Il capitano Achab racconta



A cura di Emanuele Mignone

L'UBRIACO

scarica il file

Il vecchio ubriaco non smetteva di parlare. Da mezz’ora inutilmente cercavo scampo nel bicchiere.

Non gli importava molto che guardassi altrove. Doveva esserci abituato ad interlocutori poco attenti. Anzi, era probabile che io rappresentassi un lusso per lui, visto che non lo avevo ancora mandato al diavolo. Ma nonostante i miei sforzi, alla fine la sua voce roca e piatta mi riportava a quella faccia venata di rosso e di giallo, a quella piccola bocca storta di vecchio ubriaco e alle parole che ne uscivano…

Pensavo con una certa angoscia all’eventualità di finire come lui. Forse per questo non mi decidevo a mandarlo al diavolo.

Uscii dal bar di Moe, respirando aria calda. "Finiscila". Mi riferivo alla vita, naturalmente. Una delle mie solite battute da cinico. Però l’avevo detta con un tono caldo, molto umano. Quella sera dovevo difendere la mia felicità. Niente guai all’orizzonte quella sera, niente seccatori, niente Ispettore Bollinger da due giorni.

Strana cosa la felicità. Se non ci sei abituato è solo una specie di agitazione. Avresti voglia di andare con la prima che vedi e di farlo con gioia come fosse un gioco, il più naturale dei giochi.

Sulla marciapiede stazionava lei. Un impermeabile chiaro sopra gli indumenti da "lavoro" che lasciavano spazio a parecchia immaginazione. Ma quella era pagamento, la felicità, intendo. E non lo avrebbe fatto per gioco. Eppure aveva capelli di seta e lineamenti ricamati. Il volto affilato, due occhi che sapevano. Il tipo dell’artista o della maestrina progressista. Che diavolo ci faceva sul marciapiede?

La voce no. La voce si sforzava di essere giusta. Uscì come carta vetrata dalla bocca ricamata.

"Mi dispiace dolcezza, ma non è il mio genere", stavo per dire. Ma la mia testa a volte si muove da sola e fece sì. Non so perché…

Per cinquanta metri la seguii in silenzio come un cagnolino. Fissavo i suoi tacchi picchiare acuti sull’asfalto. Fino a un posto con un nome di poca fantasia, Christal Hotel.

Ci ritrovammo davanti ad una specie di gufo ricoperto di brillantina. Lo immaginavo di giorno addormentato su una trave.

Sì, la conosceva bene. Saliva due scalini alla volta. Le sue gambe sparivano e riapparivano in un gioco nebbioso dove le ombre avevano la meglio sull’incerta luce di una lampadina. Una sola per tutta la scala.

Arrivammo in un cubo di luce verde, quasi interamente occupato da un letto.

Il letto cigolò, aprii con fatica la finestra e quando mi voltai lei era lì, distesa in una posa che voleva essere invitante, ma con poca fantasia.

- Guarda che anche se non hai più voglia, i trenta dollari me li dai lo stesso.

Misi i soldi sul letto e mi avvicinai alla porta.

Probabilmente era davvero una maestra. Sapeva come prendere i bambini difficili come il sottoscritto. Dannazione se lo sapeva!

Sapeva di un sacco di cose Vanessa. Un gentleman non può essere più preciso. Ricordo solo che per trenta secondi provai un brivido di vero amore per lei. Per trenta secondi mi sentii amato.

Trenta minuti d’amore. Uno per dollaro. Ma a questo pensai dopo.

Mentre mi stavo rivestendo vide la pistola.

Conosco bene sorella paura. Fa sempre un certo disegno sulla faccia della gente. Negli occhi di Vanessa c’era quel disegno.

Insistere non è educazione, ma c’era un sistema per saperne di più: non perderla di vista.

Tornai al bar di Moe e l’ubriaco era sempre lì.

Forse mi aveva aspettato, quel vecchio, e continuava a parlare. Ma io non lo ascoltavo. Guardavo fuori, verso l’angolo di Vanessa. E neanche circa mezz’ora dopo, eccoli lì: alti, duri, capelli corti. Voci storte. Non erano di sicuro Bambini di Dio. Ecco di cosa aveva paura.

Uscii in fretta dal locale e riuscii a sentire una parte del dialogo.

Trenta minuti d’amore, uno per dollaro. Ma in fondo per me era più che sufficiente. Salii in auto e li seguii. E non fu difficile. Arrivammo ai giardini di Irvin Square. C’era un tipo dannatamente lungo ad attenderli. Vanessa gli dette una busta. Riconobbi subito l’allampanata sagoma di Frank Pugliese, detto "L’Elegante". Frankie aveva sempre avuto due hobby. Gestire bische e recitare la parte di uomo d’onore.

- Bene! Sei stata di parola: il debito ora è saldato…portate l’ometto.

L’ometto scese dalla macchina massaggiandosi i polsi. Poteva avere trenta come cinquant’anni.

Vanessa si volse verso di lui di scatto.

Pugliese sorrise di sbieco

Nessuna reazione da parte di Lenny. Ma non era sangue freddo, nè coraggio, nè cinismo. Era assoluta mancanza di vita, totale apatia.

Accesi una sigaretta e parlai, uscendo dal buio.

I due scagnozzi si avvicinarono minacciosi con i coltelli in mano.

Si avvicinò a me e ci guardammo ad occhi stretti per dieci secondi, poi un sorriso lieve gli increspò le labbra. Centro pieno a toccare quel tasto. Frankie aveva l’hobby dell’onore.

Si avvicinò a Vanessa e le preso il mento tra le mani.

Si rivolse verso di me.

Forse stavo esagerando. Ma che sarebbe la vita senza un po’ d’avventura? Frankie questa volta non sorrise.

L’auto se ne andò con un urlo rabbioso come una scarica di mitra. Vanessa e Lenny erano più immobili degli alberi. Quando la notte inghiottì definitivamente il rombo del motore, Lenny mi tossicchiò qualche parola di ringraziamento, senza preoccuparsi molto di sapere chi fossi.

La sua andatura era priva di scosse, piatta come l’encefalogramma di un un cadavere. I suoi occhi bianchi non avevano domande da fare.

Non potevo prenderlo a pugni. Non c’era nulla di arrogante in lui, nulla da abbattere.

Mi voltò le spalle e si allontanò.

Scomparve lentamente. Le sue scarpe non facevano nessun rumore sulla ghiaia dei giardini. Non la teneva con la forza, qualcos’altro li univa. Una foglia passò volteggiando vicino a Vanessa accarezzandogli i capelli. Lei la fissò mentre si posava per terra. La mia voce uscì stupida.

Ci abbracciammo. Ancora qualche secondo d’amore. Ma questa volta senza brivido. Posò appena le sue labbra sulle mie. Era un saluto.

Era inutile pensare. Era inutile parlare, giudicare, consolare. Anche il mio silenzio era inutile mentre la riaccompagnai.

Scese dall’auto e andò a sistemarsi al solito angolo. Tutto come prima, tutto al suo posto. Come Ieri, come domani.

Rientrai nel bar di Moe. Il nonno era sempre lì, ma non parlava più. Avrei voluto che lo facesse. Tutto quel silenzio mi infastidiva. Invece si alzò di scatto e guadagnò l’uscita con una velocità insospettabile.

Una sirena antiaerea comiciò ad urlare nel mio cervello e mi precipitai fuori dal bar. Vidi l’uomo fermo davanti a Vanessa e mi avvicinai piano per sentire i loro discorsi.

Lei rimase lì, sull’angolo, lui si allontanò barcollando rasente i muri.

Tutto come prima. Ancora tutto a posto. Anche Vanessa. All’orizzonte le prime luci promettevano un nuovo, inutile, immobile, disperato giorno. Come ieri, come domani.

(1982)



last modify 31/03/01