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CINEMA

“Negli Usa non mi vogliono”

Abel Ferrara è in Italia. E' stato visto a Milano, vicino alla casa di Fernanda Pivano. Poi a Roma, alla Sapienza, dove ha avuto un incontro, si dice bellissimo, con gli studenti. Ma cosa fa il newyorkese dolente Ferrara in Italia? Cosa c'entra la Pivano? E gli studenti? E Roma, città di cinema e di produttori? L'ultima volta lo avevamo incontrato al Torino film festival per la presentazione del suo bellissimo Il nostro natale e già allora ci aveva confessato la difficoltà a trovare un produttore per i suoi film, il disinteresse di Hollywood, l'impossibilitò di raccontare l'America agli americani, insomma il lamento sofferto di un cantore vero e denso, che ha mostrato con i suoi film i losers, i vampiri e i “fratelli” di una New York cupa, l'immagine di un'America che non si riconosce in loro e nei loro mondi. E' per questo che Ferrara in patria non è mai stato apprezzato: i suoi Keitel e Walken non hanno cittadinanza, perché nella terra dove il bene è sempre dentro e il male è sempre fuori, loro sono il male che cresce dentro gli scantinati, l'eccezione che nega la regola. Ora che anche la Francia (sempre illuminata nell'accogliere gli indesiderati americani), ha chiuso la borsa, la vita del Ferrara si fa davvero dura. Quando lo abbiamo incontrato, grazie al contatto fornitoci dal suo produttore esecutivo Marcello Assante, avevamo questo in mente, e questo gli abbiamo chiesto. Cosa fa in Italia, Mr. Ferrara? Nella hall di un hotel di Prati, tra lo sconcerto degli astanti, Abel stacca il collo a una birra, allunga i piedi sul lindo divano, prende il microfono e dice: “Per girare un film su Hemingway ambientato in Italia”.

E' per questo che ha incontrato la Pivano?

E' dal suo libro che prenderò le mosse. Marcello Assante, mio amico e produttore, me lo ha fatto leggere e me l'ha presentata.

Perché Hemingway e perché in Italia?

L'ho sempre amato. E voglio mettermi sulle sue tracce attraverso gli occhi della Pivano, che è stata sua amica, traduttrice e confidente. Non sarà solo un film sul personaggio, quanto un'investigazione un po' come Wells sulle tracce di Citizene Kane. Ma sarà una ricerca in Italia, nei luoghi dove la Pivano e Hemingway si vedevano, a Cortina, a Venezia.

Ferrara, Hemigway, Orson Welles e l'Italia. Sembra che niente c'entri, eppure tutto torna. Anche l'Hemigway, i suoi losers e il suo suicidio.

Avrei voluto che non lo avesse fatto, ma l'ha fatto. Ma non indagherò solo questo aspetto. Hemingway raccontava in prima persona, lo trovi dentro i suoi personaggi, e per questo lo puoi scoprire in mille forme,. In questo senso lo cercherò.

Ma il suicidio dello scrittore non è lo stesso, anche in senso metaforico, dei suoi personaggi, dei suoi perdenti. Hemingway era un vincente, il suo è il suicidio del successo, come quello di London o di Garfield.

Sì, Hemingway non era come i suoi personaggi. Questo è un punto interessante su cui ragionare. Ma chi si tira un colpo di pistola non è mai un vincente.

Chi conosce il cinema di Ferrara avrà già capito dove il regista di New Rose Hotel, Fratelli e The Addiction andrà a parare, anche se rimane forte la novità geografica. Ferrara con i suoi film non è mai uscito da New York. Ora va a Cortina e a Venezia. Le ragioni sono legate alla produzione: sarà un film italiano al cento per cento. Questa è la novità. Ma non finisce qui. Fra un mese Ferrara inizierà le riprese di un altro film, titolo provvisorio Go to hotel, tutto d'interni (la storia del proprietario di un night club che controlla maestranze e ballerine, chiuso nella sua cenciosa stanza, attraverso telecamere a circuito. “E' un film sulla legittimazione dell'artista”, azzarda Marcello Assante), e anche questo girato in Italia. Ma con quale produttore? Su questo massimo riserbo. Ma sarà sicuramente se ha deciso di far lavorare l'esiliato Ferrara, il maestro Ferrara. Ferrara che l'America non vuole.

Intervista di Dario Zonta – L'UNITA' – 16/11/2003

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