BRUNO ARPAIA

Il Secolo XIX – 11/07/2001

La vera sfida? Abbandonare l'illusione della totalità



La globalizzazione non è innocente. “E' un fenomeno vecchio come l'umanità”, osserva qualcuno. “Nasce con Cristoforo Colombo e le sue caravelle”, sostengono altri.

E va bene, d'accordo. Ma ciò che pochi dicono è che “questa” globalizzazione , quella in cui siamo immersi e con cui quotidianamente facciamo i conti, poteva nascere solo nordovest del mondo, nel nostro Occidente, partorita dalle nostre mitologie più segrete. Ogni società, dalla più arcaica alla più articolata, è infatti come un palazzo costruito su fondamenta invisibili, su princìpi non detti e spesso indicibili, dati per ovvi e autoevidenti. Le nostre mitologie, solo apparentemente più complesse della fede negli oracoli o della credenza di uno scambio continuo fra i vivi e i morti delle tribù africane o amazzoniche, si chiama modernità, progresso, individuo, mercato, competizione.

Concetti che tutti danno per scontati ed eterni, ma che in realtà sono culturalmente e storicamente determinati, il marchio di fabbrica delle nostre società avanzate, trasformati però in Verbo, in Racconto Unico della storia e del futuro, dall'universalismo illuminista che ha accompagnato liberali e marxisti. In realtà, l'individuo astratto, spogliato di ogni natura e di ogni memoria, l'individuo che procede lungo la linea rettilinea del progresso verso un futuro sempre migliore del passato, “libero” da ogni legame sociale che lo intralci nella sua competizione sul mercato, l'individuo che rincorre la modernità e la novità a tutti i costi, l'individuo dei filosofi del Settecento, quell'individuo, quell'Io straripante, è bene dirlo, non è mai esistito.

All'origine dell'uomo, infatti, c'è già il legame sociale: come scrive Roberto Esposito, “non esistono individui fuori dal loro essere in un mondo comune. L'esistenza non può essere declinata che alla prima persona plurale: noi siamo”. E' vero: dentro di sé, quella nozione di individuo cova grandi germi di libertà. Eppure nessuno può negare che, arrivati al capolinea della modernità, oggi ci ritroviamo paradossalmente soli in mezzo alla massa, percorsi da passioni fredde e subito consumate, da un disagio che non sappiamo nominare, bruciati da una ferita, dalla mancanza di un destino o di un progetto collettivo, privi della possibilità di dire “noi”, annichiliti di fronte a una società che ci condanna a essere “soltanto” individui anche contro la nostra volontà e il nostro desiderio.

Cosa ci è successo? Cos'è che ha provocato questa vittoria senza residui del Grande Racconto della modernità occidentale? Com'è che ci ritroviamo così soli in un mondo in cui (lo dice un rapporto della Cia, mica Luca Casarini) la breccia tra ricchi e poveri si allarga sempre di più? Com'è che le nostre democrazie (lo dice Gorbaciov, mica Bertinotti) sono “sempre più vuote di contenuto”? Com'è che il 65 per cento degli abitanti del pianeta, del pianeta globalizzato e interconnesso, non ha mai, mai, fatto neppure una telefonata? Forse, se qualcosa di veramente nuovo accompagna la globalizzazione del XXI secolo, è proprio la scomparsa dello spazio e del tempo. Grazie a Internet e alle telecomunicazioni, noi occidentali viviamo ormai , come afferma Paul Virilio, in una invisibile metacittà mondiale, simile al Dio di Pascal, una sfera il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte. Altro che “fine della storia”: è la fine della geografia. Quanto al tempo, si è ridotto al “tempo reale”, a un eterno presente che ci ha privato di colpo sia del passato sia del futuro. Viviamo appiattiti sull'istante, senza più sapere né dove andiamo né da dove veniamo.

E' per questo che l'unico racconto che oggi attecchisce e domina è quello della civiltà che ha partorito questa deformazione del tempo e dello spazio. Ed è per questo che oggi la letteratura ha un ruolo centrale. Perché per raccontare storie bisogna avere passato, memoria ed esperienza alle spalle; ma bisogna anche poter guardare avanti, verso un qualunque futuro. Raccontare storie, dunque, significa in qualche modo riappropriarsi del tempo, soprattutto di quello che ci viene negato; significa allargare le maglie della realtà, affermare che questo non è l'unico mondo possibile, che ci sono altri universi da abitare: non necessariamente migliori del nostro, ma comunque immaginabili. Non si tratta di essere stupidamente antioccidentali. Dentro questa tradizione culturale siamo nati e questo è lo scenario in cui vivremo le nostre vite. Ma ciò non vuol dire diventare a nostra volta fondamentalisti della modernità, credere alla superiorità della nostra cultura o addirittura alla missione e alla necessità di imporla a tutti i costi agli altri.

Il “fardello dell'uomo bianco” si è già rivelato pieno di disastri. Forse, come scrive Franco Cassano, “le risposte più equilibrate alle sfide del futuro non verranno dall'esportazione illimitata e distruttiva dell'occidente, ma dall'equilibrio tra il suo contributo e quello delle culture del sud e dell'est”. Forse è solo salvaguardando e alimentando le differenze, contribuendo a mescolare e non inseguendo un'impossibile purezza, che si può intravedere una salvezza per il secolo da poco inaugurato. Forse ha ragione lo scrittore messicano Carlos Fuentes, che nel suo ultimo romanzo mette in bocca a un suo personaggio delle parole su cui varrà la pena di riflettere: “Bisogna cambiare la vita”, diceva Rimbaud. Bisogna cambiare il mondo,diceva Marx. Sbagliano tutti e due. Bisogna pluralizzare il mondo. Bisogna abbandonare l'illusione romantica che l'umanità sarà felice solo se ritrova l'unità perduta. Bisogna abbandonare l'illusione della totalità. Lo dice la parola, c'è solo un passo fra il desiderio di totalità e la realtà totalitaria”.

Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 11/07/2001

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