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CINEMA

Amelio, il vizio antico del cinema

Gianni Amelio, fresco di nomina a rappresentare l'Italia nella gara per gli Oscar, con il suo nuovo film "Le chiavi di casa" ha vinto il premio Efebo d'oro, non come regista ma come autore del miglior libro di cinema del 2004. Ha infatti scritto Il vizio del cinema (Einaudi), un personalissimo diario in cui recensisce, condendoli di aneddoti e di riflessioni brevi e originali, i film che ha visto, dalla prima media in poi, quando abitava in un paesino della Sila e teneva un quaderno apposta per ricordarli. Da "La dolce vita" a "Psyco" e "Pulp fiction" a decine di altri: un libro unico, compilato da chi il cinema sa farlo e ce ne svela i retroscena.

Ora il regista calabrese, 59 anni, già celebrato per "Colpire al cuore", "Il ladro di bambini", "Così ridevano", "Lamerica" e tanti altri film, ha già scritto la sceneggiatura del suo nuovo film, liberamente tratto dal romanzo di Ermanno Rea "La dismissione", storia di un operaio dell'Italsider di Bagnoli che a 50 anni si ritrova "dismesso" dal lavoro insieme alla propria fabbrica. Ne girerà una parte in Cina, perché il libro si conclude con la vendita della fabbrica di Bagnoli ai cinesi, che la porteranno a pezzi nel loro Paese e una parte a Genova.

Amelio come mai ha scelto Genova?

L'Italsider di Bagnoli non esiste più, mentre a Genova lo stabilimento è ancora in piedi. Sono venuto a fare i sopralluoghi e sono molto soddisfatto. Visto che girerò il mio film a Genova, trasporterò la storia lì. Non mi importa la fedeltà al testo, Rea lo sa e ha già letto la mia sceneggiatura. Come per "Le chiavi di casa", ispirato al libro di Giuseppe Pontiggia, anche questa volta interpreto la vicenda a modo mio. È la prima volta che racconto del lavoro operaio e che descrivo questo Occidente che entro breve verrà travolto dall'Oriente. Ho già fatto anche i sopralluoghi in Cina, un Paese affascinante e vorticoso dove, almeno nelle grandi città, mi è sembrato di vedere mescolati i lati peggiori del comunismo con quelli del capitalismo. Il mio film incomincia dove finisce il romanzo di Rea, quando la fabbrica chiude e parte a pezzi per la Cina.

Cos'è il vizio del cinema di cui scrive anche nel suo libro?

L'impossibilità di stare senza girare un film. Quella voglia che ti spinge a ricominciare a girare, appena hai finito, dimenticando i problemi e le fatiche del film precedente. Perché fare il regista è un mestiere faticoso persino fisicamente: sul set io non sto un attimo fermo, sposto gli oggetti, seguo gli attori... Devi essere vergine e puttana, per fare il regista. Manageriale e machiavellico. Gestisci tanti rapporti umani, rispondi di tanti soldi investiti e da soggetti diversi, se sgarri sui tempi sono guai, perché i costi aumentano. Eppure, appena hai finito, non vedi l'ora di ricominciare. Come le donne che finiscono per dimenticare i dolori del parto poco dopo che hanno abbracciato il loro bambino. Fare cinema è un piccolo parto. Per quel figlio che metti al mondo sei disposto anche a piegarti ad andare ai festival, a presentarlo in giro.

Disposto anche a correre la gara degli Oscar per la quarta volta dopo le candidature di "Porte aperte", "Il ladro di bambini" e "Lamerica"?

Intendiamoci, ne sono felicissimo. Non amo particolarmente i fasti di Hollywood, ma questo non significa che non sia onorato. Solo che a 59 anni capisci delle altre cose che non a 30 e guai se non fosse così. Io ho capito che il bello del mio lavoro è quando lo faccio. I premi, il pubblico che ti gratifica, gli incassi sono indispensabili a fare un nuovo film. Che è appunto ciò che non vedo l'ora di tornare a fare.

E con Castellitto come interprete, che era candidato, ma nel ruolo di regista, a rappresentare l'Italia agli Oscar con il suo film "Non ti muovere". Nessuna rivalità?

Nessuna, direi anzi che siamo amici. E infatti sarà lui il protagonista de "La dismissione".

Nelle "Chiavi di casa" lei dice di avere voluto affrontare il rapporto tra padre e figlio, al di là del fatto che il figlio è in questo caso un ragazzo handicappato e perciò rifiutato dal padre. Anche lo scrittore giapponese Kenzaburo Oe ha vinto il Nobel raccontando una storia quasi identica.

Ho scelto Kim Rossi Stuart nella parte del padre perchéè bravo, ma anche molto bello. E spiego il perché. Sono convinto che noi facciamo dei figli per rivincita, perché speriamo siano più bravi, belli, vincenti, fortunati di noi. E mi sembrava allora più straziante e quindi più efficace mostrare un uomo così bello a cui nasce un figlio handicappato. Un caso estremo per parlare di un rapporto che sento molto. Ho conosciuto mio padre che avevo già 17 anni. Quando sono nato lui ne aveva 19 e mia madre 16. Emigrò in Argentina e tornò che ero già grande. Il nostro non è stato un incontro facile e neppure felice. Solo in seguito ho capito i problemi, la miseria, la giovinezza dei miei genitori e ho provato molti sensi di colpa verso di lui. Questo non ha fatto di me un figlio migliore, ma un padre migliore credo di sì. Vedendo il finale con mio figlio ho pianto. È la parte del film che preferisco, guai a chi me la tocca, è nata da un'illuminazione mentre guidavo. Quando Andrea, il figlio, dice perentorio al padre "Non si fa così" , vuol dire che lo ha accettato. Se tuo figlio ti dice questo, ti ha capito, anche nelle tue fragilità di adulto.

Lei crede di non avere vinto il Leone a Venezia perché nel film ha utilizzato un ragazzo davvero handicappato, Andrea Rossi, e non un attore professionista?

Non credo niente, sono stato in giuria anch'io e rispetto l'autonomia di giudizio di tutti. Sono comunque felice, il film piace al pubblico ed è stato scelto per l'Oscar.

Ma se proprio fosse?

Mi sembrerebbe una forma di discriminazione verso Andrea. Ma non credo proprio sia andata così.

Intervista di Silvia Neonato – IL SECOLO XIX – 03/10/2004

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