TEATRO



Cahin-Caha: il circo, la guerra, il sesso e Dio

Da tre anni girano per il mondo portandosi dietro il loro “circo bastardo”, un'aerea struttura esagonale alta nove metri, larga otto e pesante “solo” tre tonnellate e mezzo. Loro sono gli strepitosi Cahin-Caha, un ensemble nato tre anni fa dall'ibridazione tra artisti circensi francesi e altrettanti danzatori e musicisti americani. Per la prima volta in Italia hanno piantato la loro voliera d'acciaio, legno, liane volanti, passerelle vertiginose e trapezi, sparando negli occhi e nei nervi “Chiencru” o “Raw Dog”.

Jules Beckman, Jess Curtis e Keith Hennessy, ex membri della compagnia Contraband Core di San Francisco e Linet Andrea, Gulko (anche regista) e Eruc Lacomte (uno straordinario uomo-ragno) per oltre un'ora e venti inventano un meticciato – a tratti comico, ma anche inquietante, poetico, tenero e violento, beffardo e crudo – di linguaggi espressivi attorno a temi “leggeri” come la guerra e la morte, l'amore e il sesso e l'esistenza, o quantomeno la ricerca, di Dio. Del resto basta leggere il titolo inglese “raWdoG” alla rovescia: God War.

Ma forse quello che conta non sono tanto e non solo i messaggi lanciati dal cielo oscillante degli atletici clown, la perdita dell'innocenza, la caduta dal paradiso (qui rappresentata da un enorme orsacchiotto di peluche), l'amore come rischio mortale, il potere, l'incomunicabilità e la violenza, ma la sintassi puramente fisica e sonora, fatta di energia allo stato puro e maniacale coordinamento psico-fisico, che gli artisti costruiscono con secchiate di adrenalina e una leggerezza da angeli.

Accompagnati dal vivo da una band che fa rock acido aggredito da unghiate punk, dopo un furioso, millimetrico balletto dei quattro cantoni iniziano con una sequenza che ricorda Stomp, un pezzo di bravura suonato con lattine su un tavolaccio. Da questo momento il delirio acrobatico non si fermerà più, avvolgendo il pubblico in una micidiale trappola visiva ed emotiva. Clown che a nove metri strisciano tra i riflettori a testa in giù, funanbole con zeppe altissime concentrate come vestali al sacrificio, trapezisti che si incrociano su rotte di collisione, l'uomo-ragno che si tuffa in volo radente e senza rete, anzi sfiorando pericolosamente la testa degli spettatori tra brandelli di monologhi sull'amore e sulla ricerca del divino in inglese tradotti in buon italiano dalla cantante che si dondola sul trapezio.

Una cacofonia sonora ed emotiva che aggancia gli spettatori fino al tuffo finale in una sorta di piscina-fonte battesimale sui cui Gulko si esibisce in spericolati equilibrismi immergendo la lunga chioma che agiterà verso il pubblico.

Gli incassi vengono devoluti interamente devoluti al Coopi (Organismo di Cooperazione Internazionale) per supportare “Un naso rosso contro l'indifferenza”, la campagna di aiuti per i Ragazzi di Bucarest per cui il clown francese Miloud si sta battendo da anni.

Giuliana Manganelli – IL SECOLO XIX – 02/06/2001