Renzo Parodi – IL SECOLO XIX' 13/09/2001

Intervista a Vittorio Agnoletto

Agnoletto teme vendette militari e restrizioni degli spazi democratici

Dottor Agnoletto, oltre alle coscienze questo evento stravolge tanti punti di riferimento anche per il movimento antiglobalizzazione. E' d'accordo?

E' evidente che siamo di fronte ad un fatto destinato a portare cambiamenti enormi nelle relazioni mondiali e nei comportamenti degli Stati. Questo attentato è incredibile e non ci sono parole per esprimere la condanna nei confronti di chi l'ha realizzato. Adesso però bisogna evitare che a questo atto segua una vendetta militare, una rappresaglia verso Stati o gruppi che non hanno niente a che a vedere con questa tragedia. E si deve anche evitare che, come conseguenza di questo atto criminale, segua un aumento della repressione e una diminuzione degli spazi di democrazia.

Ne state discutendo?

Mi trovo a Porto Alegre per i lavori del secondo Forum Mondiale Sociale, in preparazione dell'incontro che si terrà qui dal 31 gennaio al 5 febbraio in contemporanea con l'incontro dei grandi in Svizzera, a Davos. Sarà l'incontro di tutte le associazioni e i movimenti che lottano contro la globalizzazione. Come testimonial dell'evento, assieme al premio Nobel per la pace Perez Esquivel, ho già rilasciato una dichiarazione nella quale si riafferma che occorre evitare che il confronto si sposti sul terreno dello scontro militare tra Nazioni e la necessità assoluta della difesa dei principi democratici in ogni paese del mondo.

Sul piano del principio è chiarissimo, ma come reagirebbe di fronte ad un'azione di guerra americana contro i responsabili, veri o presunti dell'attacco?

Io mi auguro che non ci siano azioni di guerra di alcun tipo e che invece prevalga il tentativo di individuare i responsabili anziché ricorrere ad una vendetta che risponderebbe ad esclusive logiche d'immagine. C'è un problema di dimostrare la forza, ma il problema principale è di individuare questi criminali e metterli in condizione di non ripetere più gesti simili.

E una volta individuata la fonte terroristica che cosa sarebbe giusto che facesse l'America?

Non sono io che ricopro quel ruolo. Dico semplicemente che dobbiamo evitare di colpire alla cieca in un'esibizione di forza a puro beneficio dell'immagine degli Stati Uniti. Diverso è individuare i responsabili.

Rispetto alle tematiche care al movimento antiglobal, la prospettiva politica cambia, e come cambia?

Spero che nessuno (questo discorso non riguarda gli Usa ma l'Italia) persegua una logica di restringere ulteriormente spazi di democrazia.

Lei pensa che il tema, già emerso per i prossimi summit, della libertà di manifestare il dissenso?

Credo che non vi sia alcun legame tra un atto terroristico e criminale e la corretta rivendicazione dei diritti di libertà di espressione. Vorrei che nessuno utilizzasse questa situazione drammatica, di emergenza, per restringere questi spazi.

Ma si aspetta che questo accada?

Abbiamo fatto la dichiarazione congiunta con Esquivel proprio per esprimere l'auspicio che ciò non si verifichi.

Insisto: alla luce di questa vicenda cambierà l'approccio del movimento? Cossiga si aspetta rigurgiti di antiamericanismo. Se li aspetta anche lei?

Io sono in Brasile, ma mi rifiuto di credere che ci sia un solo cittadino italiano intelligente che possa aver fatto affermazioni di questo tipo, lo dico al buio e senza prendermela con qualcuno in particolare. Tra l'altro il nostro non è antiamericanismo, nella dichiarazione congiunta abbiamo espresso solidarietà al popolo statunitense. La nostra è una posizione di critica all'operato dei poteri forti e del governo degli Stati Uniti e non solo degli Stati Uniti. E' una critica politica, non abbiamo una posizione ostile nei confronti del popolo americano. Questo dramma non può modificare gli obiettivi verso un mondo più giusto. E il movimento toglierà terra sotto i piedi a chi ha progettato queste azioni.

Nessun rischio di allargare ancora il gap tra il mondo ricco e il povero?

Non facciamo confusione. Non diciamo che la povertà ha portato a queste azioni disperate. Dobbiamo comprendere che se affrontiamo con forza il problema dell'ingiustizia sociale togliamo acqua al pesce del terrorismo.

Intervista di Renzo Parodi – IL SECOLO XIX – 13/09/2001