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Péter Esterházy

Buon vecchio Esterházy

A Donald Rumsfeld, che usa con sufficienza l'espressione “Vecchia Europa”, bisognerebbe che qualcuno regalasse il nuovo e colossale romanzo di Péter Esterházy, Harmonia Caelestis, appena uscito per Feltrinelli nella traduzione italiana a quattro mani di Giorgio Pressburger e Antonio Sciacovelli (pagg. 716, € 22). Il cinquantatreenne scrittore ungherese racconta semplicemente la vicenda della sua famiglia. Ma, siccome gli Esterházy sono una stirpe che ha un millennio di storia maturata nel cuore magiaro del Continente, che s'è ornata di ogni genere di carica ecclesiastica e politica e che, al momento di esserne spogliata da parte del comunismo, possedeva in terreni, palazzi, castelli e feudi mezza Ungheria, nelle sue settecentosei pagine Harmonia Caelestis racconta davvero cosa significa questa espressione: “Vecchia Europa”. Designa un continente la cui storia – e questo Esterházy lo dipinge nel modo più beffardo – non è estranea ad alcuna guerra, violenza, trucco, imbroglio, ladrocinio. E che intanto – e questo lo scrittore lo racconta con ammirazione malinconica – inventava arte e bellezza.

In Harmonia Caelestis sono gli avi maschi che si prodigano nella prima attività: avi chiamati nel libro tutti “il mio buon padre”, da Benedetto, il capostipite del quindicesimo secolo che il discendente scrittore Péter accredita davvero come tale (mentre attribuisce i precedenti capostipiti alla leggenda), al suo genitore vero. Sono invece le ave a custodire i frutti della seconda attività: è guardando i raffinati portaritratti, la carta da lettere, i sigilli sul tavolo della nonna che il piccolo Péter, venuto al mondo nell'Ungheria comunista, scopre che “prima c'era un altro mondo”. Un mondo dove gli Esterházy erano Tutto, mentre ora ora non sono Nulla. Da infinito a zero: Péter Esterhazy? È stato matematico prima di diventare romanziere e drammaturgo. E, come racconta nelle belle pagine della Patria sta in alto, racconto compreso nella raccolta Dall'est uscita nel '90 per e/o, fratello di un campione del calcio ungherese, Marton, è stato lui stesso calciatore: “Qualcuno, all'epoca, diceva che ero io il più bravo” scherza ora, “ma non è vero”. Harmonia Caelestis è un romanzo che contribuisce all'uscita della narrativa ungherese del cono d'ombra cui era relegata, salvo sporadicissime eccezioni, dagli anni Quarante. Una riemersione siglata dal Nobel ricevuto nel 2002 da Imre Kertész: buon amico di Esterházy, come questi stesso racconta, e come testimoniavano i brindisi con cui lo vedemmo festeggiare l'anno scorso alla Fiera di Francoforte il premiato, rimasto a Budapest.

Il suo romanzo scende per i rami di una genealogia tutta maschile. E' di avo maschio in avo maschio che lei narra la storia di famiglia: nell'Ungheria degli Arpad, poi di re Mattia Corvino e degli Asburgo, nell'Ungheria repubblica sovietica nel 1919, ritornata monarchica e diventata filonazista negli anni Venti e Trenta, repubblica popolare del '49 fino al crollo dell'impero sovietico. Perché ha scritto questa saga in modo patrilineare?

Non è così del tutto. La verità è che il libro si concentra sulla figura paterna ed è perciò che di tutti i miei avi parlo come di un “buon padre”. Me c'è sempre, nel romanzo, una voce sottotono che riconduce a mia madre. Io volevo scrivere un romanzo storico, ma anche una saga familiare. Dopo aver fatto le ricerche necessarie e dopo aver preso nota che nel 1700 il mio bis-bisnonno si era comportato in modo sfrontato e coraggioso nei confronti del suo principe, mi sono reso conto che non mi interessava raccontare questo tipo di gesta. Il mio avo Nikolaus Esterházy, è scritto nei documenti, era “partito al galoppo in una pianura bellissima”, ma questo genere di storia non mi avvinceva. La frase, invece, mi sono accorto, acquistava un senso per me se quel Nikolaus Esterházy diventava “mio padre”: “il mio buon padre era partito al galoppo in una pianura bellissima”. Lì ho capito che dovevo rielaborare la saga di una famiglia intorno alla figura del Padre. E questo ha prodotto un effetto, dentro di me, straordinario: la Storia ha acquistato una valenza mia, personale.

Nel romanzo lei, si capisce, è il figlio primogenito dell'ultimo dei “buoni padri”. Il genitore che il comunismo ha costretto a trasformarsi da aristocratico in operaio di una fabbrica di fibbie di plastica e in parquettista e che depreca la levità e l'ironia con cui questo figlio guarda alla leggenda di famiglia. Nella vita vera la sua storia familiare per lei ha costituito una ricchezza o un peso di cui liberarsi?

Venire da una famiglia che ha una storia arricchisce. Sarebbe un peso se la mia famiglia avesse ancora quel potere e quella forza. Ma non li possiede più. Se fossimo ancora gli Esterházy che siamo stati per secoli, cì che sarebbe complicato. Sarei anch'io un aristocratico potente, e questo mi porrebbe un problema: non potrei occuparmi di parole. Dovrei scegliere, o occuparmi del ruolo e delle proprietà, o delle parole.

Ci aveva già pensato Hans Magnus Enzensberger a raccontare, a modo suo, la storia degli Esterházy, in un libro per bambini che narra di un coniglio di famiglia principesca che porta proprio questo nome. Che effetto le ha fatto essere trasformato in buffo eroe da fiaba?

L'ho tradotto in ungherese, quel libro. La traduzione non è corretta, ma la considero buona. Enzensberger ha giocato sull'assonanza tra il coniglio Esterházy e l' “osterhase”, il coniglio pasquale della tradizione tedesca. Mi sono arrabbiato moltissimo, per essere apparentato a un coniglio...

Il suo nuovo romanzo, “Edizione corretta”, uscito in Ungheria e Germania e di prossima pubblicazione in Italia, svela quanto le è successo mentre raccoglieva il materiale per “Harmonia Caelestis”: lei ha scoperto che suo padre, il suo “buon padre”, che manifestava tanto disprezzo per gli spioni che intercettavano le telefonate nella repubblica popolare d'Ungheria, era al servizio del Kgb. Come l'ha scoperto e con quali sentimenti?

E' quello che spiego, appunto, nel libro, che non è un romanzo. E' un libro di storia. Mio padre, ho scoperto, era al servizio dei servizi segreti russo-ungheresi. Io ho voluto mostrare come la vita nei paesi dell'Est potesse diventare violenta e aggressiva, indipendentemente dagli eventi. Una dittatura fa alla gente un male molto maggiore di quanto si possa pensare. Il peso del passato, quanto questo peso sia stato immenso, noi lo veniamo capendo e assorbendo ora, molto lentamente.

Lei è considerato uno scrittore “sperimentale”, per ciò che questo termine significa: ha fatto ampio ricorso, per esempio, al pastiche, cucendo nei suoi testi citazioni da scritti di altri autori. Qualcuno ha giudicato, negli anni Ottanta, che questa forma fosse anche un suo modo criptico di comunicare col lettore, nato sotto un regime illiberale. La fine del comunismo le ha regalato libertà nuova, nella scrittura?

Si è liberi per definizione, oggi. Non vuol dire che siamo più liberi. E' per definizione che siamo tali. Ed essere liberi non vuol dire essere felici. Gli abitanti dell'Est Europa dopo il crollo del comunismo hanno incontrato la delusione: si aspettavano la felicità e non l'hanno raggiunta. In una dittatura per definizione non si può vivere, si può solo sopravvivere, si campa così, come capita. Ma in una democrazia la vita può essere buona, media, sotto la media, pessima.

Una curiosità, ancora, su “Harmonia Caelestis”. Riguarda alcuni singolari segni grafici. Il libro è diviso in due parti: la storia millenaria della famiglia, poi il tempo che alberga lei, il Novecento nel quale nascono il suo vero “buon padre” e sua madre e nel quale i due mettono al mondo e allevare voi figli. La prima parte è disseminata di vistosi capolettera e punti grossi come coriandoli. Perché?

La prima parte del libro ha come suo proprio titolo Frasi numerate: si tratta appunto di frasi brevi o lunghe, ciascuna col suo numero progressivo. Non si tratta di frasi in senso grammaticale, sono tali perché ognuna condensa un pezzo di storia. Il capolettera e il grosso punto servono a indicarne l'inizio e la fine.

Alla vigilia della guerra in Iraq il Segretario alla Difesa americano Rumsfeld, ha usato l'espressione “Vecchia Europa” come un insulto a Germania e Francia, contrarie all'attacco. Lei, che la Vecchia Europa ce l'ha nel Dna, cosa ne pensa?

Così come l'ha intesa Rumsfeld l'espressione era di sicuro una scemenza, perché la Nuova Europa è anche Vecchia Europa. Penso, però, e la situazione nella quale siamo lo dimostra, che l'Europa deve trovare assolutamente un'unità. C'è una differenza tra Est e Ovest, ma dobbiamo trovare l'unità: abbiamo un passato comune, dobbiamo trovare un futuro comune.

L'Ungheria, come altri paesi dell'ex Est socialista, si è schierata a favore della guerra. Lei era favorevole o contrario?

Messa così, mi scusi, suona come una frase ridicola. Mi fa venire in mente quell'attore che alla tv ha dichiarato: “Sono di parere opposto, rispetto al presidente Bush”. Che è simile a dire “Non mi trovo d'accordo con Dio”. Ma non voglio lasciare la domanda senza risposta: la guerra è terribile.

Signor Esterházy, sappiamo che oggi è il suo compleanno: cinquantatrè primavere. Come festeggia?

Devo, purtroppo, andare dal dentista...

Per lei non è però un dramma: in “Harmonia Caelesti” racconta perfino dello zio dal quale andavate a farvi cavare denti con la gaiezza di chi si reca a un tè pomeridiano.

E al ritorno, stasera, stapperò di sicuro una bottiglia di buon vino.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 17/04/2003




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