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MUSICA

Ma quale tv, Arigliano sing o' jazz

Altri tempi quelli in cui sulla tv di Stato, prima di andarsene a letto, l'appuntamento, cascasse il mondo, era col Carosello. Con un gentiluomo che cantava Il pinguino innamorato, I sing ammore, Permettete signorina e faceva strambi sketch nei panni di uno scommettitore sfortunato che ogni sera perdeva e doveva pagare la cena a tutti, per l'esorbitante cifra di diecimila lire: “Digestivo Antonetto io non discuto, scommetto”, era il motto che sanno tutti. Oggi quel Nicola Arigliano, Pasquale per gli amici, quel “brutto che canta o'jazz”, sta vivendo una terza giovinezza. Qualche anno fa il ritorno, una manciata di nuovi dischi e la vittoria al premio Tenco. Oggi un nuovo cd dal vivo di standard americani (My name is Pasquale), un mini tour che toccherà Roma il 24, Salerno il 31e Ciampino il 15 febbraio e un fiume di parole. E' spiazzante incontrarlo: un quasi ottantenne vitale come un ragazzino che prima di qualsiasi convenevole ti incalza con un entusiasmo travolgente tempestandoti di domande. E su cosa? Sul cibo: “Cara! Dammi del tu, mi raccomando. Mangiato bene oggi? Cosa? Primo e secondo?”.

E' un vero salutista, lei, l'opposto della mitologia del jazzista...

Male, non devono farlo, non serve alla creatività...

La sua creatività, agli esordi, è stata stimolata da qualche maestro?

La mia prima insegnante è stata mia madre, che a me e ai miei fratelli ci ha introdotto alla musica, alla teoria e al solfeggio. E questo è stato importantissimo. A 11 anni me ne sono scappato a Milano e lì ho continuato a studiare per poi suonare con gruppetti fin dagli anni '40. Il bello è che con la musica riuscivo anche a campare. Sarà perché campavo con poco. Ho avuto sempre poche esigenze, a tavola come nella vita. Uno stile sobrio.

Il suo volto è legato alla pubblicità dell'amaro Antonetto, che, con il Carosello, ha significato un pezzo di storia della televisione italiana.

Ho poco da dire sulla tv perché non la guardo quasi mai. Ciò che mi interessa è la musica. Quando ho tempo ascolto Giovanni Sebastiano Bach, Vivaldi, la radio. E per informarmi al mattino accendo Radio3, ascolto la sinfonica e mi faccio raccontare come va il mondo dal programma Prima Pagina. Bellissimo.

Alla fine degli anni Sessanta lei si è defilato dicendo di “essere stanco di essere di tutti in ogni momento”. E oggi come la mettiamo?

Con quella frase di allora mi riferivo ai caroselli. Fare 27 anni di pubblicità ha significato entrare nelle case della gente. Alla fine mi sono scocciato, troppa esposizione. Non ne potevo più di quel personaggio e ho detto basta.

Da ragazzo ha viaggiato parecchio. Ha persino suonato a Newport...

Sì, me ne sono andato in America per sei mesi, avevo meno di 18 anni e ancora dovevo fare il militare. Allora avevo gran voglia di scoprire cosa si suonava dall'altra parte dell'oceano. Me ne giravo come un vagabondo, da New York a Boston, dove ho visto i più grandi jazzisti del periodo. Non mi dimenticherò mai Nat King Cole con il suo trio.

A proposito d'America. Lei è spesso è apostrofato con la parola “crooner”. Le calza?

E' un peccato che dobbiamo usare sempre le parole che non sono della nostra lingua. Faccio swing e jazz, ma mi piace che mi chiamino “intrattenitore”. Sintetizza esattamente ciò che sono. Quando salgo su un palco, non si tratta solo di musica, ma di comunicazione in tutti i sensi.

Nell'ultimo disco però comunica quasi esclusivamente in inglese, con grandi classici come “Ain't she sweet” o “Georgia in my mind”...

Ci divertiamo, io e il mio trio che chiamo scherzosamente “trio Pernacchia” a fare queste cose. Ora la band conta sette, otto, nove musicisti, dipende dai momenti. E anche le canzoni dipendono dai momenti perché facciamo tutto in assoluta estemporaneità. E poi tra poco arriveranno anche le canzoni in italiano. Stiamo preparando un disco arrangiato da Giulio Libano e con una grande orchestra, tutto di canzoni popolari degli anni Trenta come Bombolo, lo ricordate?

Visto che l'appuntamento incombe, che ricordo ha della sua partecipazione a Sanremo?

Ah, ci sono stato nel 1964 del secolo scorso, è il caso di sottolinearlo. L'ho fatto solo perché la mia etichetta di allora, la Columbia insistette. Ma non ho accettato di fare una di quelle canzoni classiche da Sanremo, non è affar mio quella roba lì. Gli ho detto: io accetto ma solo cantando un testo grottesco. E sono andato a cantare: “Venti chilometri al giorno, dieci all'andata, dieci al ritorno...per poi sentirmi dire che non hai voglia di uscire”. Solo in quel modo, nel mio modo, potevo partecipare. E' tutt'oggi in tanti se la ricordano quella canzoncina.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 21/01/3003

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