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CINEMA

Ecco perché Kerry ha perso

Robert Altman compirà 80 anni il prossimo 20 febbraio, ma è il più giovane regista americano su piazza. Solo lui, da militante democratico di vecchia data, poteva spiegarci perché Kerry ha perso. Il suo film-tv Tanner on Tanner è passato al Torino Film Festival come un’epifania: all’improvviso, abbiamo capito tutto. John Sayles, qualche giorno prima, ce l’aveva detto in teoria: i democratici perdono perché hanno perso la propria identità, hanno svenduto i valori autentici e popolari del loro elettorato. Altman, con la semplicità dei geni, lo dimostra in pratica.

Nel 1988 Altman aveva diretto Tanner ‘88, storia di un immaginario candidato democratico ­ Jack Tanner, appunto, interpretato da Michael Murphy ­ che concorreva alla nomination per la Casa Bianca e veniva battuto da Michael Dukakis (che poi sarebbe stato travolto da George Bush sr.). Sedici anni dopo è tornato sul personaggio scrivendo, in coppia con Garry Trudeau (autore del famoso fumetto politico-satirico Doonesbury), un seguito. Tanner è ancora un democratico in vista; e sua figlia Alex, aspirante regista, sta girando un film su di lui, sulla sua campagna dell’88 e su ciò che è diventata la politica americana. È cinema dentro il cinema: la metafora sui media che parlano di se stessi è chiarissima, e diventa labirintica nel momento in cui i personaggi di finzione, interpretati da attori, interagiscono di continuo con personaggi autentici. Politici di spicco, come Howard Dean, Mario Cuomo e Dick Gephardt, incontrano Tanner/Murphy e parlano con lui, “recitando” ma rimanendo, al contempo, se stessi. È chiaro che solo un maestro come Altman poteva reggere un simile gioco, per altro quasi tutto realizzato nei giorni frenetici della convention democratica di Boston dalla quale Kerry uscì «incoronato». Il film ha passaggi sublimi. Durante la convention, ad esempio, Alex Tanner tenta disperatamente di intervistare Kerry, ma le capita soltanto di incontrare… sua figlia, quella Alex che davvero ambisce a diventare cineasta. Le due si incrociano, e si guardano in cagnesco, per un’intervista al figlio di Reagan, Ron jr., che confondendo i loro nomi ha dato appuntamento ad entrambe. Due veri “figli d’arte” affrontano la figlia d’arte fittizia, e bisogna far tanto di cappello ad Alex Kerry e Ron Reagan per come reggono la scena con l’attrice che interpreta Alex Tanner: che, per inciso, è una delle protagoniste del telefilm Sex and the City (attualmente in onda in chiaro su La7 e a pagamento su Jimmy, canale di Sky), interpreta Eleanor Roosevelt nel film Warm Springs che uscirà nel 2005, e si chiama Cynthia Nixon, tanto per rendere il giochino “vero/falso” ancora più divertente…

Sia chiaro: quando si parla di politica/spettacolo, il giochino è tutt’altro che un giochino. È in ballo il significato profondo della politica nell’epoca dei media. Altman non è l’unico regista che lavora su questo sottile discrimine. Steven Soderbergh ha fatto lo stesso in K Street, una serie realizzata nel 2003 per la tv via cavo Hbo, anch’essa proposta a Torino. In K Street (sit-com, o doc-com, girata in digitale nella quale Soderbergh è anche operatore) ha preso due personaggi molto noti a Washington e li ha seguiti nel loro lavoro quotidiano, facendoli interagire sia con politici autentici (anche qui c’è Howard Dean, che a questo punto ha un futuro da attore…) sia con personaggi di finzione. I due sono James Carville e Mary Matalin: sono marito e moglie, lui è democratico e lei è repubblicana, dirigono un ufficio di consulenza politica; sono “image makers”, costruttori d’immagine, preparano i politici per i dibattiti, suggeriscono battute, scelgono il look. La serie è molto parlata, fra riunioni estenuanti e dibattiti adrenalinici. Per apprezzarla bisognerebbe conoscere dal di dentro Washington e i suoi salotti, ma più dello spettacolo è interessante il principio, l’intrusione della videocamera nei meccanismi della politica. Ci si chiede, vedendo questi lavori di Altman e Soderbergh, come potrebbe funzionare un loro corrispettivo italiano, con una troupe che andasse a snidare i nostri politici per “raccontarli”, non per banali scorribande satiriche in stile Iene o Striscia. È comunque probabile che tutto finirebbe in vacca, o in farsa: è il nostro Dna.

Ma torniamo ad Altman, e all’epifania. Perché Tanner on Tanner spiega “a priori” la sconfitta di Kerry? A un certo punto, Tanner incontra una sua vecchia amica, T.J. Cavanaugh (è anch’essa un personaggio fittizio, l’interpreta l’attrice Pamela Reed), addetta alla stesura del discorso di Kerry alla convention. T.J. è disperata perché non sa come risolvere il passaggio sull’Iraq, alla cui invasione Kerry era stato favorevole ed è, ora, contrario. Tanner le dà alcuni suggerimenti. T.J. li accoglie, Kerry li usa: e sentiamo nel film proprio il passo del discorso dedicato alla guerra, un discreto capolavoro di equilibrismo. Kerry è talmente soddisfatto del lavoro di Tanner che gli offre, in caso di vittoria, un posto di sottosegretario agli esteri. Tanner gongola… ma c’è un problema: nel documentario girato da sua figlia, c’è un passo in cui Tanner, durante una partita di squash, si scatena contro la guerra e afferma che gli Usa debbono abbandonare l’Iraq senza indugio. L’esatto contrario di quanto “ha fatto dire” a Kerry. Tanner chiama la figlia. Le chiede di tagliare quella sequenza “per non imbarazzare lui e il presidente”. La figlia, delusa, butta tutto il materiale girato. Non ci sarà il film. Ma non ci saranno ­ oggi lo sappiamo ­ nemmeno Kerry presidente, né Tanner sottosegretario.

In un film dove la dialettica tra realtà e finzione compie continue capriole, la delusione della figlia di Tanner di fronte al trasformismo del padre è un momento di straziante verità, e fa capire perché i democratici hanno perso quasi tutte le elezioni dagli anni ’70 a oggi, con le uniche eccezioni dei “sudisti Carter e Clinton. Troppe volte le istanze più radicali sono state annacquate. Girato prima delle elezioni (e mandato in onda in America a ottobre), Tanner on Tanner diventa, dopo la sconfitta, il “de profundis” su un partito in crisi. Non a caso, è anche una satira sottilissima su un cinema che spesso sembra avere troppe certezze: il 2004 è stato l’anno della contro-informazione a mezzo film, dei documentari militanti e ambiziosi (qui a Torino passa anche Out-Foxed di Robert Greenwald, che denuncia l’effetto-Murdoch sull’informazione americana). Altman, con il suo tono lieve e sornione, sembra spazzarli via tutti. Sono semplicemente strepitosi, nel suo film, i due cammei dei vecchi amici Martin Scorsese e Robert Redford: il primo pizzicato in un ristorante newyorkese e imbarazzato di fronte all’invadenza della troupe di Alex Tanner, il secondo che invita la giovane cineasta a non “piangersi addosso” perché il cinema indipendente non ha diritto di farlo. Andando a sfrucugliare, da democratico, le debolezze dei democratici, e usando allo scopo le armi del cinema-cinema, Altman rimette al loro posto tutti i cineasti convinti che bastasse sfottere Bush per batterlo. Da Michael Moore in giù, rispetto a lui sembrano tutti bambini.

Alberto Crespi – L'UNITA' – 18/11/2004

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