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ARGENTINA

Buenos Aires fra crisi e “cacerolazos”

Un viaggio da Buenos Aires ad Ushuaia, la fine del mondo nella Terra del Fuoco, lungo la leggendaria Ruta Cuarenta, che scorre per qualche migliaio di chilometri parallela alle Ande. Incontrando personaggi che potrebbero essere usciti dai libri di Osvaldo Soriano. Facendosi ammaliare dalle bellezze naturali della Patagonia. Scoprendo le molteplici storie dell'immigrazione europea in Argentina. Vedendo come anche i nazisti vi trovarono rifugio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ascoltando le vicissitudini delle rivendicazioni contro i latifondisti dell'estremo sud. L'idea è affascinante. Ma intraprendere il viaggio in un momento come quello che sta vivendo l'Argentina in questi mesi ha un sapore molto amaro. La gravissima crisi economica si fa pesantemente sentire ad ogni latitudine.

E' un venerdì sera qualsiasi di questi mesi in Plaza de Mayo, resa famosa per le proteste delle madri dei desaparecidos che, nell'indifferenza generale, da 25 anni continuano silenziosamente contro tutto e contro tutti ogni giovedì pomeriggio. Avvicinandosi alla storica piazza il fermento è palpabile. E soprattutto il rumore inizia a farsi assordante: tutti i partecipanti battono insistentemente sulla propria cacerola, la pentola che quasi per caso è diventata simbolo di questa protesta di massa. Cartelli vari, scherzosi o meno, fumogeni. Risuona fortissimo il grido che è diventato una specie di inno della protesta: “Que se vayan todos!” (Che se ne vadano tutti). Purtroppo però non si vedono spiragli per il futuro, né esiste un'alternativa politica ai todos che se ne dovrebbero andare.

Per l'Argentina sono stati decenni difficili. Prima una lunga e terribile dittatura militare (1976-1984) appoggiata dagli Stati Uniti, che pur dichiarandosi ora contro il terrorismo, orchestrarono tutte le più o meno feroci tirannie a sud del Rio Grande negli anni '70-'80. Le ferite di quel periodo non si sono mai rimarginate, soprattutto per i 30mila desaparecidos e le altre decine di migliaia di persone che sono state costrette all'esilio. La transizione “democratica” di Raùl Alfonsin fu economicamente disastrosa con un'iperinflazione che provocava l'aggiornamento orario dei prezzi. Arrivò poi l'epoca di Carlos Menem, inaugurata con l'indulto concesso agli assassini. I dieci anni di menemismo sono stati una festa che ora si sta pagando: durante quel periodo il paese è stato svenduto (pardon, privatizzato) agli amici del potere. L'invenzione del ministro dell'economia Domingo Cavallo, la parità 1 dollaro per 1 peso, evidentemente fittizia, è resistita fino allo scorso gennaio. Parte della classe media attraversò così un periodo di illusione potendo comprare case, automobili, vacanze a cambiali, in quel momento possibili vista l'artificiosa ma prolungata stabilità economica.

Eccoci a Plaza de Mayo. Tra le migliaia di persone. Andrés, 29 anni, del sobborgo di Quilmes, analista informatico per Mastercard. Già da un paio d'ora batte quasi meccanicamente sulla sua cacerola. Si trova proprio davanti alla Casa Rosada, la sede del governo argentino, con una fila di poliziotti a pochi metri, calmi ma schierati in assetto di guerra. “Avevo 50 mila dollari in banca – racconta come se fosse la cosa più normale del mondo – ed ora ne perderò una buona parte”. Andrés è solo una delle centinaia di migliaia di persone truffate. All'inizio di dicembre, visto chi i risparmiatori dell'intero paese erano in apprensione, tutte le banche argentine per decreto del governo congelarono i risparmi. Grazie al cosiddetto corralito (piccolo recinto), nessuno ora è autorizzato a ritirare soldi dal proprio conto se non in modica quantità calcolata in base a una serie di parametri. Non serve spiegare come sia successo che migliaia di milioni di dollari (veri, non finti pesos) siano finiti rapidamente all'estero grazie alle suddette banche. Secondo i precetti del corralito il denaro verrebbe restituito a rate (sic) in qualche anni, ma in pesos ed alla quotazione di 1,40, mentre da quando è stato aperto il cambio libero il dollaro è rapidamente aumentato raggiungendo ormai 4 pesos.

Dalla fine dell'anno scorso gli avvenimenti hanno preso un corso singolare, succedendosi rapidamente in un incontrollabile effetto a catena. Cinque presidenti in una decina di giorni. Il primo dei quali, Fernando De la Rùa, in attesa di giudizio per aver mandato la polizia a sparare contro i manifestanti il tragico 20 dicembre scorso. Il bilancio: 5 morti in piazza e 27 in totale nelle susseguenti manifestazioni nell'intero paese. Gli altri tre successivi presidenti hanno dovuto dimettersi sull'onda delle proteste fino a che il Congresso ha letto Eduardo Duhalde, che dovrebbe restare al potere fino alle elezioni del prossimo anno. Nel frattempo le conseguenze della crisi sono terribili. I disoccupati crescono al ritmo di 200 mila unità al mese. Negli ospedali manca di tutto. Forti sono i rincari sui prezzi di tutte le merci importate, mentre i salari rimangono invariati, se non sono addirittura diminuiti. Le pensioni sono infime, l'equivalente di 50 euro mensili, e scendono progressivamente.

Per pagare salari, pensioni e debiti i governi delle Province federali e quello Centrale hanno iniziato ad emettere dei buoni a termine, chiamati Patacones e Lecop, che ammontano ormai ad un terzo della moneta circolante. La gente non ha soldi da spendere, per cui le compravendite di qualsiasi merce sono diminuite sensibilmente. In molti quartieri si sono organizzati grandi spazi in cui migliaia di persone intervengono ogni giorno per barattare oggetti e servizi. Nella Gran Buenos Aires, una regione in cui vivono più di dodici milioni di persone (un terzo del paese), ormai più della metà della fascia povera della popolazione. Sì, perché questa crisi ha impoverito soprattutto la classe media, quella che prima poteva permettersi anche acquisti e vacanze.

Dopo l'entusiasmo dei primi mesi, la protesta dei cacerolazos ha gradualmente perso forza e incisività. L'unica soluzione è scappare all'estero al più presto. Soprattutto per chi possiede passaporti di altri paesi, come le migliaia di persone che hanno la cittadinanza italiana essendo figli di discendenti. Si compie così il processo, peraltro iniziato già da tempo, di emigrazione al contrario: i discendenti degli italiani fuggiti dalla miseria verso l'Argentina intraprendono ora il cammino inverso vero la terra dei propri avi.

Alessandro Gori – L'UNITA' – 03/08/2002



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