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Circolo di poesia


LETTERA in VERSI

Domenico Camera






editoriale

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Antologia poetica

Intervista

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INTERVISTA

a cura di Elio Andriuoli

A leggere i tuoi versi, si ha subito l'impressione di trovarsi di fronte ad un poeta che ha respirato l'aria di Liguria. L'asciuttezza e l'essenzialità di Sbarbaro ti sono congeniali, così come ti è familiare la presenza tipicamente montaliana del mare. Ti riconosci nella "Linea ligure", quale fu teorizzata da Giorgio Caproni?

Nella cosiddetta "Linea ligure" dobbiamo riconoscere che un elemento, almeno, persistente leghi in cerchio la produzione di molti poeti liguri del Novecento. Al di là dei motivi ricorrenti e delle più scoperte affinità tra quelli summenzionati (tu hai già ricordato l’asciuttezza e l’essenzialità di Sbarbaro, la presenza del mare in Montale) credo che in tutti ci sia la consapevolezza di un destino fatto "di pietra e acqua di mare", come ebbe a scrivere V.G. Rossi in una lettera del 1970. Resta il coraggio di vivere su questa terra, angusta e difficile (emblema della vita) e di scoprire che la ricerca di una risposta, metafisica o trascendente, è affaticata dalla tragica fissità dello scoglio e dallo stupendo e assurdo fremere del mare. Dentro le maglie di questa "avara accoglienza", che talora si allentano e lasciano liberare un canto pieno, penso di muovermi anch’io.

 

Dei due versanti della poesia del Novecento: quello tendente ad innovare (Futurismo, Ermetismo, Neoavanguardia) e l'altro che invece tende a mantenere più stretti contatti con la tradizione (vedi poeti quali Umberto Saba, Carlo Betocchi, Vincenzo Cardarelli e lo stesso Giorgio Caproni) quale ti sembra sia più vicino alla tua poesia?

Un antico ricordo personale, riaffiorato recentemente, nel mio breve racconto Sestri Ponente: percorsi, inserito nel libro antologico Genova, città narrata (2004) di Silvio Riolfo Marengo e Beppe Manzitti, segnala che i primi libri di poesia da me acquistati, all’età di quindici anni, nelle belle edizioni dello Specchio, furono: Poesie di Vincenzo Cardarelli, Trieste e una donna e Mediterranee di Umberto Saba e Ossi di seppia. Questo episodio del passato svela l’imprinting: quali autori mi sono trovato davanti alla "nascita" e quali ho seguito come maestri. (Cardarelli e Saba, per non casuale coincidenza, anche da te nominati). Il ritorno al mondo classico e alla "poesia onesta", dunque, insieme alla grande lezione di Montale. Ho avvicinato, in seguito, Sbarbaro, che prediligo, in uno con Montale, e, più tardi, Caproni. Infine, ci sono state, nel tempo, ininterrotte, ampie, avide letture ed incursioni nella poesia italiana e straniera. A questo punto mi preme confessare che privilegio decisamente la lettura della poesia rispetto alla prosa. I poeti menzionati sono stati – dopo i classici – i "miei classici".

La conoscenza delle avanguardie, poi, ha di sicuro fornito sostanze vivificanti e consentito innovazioni tecniche e prosodiche dentro la mia poesia, assorbite dopo aver eliminato, attraverso un attento filtro, tutte le scorie.

L’attaccamento alla tradizione poetica, negli aspetti formali e tematici, ha sempre prevalso così come la poca integrazione nell’attività delle scuole e dei gruppi intellettuali. Questi, che sono stati segni distintivi dell’opera di Caproni, ritornano anche nel mio agire letterario.

 

Si nota nei tuoi versi, al di là di ogni occasionale espressione di pessimismo, che pure sussiste, un sano amore per la vita: credi che questa sia una caratteristica che ti distingue da altri poeti tuoi contemporanei?

"… amore della vita / e sentimento di morte / spesso mi scuotono, / forte". Così scrivevo in Autoritratto, nella sezione Autoritratto e dediche di La stessa strada (1974). E tra questi due poli, verso i quali la bussola corre impazzita, oscilla il mio viaggio.

Il mio pessimismo, più fermo di quanto da te rilevato (probabilmente perché stemperato nella poesia), è totale e mai disgiunto da una rabbia incontenibile, trattenuta con sforzo, per il non senso e la vacuità del mondo, e, soprattutto, per la sua spaventosa inenarrabile sempiterna crudeltà. A ben pensare, nulla accetto del reale, neanche il lucente e miracoloso filo di seta.

Nonostante tutto, però, la disperazione, come ha insegnato il Filosofo, lascia il posto alla gaiezza e all’accettazione della vita, pur se irrazionale e un po’ sventata. C’è, in me, come uno scatto giornaliero, che inizia con l’alba: si tratta di continui ritorni, di repliche.

Tu vedi nei miei versi un "sano" amore per la vita. Sano e disperato insieme: l’amore, spesso esclusivo, travolgente e anche divertito che lega l’attore al palcoscenico. Senza dimenticare che, a fine spettacolo, tutto ridiventa nulla. Prima che la platea ritorni deserta, occorre riconoscere, comunque, nel copione valori e messaggi da trasmettere, ostinatamente.

 

Quanta parte ha l'ironia (che sempre nasconde comunque più profonde riflessioni: si vedano La volpe o Cagnetto) nei tuoi versi? E quanta parte vi ha l'amore?

L’ironia ha sempre avuto gran parte nella mia poesia come nella vita. E’ la difesa più naturale e liberatoria contro il "male di vivere" e la "natura matrigna". Avverso la grettezza dell’uomo comune e dell’uomo insigne: insomma, un disprezzo sorridente.

Quanta parte l’amore? Ha avuto ed ha grande importanza ed è stato, sovente, preponderante e prevaricatore su (quasi) tutto. Predominio, però, che non si manifesta appieno nei miei titoli dove la "percentuale" è bassa o modesta rispetto ad altri temi o sentimenti.

In Frecce di carta, il mio terzo libro, ad esempio, le poesie d’amore sono (salvo poche sparse) undici su un totale di trentacinque, raccolte in una sezione (gruppo che, in precedenza, era uscito in blocco su «Resine»), mentre in Cronaca di un passaggio, il mio quinto libro, sono davvero poche e si concentrano in una sola sezione. A parte la quantità ritengo, in ogni caso, che le poesie d’amore abbiano tutte un’importanza decisiva nella mia produzione e alcune siano paradigmatiche.

Il sentimento d’amore è stato sempre trattenuto, circoscritto per una sicura ribellione al romanticismo e a causa di una netta, feroce opposizione al sentimentalismo: una deriva, tra l’altro, sempre percorsa con favore dai poeti mediocri. Rifuggo, poi, dal dolciastro, come dalla peste.

La città vecchia e il ragazzo è tra le tue cose migliori. Come ti è nata questa suite e quanta parte della tua vita racchiude?

Nei primi anni settanta veniva organizzato a Genova, nel periodo estivo, il "Genoa Folk": spettacolo promotore di cultura, ideato per gli ospiti della città. Di anno in anno un manipolo di poeti invitati leggevano i loro versi in pubblico sulla spianata dell’Acquasola. Fui invitato nel 1974. L’anno successivo gli organizzatori lanciarono anche il Premio nazionale di poesia "Guglielmo Embriaco", al quale mi chiesero espressamente di partecipare. Accettai (fu il primo e ultimo concorso al quale abbia mai partecipato). Per l’occasione scrissi La città vecchia e il ragazzo. Poesia richiesta, dunque, quasi su commissione. Ma fu un evento felice. In giuria c’erano nomi eccellenti dell’intelligenza cittadina del tempo quali: Minnie Alzona, Remo Borzini, Cesare Garelli, Mauro Manciotti, Cesare Viazzi. Segretario del premio era Vittorio Sirianni. Risultai secondo dietro Nicola Ghiglione, stimato poeta.

Ho scritto guardando intorno a me e volgendomi indietro; intento a ripensare l’esperienza di vita accumulata e la conoscenza acquisita della città e del popolo che vi abita: riflettendo sulla mia formazione morale e sociale e sulla mia storia.

 

Ritieni che per te si possa parlare di un "correlativo oggettivo" in senso eliotiano? In particolare: ti rispecchi nella natura e trovi in essa una fonte primaria per la tua ispirazione?

E' questa un'impressione che nasce leggendo talune delle tue poesie, quali Ciaè e Il sentiero botanico.

La natura è una fonte primaria per la mia ispirazione. Forse, la fonte primaria. Rivedendo i miei libri osservo che è sempre presente, ospite della mia vita. Ispiratrice, appunto, sorregge la poesia.

Giorgio Bárberi Squarotti, nella prefazione a La stessa strada, il mio secondo libro, affermava che la poesia dedicata al paesaggio non concedeva nulla "al gusto della descrizione e della decorazione". Questo tratto distintivo rimane, anche se il dettato poetico diventa più complesso e lato, l’osservazione si acuisce e lo scorrere delle parole aumenta di portata.

Il rapporto con la natura si rafforza di libro in libro: la poesia si evolve in una attitudine panica e vive di un abbraccio generoso.

Stefania Martini, nella prefazione al mio ultimo libro, sottolinea che "la sintonia con il mondo della natura si fa più profonda" e, poco più avanti, riconosce che "il poeta instaura un rapporto di intrinsechezza confidente ed esclusiva con la natura, interloquendo con se stesso".

 

Tu hai intitolato il tuo penultimo libro Qualche segno.

Quali sono questi segni di cui parli: le apparenze del mondo esterno, le quali di volta in volta ti si rivelano; oppure ciò che va al di là delle apparenze, cioè una Realtà Metafisica; o ancora il risultato del tuo lavoro di poeta, che vorresti lasciare dopo di te, quale testimonianza del tuo passaggio sul mondo?

Il titolo ha una ragione immediata e intende manifestare le tracce che spero di lasciare con il mio lavoro di poeta, ma per converso, anche l’intenzione di registrare i segni o le ferite che il mondo esterno lascia su di noi. Sono altresì tentato (anche se scettico sui risultati), dal desiderio di scoprire qualcosa che, oltre le apparenze, sveli una realtà superiore e nascosta. Si annunzi.

D’altra parte la parola stessa, nella sua essenza, è segno, nel senso che indica, segna delle cose. Le incide. Ecco che, allora, la pregnanza e la forza delle parole unite nei versi, e tra loro in armonia, sono, in ultima analisi, il vero segno che tento di lasciare.

 

Esiste un qualche simbolismo nella tua poesia? Penso a Costruzione, ad esempio.

L’impiego, più o meno sistematico, di simboli è più vivo e producente negli ultimi due libri, mentre, nei primi tre, prevalgono altre figure retoriche e soluzioni letterarie.

Costruzione è un testo esemplare, dove la costruzione di un edificio, nei suoi passaggi operativi – dalla scelta del terreno, al progetto e alla successiva realizzazione – è davvero il simbolo dell’erigere l’edificio della propria vita, con le sue scelte costruttive e gli errori di calcolo. Simbologia vi è anche in La cura della casa, dove la casa stessa è lo spazio, il territorio della politica e rappresenta la cosa pubblica. O in L. Petronius Philetus lictor, dove palazzo Barberini è immagine del mondo in lenta dissoluzione, o, ancora in La cella, dove una cantina umida accoglie la discesa dell’uomo nei fondi oscuri della passione.

E ci sono altri simboli come in Difficile l’amore, dove la fatica d’amore e gli approcci sono figurati, con buona ironia, dalle scoperte e dalle esplorazioni sul territorio e nel mare, mentre in Nella mia storia il viaggiare in auto e il ritorno sono ancora significato del peregrinare dell’esperienza.

 

Ormai i tuoi Foglietti del Bestiario sono giunti al nono anno di vita, con risultati di molto rilievo, sia per i contenuti che per i nomi di coloro che vi hanno collaborato: cosa puoi dirci di questa tua iniziativa? E quanta parte ha nella sua riuscita il tuo amore per gli animali?

Per l’iniziativa, nelle sue ragioni e nel suo complesso, rimando l’attenzione e la curiosità del lettore al capitolo esaustivo I foglietti del bestiario, presente in questo stesso numero di «LETTERA in VERSI».

E’ palese che l’amore per gli animali ha dato origine e vita a questa fortunata serie. Di numero in numero (ad aprile 2004 uscirà il numero 15 che verrà presentato, alla Biblioteca Universitaria di Genova, dal prof. Franco Contorbia) aumentano la soddisfazione mia e il riconoscimento degli altri; e, in più, l’entusiasmo da parte di tutti – poeti e collaboratori, illustratori e lettori – per una pubblicazione che diffonde, in maniera discreta ma molto efficace, la poesia e ci avvicina alle straordinarie favolose creature che popolano, troppo spesso con difficoltà sempre crescenti, la terra.

 

Tu spesso denunci nelle tue poesie i mali del mondo moderno: ti ritieni con ciò un "poeta civilmente impegnato"?

Ritengo di sì e testi come All’uomo comune di questa e di ogni altra città (La stessa strada, 1974), Ci resta (Frecce di carta, 1981), Consigli ai giovani nuotatori (Qualche segno, 1989) e Appunti (Cronaca di un passaggio, 2002) lo testimoniano.

Alcune poesie hanno il valore e la consistenza di veri e propri manifesti. Credo, però, di essere sempre lontano dalla politica del momento e dalle più banali contingenze. Il mio impegno, anche sotterraneo, corre lungo tutta la mia opera.

Un acuto bisogno di libertà, un insopprimibile desiderio di giustizia e una ricerca tesa della verità mi accompagnano e tormentano. L’orrore per le colpe degli uomini e della storia e i peccati della società sono vissuti in me come il peggiore degli incubi notturni.

 

Nella tua più recente raccolta di poesie, Cronaca di un passaggio, il tuo verso pare farsi più elaborato ed il tuo ritmo sembra scandito con maggiore incisività rispetto al passato. Credi che questa svolta formale sia la conseguenza di un mutamento dei contenuti?

In Cronaca di un passaggio assistiamo ad un mutamento dei contenuti e ad un arricchimento dei temi. Motivi e urgenze nuove o maturate hanno influito, di certo sull’incisività del verso e sullo stile, incrementando la complessità della struttura. Ma c’è stata, insieme, un’evoluzione spontanea delle forme e dell’architettura dovuta alla maturazione. E per riferire quanto mi ricordava, ancora recentemente, un critico amico, Paolo Zoboli, che ha presentato Cronaca di un passaggio alla Biblioteca Berio nel 2002, ci sono nel mio ultimo libro molte cose nuove: i componimenti in forma di poemetto; una certa predilezione per il verso lungo, talora ottenuto dalla fusione di metri minori; l’uso delle rime inserite con sapienza, dissimulate nel tessuto compositivo fino ad assistere alla comparsa di rime lontane…

Quali programmi hai per l'avvenire?

Non posso che continuare a vivere e fare poesia.

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