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Circolo di poesia


LETTERA in VERSI

Domenico Camera

editoriale

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Intervista

Antologia critica

ANTOLOGIA CRITICA

" C’è la Liguria nella sua poesia, e un senso religioso della natura e della vita umana. E’ poesia asciutta e liscia; si legge come si guarda la nostra terra, fatta di pietra e acqua di mare.

Vittorio G. Rossi (Lettera, 26 Maggio 1970)

"Camera è un poeta sensibile, di una sensibilità intima e tattile ad un tempo. La poesia gli nasce intorno. Gli basta una immagine, un ricordo, una sillaba di vita. Ed è come se queste cose le toccasse. Attraverso quel contatto di un istante, già sono sue, sono in lui, non più immagine, non più memoria, non più scaglia di vita, ma poesia. Un’assimilazione resa possibile da una costante disponibilità di Camera alle sensazioni (e, naturalmente, ai sentimenti), talché la ispirazione, in lui e per lui, è già effetto (e non causa) di una carica poetica che, ad un determinato momento, diviene esuberante ed incontenibile. Camera, allora, se ne libera con la medesima naturalezza mediante la quale è riuscito ad accumularla.

Remo A. Borzini (Il Lavoro, 13 Settembre 1970)

 

Ho trovato un equilibrio giusto tra elegia, impegno e disincantato sguardo sulle cose e gli uomini.

Sceglierei, sul versante del rimpianto, della memoria (e al tempo stesso della meditazione sulla nostra storia) Caprazoppa che è un’insolita poesia ligure: dove c’è la disperazione di un paesaggio stravolto e lacerato. Un emblema tragico, che non dimenticherò facilmente.

Domenico Astengo (Lettera, 27 Febbraio 1974)

 

Credo che Lei tocchi, per così dire, due corde: l’una descrittiva ma non elegiaca o patetica, l’altra (ed è la più densa di risultati) epigrammatica. In entrambe le direzioni si sente la medesima mano, sicura e ferma nella pronuncia e nel taglio compositivo. Anzi, questa capacità di recidere l’immagine, prima che si esaurisca, mi pare la sua dote più notevole.

Marziano Guglielminetti (Lettera, 17 Marzo 1974)

 

Grazie della sua raccolta di versi, che ho apprezzato per la nitidezza e l’onestà dei risultati da Lei raggiunti.

Andrea Zanzotto (Lettera, 15 Maggio 1974)

 

La epigrammaticità di Camera si esprime, nella nuova raccolta, come un modo secco e asciutto di vedere non soltanto i luoghi e le cose, ma anche la stessa posizione dell’uomo asciuttamente e seccamente sollecitato a reagire a tutto ciò che lo condiziona in senso negativo. Da ricordare, a questo proposito, la composizione intitolata "All’uomo comune di questa e di ogni altra città" dove mi sembra che la voce del poeta, stimolata da una alto impegno morale e civile, si esprima con una perentorietà davvero convincente.

Dario G. Martini (Genova - Rivista del Comune; Aprile /Maggio 1974)

 

La poesia di Domenico Camera ha una struttura essenzialmente epigrammatica: l’osservazione puntuale, acuminata, che si appunta alla considerazione, al giudizio, alla moralità. Anche i dati di un paesaggio ligure di mare e vicoli e piazze di città si risolvono nella sinteticità estrema dell’epigramma: pochi tocchi rapidi, essenziali, un’ambientazione per scorci netti e decisi, e subito dopo la sentenza, che raccoglie il senso dell’osservazione. Luoghi, occasioni del tempo, momenti cittadini, esperienze sono fissati con la felicità secca, breve, immediata dell’appunto essenziale, che nulla concede al gusto della descrizione o della decorazione (così comunemente unito con la definizione del paesaggio). Il fatto è che, anche in questo ambito, ciò che conta, per Camera, è il raccogliere subito, senza indugio né infingimento, il significato del dato: non più, appunto, allora che il punto di partenza, l’avvio del discorso poetico, ma avvertendo che si tratta di un’occasione colta sempre con estrema energia, e incisa con forza, con nettezza, con dolorosa intensità.

Giorgio Bàrberi Squarotti, prefazione a "La stessa strada" (‘74)

 

 

Da tempo seguivamo il Camera – quale poeta e quale critico d’arte – sulle già ricordate riviste Resine e Diogene e su altre ancora. E, di prova in prova e di giorno in giorno, ci siamo avveduti che il giovane Camera stava davvero "facendosi le ossa", portando a maturazione un certo suo modo di sentire e un certo suo modo di giudicare che, già inizialmente, avevano sollecitato la nostra attenzione e una tal quale nostra predilezione.

Gherardo del Colle (L’Osservatore Romano, 18 agosto ’75)

 

 

Al caro giovane poeta Domenico Camera, che con la sua voce continua con fedeltà la nostra ligure poesia, dedico questo mio sofferto libro di versi.

Nicola Ghiglione, Genova 2 Ottobre ’78

N. Ghiglione (dedica su "Onomastico speciale"– Lacaita editore, 1978)

 

 

Notevoli, per severità e vitalità, le poesie delle due brevi ma intense sezioni Animalia e Un mare inquieto; ricca di realismo, scabra, secca, piena di una amarezza che lascia tangibili segni nell’anima la poesia Ci resta posta a chiusura del volume.

…..un libro , in definitiva, che si pone con pieno merito tra le voci più interessanti di quella linea ligure che ha dato e continua a dare poeti di pregio.

Salvatore Arcidiacono (Gazzetta del Sud, 21 giugno ’81)

 

 

Camera dice di più quando dice con poco, appare più ricco quando si presenta spoglio, e richiama per certi aspetti la voce breve ma suscitatrice di echi di un Penna. Sono i quadri, quasi privi di cornice, a convincere, non solo della non occasionalità, ma della necessità della sua poesia, anche perché qui senti che egli scrive con la cadenza naturale del suo passo per le vie della vita. E a questo proposito, non è da trascurare il suggerimento del prefatore, Giuseppe Marchetti, che parla di esistenzialismo ed accosta la poesia di Camera alla matrice di Sbarbaro.

Luigi Fenga ("La cadenza di Camera" in Resine, luglio-settembre ’81)

 

 

Il suo esistenzialismo non è presenzialismo, non è ritmo di ufficialità e di mode, ma evidenzia questo duro confrontarsi senza remissione dei peccati. Del resto, ogni confronto, sembra dire il poeta, non porta che all’appesantimento del fardello. Ed ecco, allora, che nella linea ligure di Camera, l’evocazione drammatica della nostra condizione umana prende la sua cifra determinante e cresce sopra una matrice ben individuabile: è la matrice che proviene da Sbarbaro attraverso la disperata serenità di Barile, là dove lo stoicismo del momento è il solo vero scampo che si apre davanti alla volontà di fuga del poeta.

Giuseppe Marchetti, prefazione a "Frecce di carta" (’81)

 

In alcune delle sue poesie più significative Camera narra delle sue peregrinazioni nei vicoli e nelle strade della sua città, ne ripercorre l’intricata geometria e s’immerge nella loro storia, da cui nascono antiche visioni " …. ho navigato su lastre di ardesia, / tra il dislivello dei sassi, / scoprendo quartieri che hanno l’aria / di lutto insieme al canto di festa" (La città vecchia e il ragazzo, da Frecce di carta).

L’avventura dei secoli allora l’investe: ma più lo turba e lo rende pensoso la piccola vicenda umana di coloro che vivono tra quelle mura, bruciando senza speranza il loro breve tempo terreno.

E’, questo della città, un tema caro alla poesia di Sbarbaro, dal quale Camera sa trarre fecondi spunti per la sua ispirazione e che è in qualche modo la riprova, unità all’essenzialità del linguaggio, della sua ligusticità.

Elio Andriuoli (Venticinque poeti – ricerche sulla poesia del Novecento in Liguria – Liguria, Edizione Sabatelli ’87)

Del suo lavoro poetico ammiro soprattutto la limpidezza del dettato, l’essenzialità, l’asciutta cadenza espressiva, tanto più pregevoli in quanto ci si muove in una tematica esistenziale che potrebbe facilmente dar luogo a sbavature sentimentali….

Naturalmente la sua è una poesia tutt’altro che funerea perché il senso incombente del tempo e della morte si risolve spesso nella valorizzazione degli attimi "vivi", dei gesti e dei minuti eventi del quotidiano esistere.

Elio Gioanola (Lettera, 24 ottobre ’89)

 

 

La sua "grazia" compositiva è come cristallo terso e liquido, e possiede un solo segno : la poesia come valore ("La vita è passata in te / col ritmo arcaico e nuovo della poesia").

Camera appartiene al circolo neo-classicista di "Resine" , piuttosto che ad un ambiente ligure, neo-montaliano.

Certo, Genova, è tema sempre presente, ma sempre risolto in un petrarchismo (giustapposizione di opposti) in chiave gnomica e oraziana: "Genova città pronta / a tutti gli equipaggi. / Città aperta e ostile. / Città lenta ed impazzita, / profonda di ferite, / tra vecchie case marcite / senza spazio e orizzonte".

E anche quando risponde (idealmente) a Giorgio Caproni ("Genova, bella come una fidanzata") non si scioglie, per eccesso gnomico, come nei versi del maestro.

Perché l’universo di Camera si riduce spesso alla riflessione ("Ho imparato anche l’attesa"; "Il vecchio cimitero finisce / premuto intorno dalla vita"; "Ci sono tutte le età e tutta la vita"; "In me si fa strada, da i vecchi miti ad oggi, / una coscienza millenaria"; "o può essere un uomo per gli uomini perduto"; "Meglio le gambe storte ma il cuore / libero nel petto"; "Non mi vedrete / villeggianti, seduto ai vostri tavoli, / allegro tra boccali, a soddisfare / questa orrenda sete"; "(Non so più da che parte stia la storia)"; "Noi qui, venuti dopo, rimasti, / nel dislivello della terra …").

La riflessione o di una concezione sacerdotale della poesia.

Una poesia che si sostanzia con grossi riferimenti: da Ungaretti ("nulla è più lontano dell’allegria") a Corazzini ("Anche tu stampi angeli di terracotta"), a Rilke ("quasi non so varcare la soglia / che per me rimane / della casa morta"), ancora a Ungaretti ("Le regioni"), a Bertolucci ("La città vecchia e il ragazzo"), a Caproni ("Nel dislivello della terra"), a Kavafis ("Giorgio e il drago"), a Carducci ("L:Petronius Philetus Lictor"); perché Camera è sacerdote e conservatore di classici.

Ma, il cristallino Camera cosa ci dice tra endecasillabi mimetizzati e enjambements alla maniera di Petrarca?

Qualche profondità sublime: "perché il mare ha poche parole / e vuole la nudità"; "L’estate a quest’ora / è condizione del cuore"; "Ci sono molte donne in Via Gramsci / strada come il mare agitato"; "Scaracolla il treno su gli stessi binari"…..

Camera è un po’ Leopardi reduplicato: ti può dare scenette ("Necropoli") ed anche racconti in versi, alla maniera di Bertolucci ("La città vecchia e il ragazzo"), ma il suo nitore non è freddo, da sacerdote che non gioca se stesso, anche se con gusto eccessivo per l’analogia ("come …") : la sua "solarità" è spigolosa ("Caprazoppa") e "fragile" ("Consuntivo") e sempre asciutta ("Le regioni"), kafkiana ("Piazza Colombo"), problematica ("Al gioco e al pianto"), incerta ("Contrario"): una estetica del "dislivello" ("Nel dislivello della terra").

Con la consapevolezza, tra Dante e Vittorio Sereni, che "tutto si disfa / lentamente ".

E che la poesia, per lui, non è aristocratico disdegno.

Un modo di conoscere.

Problematico.

Tommaso Albarani (OTTO-NOVECENTO, Nov./Dic. 1989)

 

La chiarezza lineare della sua frase e le figurazioni nitide rendono godibile in toto il suo dettato poetico. Il procedere della scrittura non ammette ellissi e oscurità: il poeta accoglie nel suo canto con umiltà e riconoscenza i segni di bellezza e di vitalità del paesaggio, mentre si ferma con sguardo dolente e penetranti riflessioni al negativo sui comportamenti dell’uomo e sugli avvenimenti che hanno prodotto la storia della sua civiltà. Le fonti da cui attinge l’ispirazione sono la verità espressiva dell’ambiente (ligure e marino) e i fatti rinvenuti nella storia, vista come un immenso tappeto sul quale si è stampata a caratteri sanguigni l’umana violenza non più riparabile. La lettura lirica del territorio ligure, entrata in presa diretta in questa poesia, ricorda le profonde tracce di cui sono segnate le stagioni di grandi poeti: Sbarbaro, Montale, Caproni.

Vincenzo Rossi (Abruzzo oggi, Febbraio ’90)

 

Si presentano in modi più lievi, ironici e ammiccanti i versi di Domenico Camera (1940) che, in Qualche segno (1989), offre la misura di una poesia nella quale echi di letture, di paesaggi, di ricordi disegnano un mondo interiore teso a cogliere nella quotidianità i segni del nostro tempo per trascriverli con essenzialità e senza forzature letterarie.

Francesco De Nicola (Hellas, Ottobre ‘90)

 

Ma, oltre ad essere portatrice di una moderna sensibilità, la poesia del Camera appare anche inserita in un contesto: quello del filone della poesia fiorita in Liguria da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi a Sbarbaro e a Montale, che presenta alcune caratteristiche peculiari, consistenti in una forte esigenza di essenzialità e nell’avversione per l’enfasi, oltre che in un risentito senso morale, tipico di questa Terra.

Troviamo infatti tra le poesie del Camera, schiette nella loro asciuttezza e autenticità, alcune ascendenze tipicamente montaliane, come quelle relative alla presenza del mare, che richiamano alla mente la suite "Mediterraneo" di Ossi di seppia , così come vi troviamo l’uso del frammento lirico, che fu proprio del Ceccardo e quel girovagare assorto per le vie cittadine, che è tipico di Sbarbaro: tutti elementi che però acquistano in Camera, come sempre accade ad ogni vero poeta, un significato personale ed irripetibile …….

La verità è che Camera trova, come molti poeti del Novecento, da Eliot a Montale, nel paesaggio esterno il "correlato oggettivo" del proprio mondo interiore, popolato oltre che da serene visioni, anche da oscuri fantasmi.

Elio Andriuoli ("L’itinerario poetico di Domenico Camera" conferenza presso il Palazzo della Cultura e della Memoria, Città di Lavagna, 7 Nov. 2001)

 

Alieno dalla politichè técne, dagli infingimenti raffinati dell’arte politica, ma coinvolto a fondo dall’epistéme politiché, ossia dalla cognizione di ciò che dovrebbe essere un equilibrato, riposato vivere civile tra gli uomini di ogni ideologia e di ogni nazione e tra gli uomini e il cosmo, Camera esprime il suo impegno sociale soprattutto nella dimensione etica della saggezza; valore che egli riscopre in grandi o perfino in piccole cose, poiché sa apprendere con umiltà leggi di morale comportamento anche dal semplice esempio degli animali; valore in cui coordina l’amor vitae, l’ "energia di vivere", pur se incalzata da un ritornante "sentimento di morte" – "dominante sempre attiva", quest’ultima, in un fine giudizio inedito di Elio Gioanola - a una privilegiata religione della natura. Religione nei termini di sopravvivenza della natura, o, potremmo precisare, religione nei termini di sacerdozio della e per la natura. Ma è una natura sempre più violata dalla nostra storditezza e in pericoloso disorientamento: "Dilaga una forza della natura/senza più conoscere gli argini/né le preghiere dell’uomo", canta in Memorie. Questa l’unica, non metafisica, ma per così dire "ecologica", sua religione.

Stefania Martini (II giornata internazionale della poesia "I testi e la politica", 22 Nov. 2001 – presso la facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università degli studi di Genova)

 

Nelle tre sezioni di Cronaca di un passaggio, Animalia, Archivio e Viaggio in Italia, lo spiraglio lasciato socchiuso a una vena più segreta in Consuntivo, è come spalancato da una folata di vento; non solo: Camera si riappropria della magnifica ottica della fanciullezza e il flusso sommerso dei ricordi ancorati sul fondo risale alla luce. Il dettato, sempre schietto e sobrio, sebbene impreziosito talora da costrutti classici, si apre con frequenza a più dilatati quanto attizzanti dialoghi. Il poeta scruta e sfida. «La mia umanità in un solo atto / non si chiude», aveva già avvertito in All'uomo comune di questa e di ogni altra città (in La stessa strada). […] Tutti i poeti ci hanno cantato il loro io; ma pochi - soprattutto in epoca recente - coloro che ce lo hanno partecipato mediante l'ausilio dell'istinto e del comportamento animali, mortificando, in un certo qual senso, il proprio personalismo egocentrico. La prima sezione di Cronaca di un passaggio, Animalia, è la più gentile e sotto alcuni aspetti geniale rivelazione di questa quinta fioritura cameriana.

Stefania Martini (Introduzione a Cronaca di un passaggio, maggio 2002)

 

….la sezione dedicata agli animali che mi è sembrata la più nuova, quasi "sabiana", nell’abbracciare tutte le creature sotto il segno dell’amore e del dolore. E poi il paesaggio (interiore, soprattutto) che implica continue sotterranee risonanze, richiami non provvisori. Mi è piaciuto anche il linguaggio netto e aperto alla comunicazione.

Domenico Astengo (Lettera, 25 giugno 2002)

 

 

Subito ho incominciato a leggerlo con emozione e con ammirazione e mi imbatto in Ritratti a matita come la rivelazione straordinaria di verità e bellezza.

Giorgio Bàrberi Squarotti (Lettera, 15 luglio 2002)

 

..una lettura che mi ha dato molto, soprattutto in un tempo come il nostro in cui la poesia onesta sembra latitare.

E’ l’insieme che prende, è la struttura compatta della raccolta che suggerisce al lettore la mano ferma del poeta.

E poi dall’insieme ecco venir fuori testi esemplari come La guida (è solo un esempio), in cui l’incipit apre l’anima a una dimensione spazio-temporale vertiginosa.

Rodolfo di Biasio (Lettera, 31 agosto 2002)

 

… mi hanno colpito, nella sua raccolta, la dimensione naturalistico-antropologica e quella ritrattistico-funeraria: con il loro linguaggio intenso, nitido, inventivo.

Giuseppe Pontiggia (Lettera, 25 novembre 2002)

 

La sezione che apre l’ultima raccolta di Domenico Camera, Cronaca di un passaggio, si presenta fin dal titolo Animalia come continuazione o ampliamento di quei "Foglietti del bestiario" di cui Camera è stato animatore a partire dal 1995, giunti ormai al numero XI: un semplice foglio piegato in quattro, con quattro poesie o prosette poetiche dedicate a un singolo animale e accompagnate da un piccolo ma pertinente e spesso delizioso corredo iconografico……..

……Qui si trova anche la poesia eponima, Cronaca di un passaggio appunto: in un’atmosfera sospesa, che si direbbe leopardiana ("In una giornata dolce e quieta e senza vento"), la svelta figura di un cavallino nero, quasi surreale, attraversa il centro storico di Genova per incidersi poi indelebilmente nel ricordo.

……… il verso di Camera è prevalentemente lungo, spesso prosastico, ma appunto con improvvisi bagliori rimici, e la rima si presenta frequentemente in sede di explicit, magari relata a grande distanza o addirittura con il primo verso, dando così al componimento un suggello quasi epigrammatico. Il verso lungo, impastato di lessico quotidiano con qualche rara e lieve inflessione aulica, si presta bene a una disposizione riflessiva, in cui il poeta non abdica all’uso della ragione giudicante, e consente fino in fondo l’esplorazione del male di vivere, ma si offre anche, armonizzato dal rintocco musicale della rima, alla serena per quanto momentanea oasi degli affetti, alla dissetante purezza dell’innocenza animale.

Davide Puccini (Nuovo Contrappunto, ott./dic. 2002)

 

Animalia, la prima sezione, pare alla prefatrice "la più gentile e sotto alcuni aspetti geniale rivelazione di questa quinta fioritura cameriana": in essa, tra l’altro, confluisce quasi interamente la partecipazione dell’autore ai preziosi "foglietti del bestiario" da lui stesso promossi e curati con un occhio ai "libretti di Mal’aria" di Arrigo Bugiani. Notevole è, in particolare, l’epifania di un cavallino nel centro storico genovese registrata nel testo eponimo di volume: forse metafora della poesia e delle sue intermittenti apparizioni, nella cornice di una Genova "irreale" come le città della Waste Land eliotiana.

Paolo Zoboli (Resine, gen./marzo 2003)



RECENSIONI

I FOGLIETTI DEL BESTIARIO

      Negli anni dal ’62 al ’64 collaboravo, con articoli di critica d’arte, ad una rivistina genovese trattando, di numero in numero, buoni pittori, quali Fieschi , Cenni, Zandrino e Tampieri. Proprio quest’ultimo, quando gli consegnai alcune copie fresche di stampa con il pezzo a lui dedicato, mi suggerì di inviare un esemplare ad Arrigo Bugiani, perché era uscito nel passato recente anche un libretto di Mal’aria con testo ed illustrazioni di Tampieri stesso. Era la prima volta che sentivo parlare di Bugiani e dei suoi libretti.

In risposta all’invio della rivista ricevetti un messaggio cordiale, vergato su uno dei fogli di Mal’aria.

Successivamente andai a trovarlo (a Sampierdarena, dove abitava) e fu un incontro con un uomo modesto e insieme straordinario. Tra l’altro, per mostrare il piacere della conoscenza, mi volle regalare la serie intera dei libretti fino ad allora stampati, così che tornai a casa con i numeri dall’1 al 50, che ancora conservo. Grazie all’attività fervida, costante, prodigiosa di Bugiani e alla sua lunghissima vita ( morirà, infatti, centenario) i libretti continuarono ad uscire fino al numero 520.

Veniamo ora ai miei libretti, che chiamerò "foglietti del bestiario". Nel 1995 (33 anni dopo) ebbi l’idea di rivisitare quel tipo di pubblicazione e di stampare questi minuscoli fogli. Sono fogli piegati in quattro a formare un libretto con tanto di copertina, quarta di copertina, un interno di due paginette e un secondo interno, con quattro paginette utilizzabili.

Sono libretti minuscoli, supertascabili che hanno una singolarità: di essere "devoti" alla poesia "devota" agli animali e al mondo animale; di essere, in definitiva, rivolti alla natura, all’ambiente, oltre che alla poesia.

Fino ad oggi hanno collaborato, in ordine di entrata, Aurelio Valesi, Guido Zavanone, Elio Andriuoli, Bruno Rombi, Liliana Cusin, Italo Rossi, Luigi Cornetto, Giorgio Gazzolo, Giorgio Devoto, Luigi Tenco, Silvano De Marchi, Raffaello Brignetti, Davide Puccini, Giorgio Bàrberi Squarotti, Maurizio Cucchi, Franco Loi, Adonis, Rodolfo Di Biasio, Mario Luzi, Giovanni Raboni, Wislawa Szymborska, Giuseppe Conte, Maria Luisa Spaziani, Giuseppe Cassinelli, Roberto Mussapi, Camilla Salvago Raggi, Anna Ventura. Dal numero 1 fino al numero 10, mi sono avvalso dell’aiuto e della collaborazione costante di Manrico Murzi che ha pubblicato (fino al n. 10 appunto) anche suoi testi.

Per le illustrazioni mi rivolgo, anche avvalendomi della conoscenza dell’ambiente artistico genovese/ligure e della frequenza ormai quarantennale, ad autori qualificati. Fino ad ora sono apparsi (in ordine di entrata) Luigi Maria Rigon, Bruno Liberti, Ivy Pelish, Sergio Bersi, Pier Canosa, Giovanni Grasso, Paola Ginepri, Silvia Ruffini, Giuseppi Trielli, Giannetto Fieschi, Alessandra Varbella, Luigi Grande, Luigi Maria Rigon, Mario Chianese, che hanno fornito disegni sempre molto belli ed aderenti ai soggetti trattati; disegni spesso intriganti e memorabili.

Notizie aggiornate fino al di dicembre 2003.

Sono usciti, infatti, sino a questa data, numero quattordici foglietti: GATTI (’95), UCCELLI e PESCI (‘96), CANI e CAVALLI (’97), DELFINI e FARFALLE (’98), TARTARUGHE (’99), CAMALEONTI e ".. E ZAMPE COME MANI" (2000), API e LUPI (2002), RAPACI NOTTURNI e LUCERTOLE (2003).

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