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CINEMA

Arcand: Bush e Berlusconi, la decadenza

Denis Arcand è a Bologna per omaggiare la retrospettiva dedicatagli dalla sempre attiva Cineteca comunale. Premiato in tutto il mondo per il suo Le invasioni barbariche passa da noi, ma lontano dagli allori del David e vicino alla serietà del lavoro culturale della Cineteca. In questa intervista stuzzichiamo la sua intelligenza intorno a problemi della politica, della religione, della sanità e, anche, del cinema. Lo abbiamo fatto con l'intento di “reagire”, provocatoriamente, al de profundis del pensare e fare politica che Arcand fa dire agli stessi protagonisti, ora invecchiati, de Il declino dell'impero americano: ex sessantottini che non si sentono più giovani e non si credono più “i meglio”.

Le invasioni barbariche” è stato l'unico film, distribuito in Italia, a nominare criticamente e direttamente Berlusconi. Ci è voluto un canadese...solo di recente un film italiano ha osato. Allora, chi sono i barbari?

Nel film si dice: l'Italia era la culla della civiltà e della cultura, c'erano i Medici, Michelangelo e Leonardo. Ora c'è Berlusconi. Come avete fatto ad arrivare a questo livello di decadenza? Come gli stati Uniti con Bush. Ecco, i barbari sono sempre gli altri, si dice: i nemici. L'America in quanto impero sente di difendersi da quelli che dice essere i barbari. Ma prima o poi vinceranno i barbari, e loro sarà un nuovo impero. Comunque vada...

I barbari, i nemici, si creano anche attraverso l'immaginario e il cinema. Penso alla “Passione” di Gibson e alla sua pericolosità politica e sociale. Anche lei, nel 1989, ha girato la sua versione della Passione di Gesù. Ma, come il titolo lascia presagire, si tratta di un “Gesù di Montréal”. Il film è l'opposto di quello di Gibson perché non dà verità storiche unilaterali, ma è un adattamento laico in forma di critica della società dello spettacolo.

Stavo facendo un'audizione per una pubblicità e avevo chiesto di “provinare” un giovane attore di cui avevo visto l'esame finale alla scuola di teatro di Montréal. Quando entra dice: “Mi dispiace, ho la barba perché sono Gesù”. Interpretava il Cristo in una rappresentazione sacra che il locale santuario metteva in scena per i turisti. Sono rimasto colpito dalla vita di questo attore che la mattina fa Gesù e pronuncia parole immortali e la sera fa le audizioni per la pubblicità di birra e cibo per cani. Ho pensato che fosse un buon soggetto, anche perché c'è un parallellismo con la mia vita. Io sono cresciuto in una famiglia molto cattolica, sono stato nove anni dai gesuiti, mentre la mia vita attuale ha dimenticato tutto del cattolicesimo. In Gesù di Montréal è l'attore stesso che dice “vi presento la mia versione della Passione, il mio modo di vedere Gesù”. Mentre in Gibson è il contrario: presenta la sua come la verità assoluta.

Sia in “Gesù di Montréal” che in “Le invasioni barbariche” si dà un'idea di sanità pubblica devastata, caotica con i malati buttati ovunque. Ma è veramente così malmessa la sanità in Canada? E non avverte il pericolo di minare uno dei capisaldi dello stato sociale?

In Canada tutta la sanità è pubblica. Ogni gesto sanitario deve essere pubblico. Tutto è stato nazionalizzato. Non solo ma è vietato per legge aprire qualsiasi clinica privata. Questo ha portato a un'enorme burocratizzazione, con i sindacati corrotti (come si vede nel film) e la cattiva gestione dei malati. In Le invasioni a un certo punto padre e figlio prendono l'autobus per andare in giornata negli Stati uniti per il trattamento radiologico. Era una cosa, questa, che in Canada due anni fa accadeva regolarmente. Non venivano aggiornati e ricomprati i macchinari e non si potevano usare quelli vecchi. Così tutti negli States. Autobus pieni di malati di cancro in gita oltre il confine. Io ho voluto denunciare e raccontare il lato oscuro della sanità pubblica, quando è solo pubblica.

La sua formazione è documentaristica. Poi a un certo punto ha fatto film di finzione molto scritti, intellettualistici. Insomma, il documentario è anche un agire politico, mentre alcuni suoi film sembrano segnare la fine della politica, come il de profundis della classe intellettuale delle “Invasioni”.

La sua analisi può avere un fondamento, ma bisogna tenere presenti due cose. Con il documentario si arriva fino a un certo punto. Ci sono tantissime cose che non si possono fare: come entrare all'interno di un consiglio d'amministrazione, oppure a casa di Berlusconi. Con il documentario non si può raccontare una certa borghesia e il suo potere perché ci sono sempre le porte chiuse. La fiction inizia quando c'è una porta chiusa che non si può oltrepassare. Allora si fa il dramma borghese e si entra. La seconda cosa è che il documentario non riceve finanziamenti. Io non sono ricco di famiglia e devo lavorare. Con il documentario non riuscivo e quando un produttore mi ha proposto un film l'ho fatto. Anche in questo senso la fiction inizia quando c'è una porta chiusa. Poi c'è da dire che i documentari sono di fatto finanziati solo dalla televisione. Che è il luogo dove si esercita maggiormente la censura. Ed è difficile lavorare in libertà in questo contesto.

Come si spiega il riconoscimento negli Stati Uniti del suo film?

Negli Stati uniti ci sono due Americhe. Una è minoritaria, colta, curiosa e in nessun modo è rappresentata politicamente. E neanche nell'immaginario. E' l'America che odia Bush, che è preoccupata e che cerca vie di uscita. Anche nei film. Credo che questa America abbia premiato il mio film.

Intervista di Dario Zonta – L'UNITA' – 25/04/2004

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