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CINEMA

Altman: Bush, Nixon...stessa gang

Robert Altman compirà 81 anni il 20 febbraio, ma si dev’essere verificato un errore all’anagrafe di Kansas City, dove è nato: a giudicare dal suo frenetico attivismo, di anni deve averne 18, o poco più. In questo periodo il regista di Nashville, di America oggi e di altri capolavori è a Londra: l’Old Vic l’ha invitato a mettere in scena Resurrection Blues di Arthur Miller, mentre oggi a Berlino viene presentato il suo nuovo film A Prairie Home Companion. Entrambi sono riflessioni sul mondo dei media: il dramma di Miller immagina che in un paese del Sudamerica un leader rivoluzionario stia per essere giustiziato (anzi, crocifisso!) e che una rete tv newyorkese piombi sul posto per trasmettere in diretta l’esecuzione; il nuovo film, interpretato da Meryl Streep e dal solito “coro” di grandi attori, racconta l’ultima serata di uno dei più popolari show della radio americana. Attivo da mezzo secolo fra cinema e tv, Altman è sempre stato ossessionato dai media, e dal modo in cui influenzano la politica, la società, la vita: il suo capolavoro, Nashville, è una parabola sulla musica country come specchio dell’America profonda, sullo sfondo di una campagna elettorale. E del rapporto media/politica parlano altri due gioielli televisivi, che il regista ha girato a distanza di 16 anni scrivendoli assieme a uno dei più lucidi analisti della politica americana, Garry Trudeau (l’autore del famoso fumetto Doonesbury tradotto in Italia su Linus). I due film sono Tanner ’88, in cui un candidato fittizio (il Tanner del titolo, interpretato da Michael Murphy) correva per la candidatura democratica contro George Bush senior; e Tanner on Tanner, dove lo stesso uomo politico immaginario interagiva con autentici protagonisti della politica americana sullo sfondo della Convention democratica che avrebbe dato a John Kerry il mandato per sfidare George Bush junior. I due film, di imminente messa in onda su Cult (il canale 124 di Sky), sono due mirabolanti esempi di mockumentary, di finti documentari in cui realtà e finzione si mescolano in un ubriacante gioco di specchi. Purtroppo, in entrambi i casi, i candidati democratici che hanno “prevalso” sul finto Tanner (Dukakis nel 1988, Kerry nel 2004) hanno poi perso contro i rispettivi Bush: “Forse per questo ­ ci dice Altman, al telefono da Londra ­ i miei amici democratici non amano molto questi film ai quali hanno pur contribuito. Se avessimo vinto, forse…”.

Mister Altman, lei è sempre stato un democratico convinto?

Sì, da quando mi interesso di politica. Il primo politico che mi ha regalato emozioni vere è stato Roosevelt. Anche Truman. La campagna elettorale del 1988 è stata un punto di non ritorno per la politica Usa: la fine dei mandati di Reagan, la prima presidenza di un membro della famiglia Bush, l’ascesa dei Neo-Con, un candidato (il democratico Gary Hart) stoppato per un presunto scandalo sessuale…

Ripensando a quei tempi, lei e Trudeau immaginavate che sarebbe finita così?

Direi che, purtroppo, abbiamo azzeccato tutto. L’era di Reagan e di Bush padre aveva in sé i germi della politica di oggi: una Casa Bianca in mano agli affaristi, una politica estera dettata solo dalle esigenze economiche delle multinazionali… I segnali c’erano già allora e noi li abbiamo espressi. Oggi, grazie alla maggior quantità di informazioni, sono sotto gli occhi di tutti. Ma questo declino della politica americana risale a tempi ancora più antichi. Direi, alla presidenza Eisenhower.

In che senso?

Nel senso che Eisenhower ha dato il via a Nixon che poi ha dato il via a Reagan che poi ha dato il via ai Bush… È sempre la stessa gang. Ogni giorno mi chiedo perché gli americani abbiano votato Bush junior una seconda volta e non ho ancora trovato la risposta. Il fatto che Bush non possa essere più candidato nel 2008 è l’unico pensiero piacevole in questo momento: ma temo che i Repubblicani sapranno trovare un tizio anche peggiore di lui. La politica non è come il cinema, spesso vincono i “cattivi”.

Non si può dire che lei sia reticente sui Repubblicani. Però, in “Tanner ’88”, ha immaginato un candidato democratico, e il film non manca di notazioni ironiche, e amare, sul suo partito.

Io e Trudeau decidemmo di parlare dei Democratici perché i Repubblicani ci sembravano del tutto privi di interesse. Ma i problemi dei Democratici non sfuggono a nessuno. È un partito debole, che negli ultimi anni è stato incapace di cambiare, di tenere il passo con i tempi.

In Italia esiste una sorta di “zona d’ombra” dell’elettorato convinta che i politici siano tutti imbroglioni e che i due schieramenti, centro-destra e centro-sinistra, siano fondamentalmente uguali…

È così anche in America. Molti pensano che fra Repubblicani e Democratici non ci siano differenze apprezzabili.

Però non è vero. È un luogo comune, non crede?

Certo. Io so benissimo che non sono affatto uguali, ma vedo altrettanto bene che la differenza è sempre meno significativa. La saga di Tanner parla anche di questo, della possibilità che un uomo politico sia tentato dal trasformismo, dalla voglia di adeguarsi. E tenta di analizzare il rapporto fra media e politica. Io credo che, quando il cittadino medio presta attenzione al peso mediatico degli uomini politici, la politica sia nei guai. Mescolare politica e spettacolo è molto pericoloso. La gente si confonde. Voglio dire: io, come uomo di spettacolo, non voglio diventare un politico, ma vedo molti politici che vogliono diventare uomini di spettacolo! Mi sembra che nel mondo ci sia una sorta di epidemia: tutti vogliono comunicare per immagini. Quando noi ci siamo accreditati per filmare la Convention democratica che ha eletto Kerry, abbiamo scoperto che c’erano altre 40 troupe accreditate per girare special televisivi o documentari, e non le dico quante persone, anche attivisti politici, si aggiravano per il Fleet Center con una videocamera in mano. I due Tanner, quello del 1988 e del 2004, parlano anche di questo: della proliferazione di immagini che ci circonda.

E della quale voi eravate parte. Perché avete chiesto a molti personaggi, da Hart a Jesse Jackson, da Howard Dean a Gephardt, di comparire nei due film nei panni di se stessi, e quasi tutti vi hanno detto sì…

Qualcuno ha rifiutato. Ma, certo, quasi tutti sono stati al gioco e si sono divertiti. Un po’ per vanità, un po’ perché pensavano che apparire nel film fosse utile a spiegare la politica alla gente. La cosa importante è che non abbiamo imbrogliato nessuno: niente videocamere nascoste, o cose del genere. Tutti sapevano cosa stavamo facendo. E, mi creda, ormai la politica è così sovraesposta ai media che nessuno ha detto nei film cose che non avrebbe potuto ripetere, uguali, a un telegiornale.

I veri politici dovevano “recitare” i testi scritti da Trudeau, o potevano andare a ruota libera?

È molto rischioso dare un copione rigido a una persona che non è un attore. Spiegavamo loro il contesto, poi li lasciavamo liberi, e la bravura dei nostri attori stava nel sapersi adeguare a questa improvvisazione. La scena in cui Tanner, il nostro candidato fittizio, incontra Mario Cuomo è stata straordinaria. Cuomo ha tenuto una vera lezione di politica, e Michael Murphy, il nostro attore, gli è andato dietro come meglio non si sarebbe potuto.

Lei ha girato il secondo capitolo della saga, “Tanner on Tanner”, prima del duello elettorale Bush-Kerry. Vedendolo dopo, si ha la sensazione che il film ci stia spiegando perché Kerry ha perso.

Lo spero. Se è così, è un film riuscito. Se abbiamo raccontato l’omologazione, la politica come mestiere, come tran-tran, io e Trudeau abbiamo fatto bene il nostro, di mestiere. Vede, io non ho la minima idea su chi sarà il candidato democratico nel 2008, ma spero venga fuori un volto nuovo. Il partito ha bisogno di sangue fresco.

Anche in Nashville lei raccontava una campagna elettorale. Il candidato, anche lì immaginario, si chiamava Walker…

Era un candidato indipendente dai due partiti. E mi piaceva. Ma era solo un film. Non dico che la vittoria di un indipendente sia impossibile, ma certo è molto difficile.

Cosa pensò, da democratico, della presenza del “terzo incomodo” Ralph Nader nell’elezione in cui Bush battè Al Gore?

Pensai che Nader avrebbe inutilmente sottratto dei voti a Gore, cosa puntualmente successa, ma che avesse tutto il diritto di essere candidato come gli altri due.

Lei domani (oggi per chi legge, ndr) sarà a Berlino, dove George Clooney ha appena dichiarato che lui e altri artisti, come Sean Penn e Tim Robbins, sentono in America un clima da caccia alle streghe.

Lo sento anch’io da qui, da Londra, dove le sto parlando. Il paese è ossessionato dalla paura, dall’ansia di controllo. È un brutto momento.

Lei lo combatte lavorando. Non si stanca mai?

Mai. Sto lavorando in teatro, ho finito un film, ne farò altri. Smetterò di lavorare quando mi chiuderanno in una cassa e mi ficcheranno sotto terra.

Intervista di Alberto Crespi – L'UNITA' – 12/02/2006

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