostisce al sole.

Si parte con domande sull'ispirazione, sul perché uno scrittore scrive, sui metodi possibili di lavoro. Vassalli dichiara di scrivere storie, non la Storia; che non bisognerebbe mai scrivere del proprio vissuto, né raccontare sé stessi, ma raccontare delle proprie esperienze, che sono il vissuto decantato dal tempo; che non c'è niente di peggio che voler raccontare un'emozione mentre la si sta vivendo; che non bisogna credere a chi dichiara di avere avuto folgoranti ispirazioni e di essersi seduto a scrivere poi per tre giorni e tre notti, senza mangiare, senza bere, senza orinare (testuale) in uno stato di lucida esaltazione e di aver poi partorito un capolavoro, né bisogna credere a chi dice di essersi divertito a scrivere un libro, o un capitolo, perché la scrittura è fatica, e anche dolore e molto spesso perfino noia.

Sono francamente perplessa, e come me molti dei presenti; avevo sempre saputo che bisognerebbe scrivere di quello che si vede, di quello che si conosce bene, o di quello che si ama molto, e in un modo o nell'altro questo finisce con il coincidere con quello che si ha dentro; che la scrittura sarà certamente fatica e dolore, ma non può essere noia, mai. Allora lei che scrive a fare, se si annoia tanto? mi verrebbe da chiedere, ma me lo tengo.

Qualcosa di meno spiazzante viene fuori subito dopo: secondo Vassalli, scrivendo, lo scrittore cerca di arrivare alle proprie "metafore ossessive", alle due o tre idee, o paure, o pulsioni, nascoste in fondo a ciascuno di noi, illetterato o meno non ha importanza, che è poi lo stesso risultato che si può ottenere con una serie di sedute psicoanalitiche.

Un ragazzino di forse 17 anni, palesemente intimidito dal Mito Letterario che ha davanti, e palesemente cotto dal sole che lo arrossa come una mazzancolla, si fa coraggio e con un filo di voce si sforza di chiedere chiarimenti sulla storia dell'ispirazione, ma ne ricava solo un cincischiamento del già detto, e nemmeno troppo garbato.

Si affronta la questione se possa considerarsi valida un'opera il cui linguaggio sia troppo legato al momento, come accade per gli autori che utilizzano in modo esasperato un gergo giovanile, che fatalmente domani nessuno capirà più.

Il Mito che si annoia a scrivere se ne esce con una dichiarazione illuminante: la scrittura non ha limiti, si può scrivere qualunque cosa, con un solo diktat: "purchè funzioni". E ci vuole poco a capire che per il Mito il "funzionare" si misura dal numero di copie vendute, e poi dal successo di critica, e poi in ultimo dalla vincita di un qualche premio, sempre relativo, perché " non è detto che i premi Nobel verranno ancora letti fra vent'anni" mentre ad es. Dino Campana - che scopro appassionare anche la Capitaneria - culturalmente isolato, bistrattato dalla critica mentre era vivo, preso per pazzo, viene ancora abbondantemente letto e venduto.

Un'altra domanda sposta il discorso sull'editoria, poi si passa all'uso del linguaggio; ma ho già da qualche minuto gli interruttori su OFF, perché - lo ammetto - il Mito non mi sta piacendo. Supponente, duro e anche piuttosto scortese. Si rifiuta a più riprese di citare o sentir citati i suoi testi a mò di esempio; quando gliene si domanda espressamente il motivo, dichiara che ha un incontro ufficiale nel pomeriggio (come da programma) e "non ho voglia di ripetere due volte le stesse cose nel giro della stessa giornata".

La strategica posizione all'ombra purtroppo mi incastra e non mi consente di alzarmi ed andarmene, a questa affermazione, come avrei voluto; tra l'altro il sole comincia sul serio a fare i suoi effetti, e le domande sono fatte a voce sempre più fievole e sono sempre più deliranti. L'ultima è di un altro giovanissimo, capelli lunghi e occhialino molto intellettuale di sinistra, che chiede un parere sul non detto in letteratura. Confesso senza pudori che non ho compreso né la domanda né la risposta.

Girellando tra gli stands mi rendo conto che ce n'è perfino uno dedicato all'astrologia, presidiato da un tizio in turbante e palandrana che il cartello indica come "Robynoro - mago e sensitivo". Mi guarda speranzoso, già con i tarocchi in mano, ma gli ho già voltato le spalle e mi dirigo verso l'interno del Teatro Francesco Stabile, che dà sulla piazza. Il programma mi promette un incontro con Lia Levi e altri sulla cultura ebraica.

Il minuscolo Teatro Stabile è una bomboniera di stucchi e velluti rossi decò, un San Carlo formato mignon. Sul palcoscenico, a destra, un salotto di velluto accoglie Lia Levi, Eraldo Affinati e Luciano Tas; a sinistra, la Compagnia Sciarbà, quartetto di musicisti con strumenti un po’ strani, una grosso mandolino, una specie di tamburo sormontato da un piatto, un gigantesco contrabbasso.

Tas ci parla della musica yiddish, "kletzmer" si chiama, delle sue radici, della sua evoluzione, dell'importanza delle commistioni col jazz soprattutto a New York, dopo la Shoah.

Lia Levi ci racconta invece della letteratura cassidica, del senso dell'umorismo ebraico, dell'ironia ma soprattutto dell'auto ironia come strumento di difesa. Cita Woody Allen, il premio Nobel Singel, Saul Ballow, Philip Roth, Josef Kafka.

Eraldo Affinati, più giovane, racconta della sua esperienza di viaggio in treno verso Auschwitz, compiuta nel 1996, come un viaggio nella memoria della sua famiglia, di sua madre, che fece lo stesso viaggio in un vagone piombato nell'Agosto 1944 e a Udine riuscì a fuggire, aiutata da uno sconosciuto. L'esperienza e il diario del viaggio sono diventati un libro, "Campo di sangue", e un messaggio: la memoria non va intesa in senso retorico, come un alibi della coscienza, ma come un momento di responsabilità, verso sé stessi e gli altri.

Fra un relatore e l'altro, brani di musica yiddish, deliziosamente allegra e viva, colorata; un sapore forte di Turchia, Armenia, e un retrogusto sottile di pianure dell'est europeo, di matrimoni Rom, di gente che balla e canta. Fuori, ci aspetta un buffet di piatti ebraici rielaborati, ma il buffet è minuscolo, i pretendenti parecchie decine, così riprendo la via di casa. Robynoro è ancora lì che aspetta qualcuno che voglia farsi leggere il futuro.