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Bruno Arpaia

IL SECOLO XIX –
30/09/2001

A (s)proposito di superiorità

L'offensiva è iniziata, e forse era inevitabile. Un'offensiva che non è nemmeno sotterranea o subdola, bensì veemente e sfacciata. Non parlo di quella militare, ma di un'altra, a lungo termine perfino più preoccupante. Sulle colonne del Corriere della Sera, infatti, il professor Angelo Panebianco, ha esortato a gran voce l'Occidente a sconfiggere la “quinta colonna” di Bin Laden: il nostro stesso “relativismo culturale”, che sarebbe una “degenerazione del principio di tolleranza inscritto nella democrazia liberale”.

Altri, come Berlusconi a Berlino, dichiarano senza l'ombra di cautela che la nostra civiltà è superiore a tutte le altre, che siamo destinati a conquistare i popoli “rimasti fermi a 1400 anni fa”, che “c'è una singolare coincidenza fra le azioni dei fondamentalisti islamici e quelle del movimento antiglobalizzazione”. Professori e presidenti del Consiglio, però, dimenticano o ignorano che l'aereo che li ha portati nella capitale tedesca o il computer con il quale hanno scritto e trasmesso il loro articolo funzionano grazie a un'invenzione araba di circa 1400 anni fa, l'algebra, e che dobbiamo ai copisti e traduttori musulmani la possibilità di leggere ancora oggi Aristotele.

Dimenticano o ignorano che, un po' dopo quella fatidica data, mentre nel resto d'Europa perfino i sovrani vivevano in lugubri e inospitali castelli, circondati da nobili il cui unico interesse era rappresentato dalla guerra, a El Andalus, nella parte meridionale della Spagna conquistata dai “Mori”, scienziati, filosofi e poeti cristiani, musulmani e arabi vivevano in pace in un'epoca fra le più civili, tolleranti e rigogliose della Storia.

Dimenticano o ignorano, Panebianco e Berlusconi, che, come hanno già fatto notare Gianni Vattimo e Michele Serra, gli orrori a cui anche l'Occidente ha dato vita non dipendono dal relativismo culturale, ma esattamente dal suo opposto, vale a dire dalla fede cieca nella superiorità della nostra cultura, quando non addirittura della nostra “razza”: Hitler non portava il turbante o la kefiah.

Ma, soprattutto, Penebianco e Berlusconi, fingono di non rendersi conto della contraddizione insanabile di cui sono prede: rivendicano la primazia occidentale in nome di una democrazia e di un diritto che implicitamente poi negano, parlando con toni da guerra santa che suonerebbero più adeguati in bocca ai talibani. Del resto, è qui, sulla questione del diritto e della giustizia, che si gioca il futuro del mondo. La globalizzazione, infatti, non può basarsi solo sull'espansione dei mercati, ma deve anche riconoscere una legittima aspirazione al godimento mondiale ed egualitario dei diritti civili, sociali e politici di cui noi occidentali siamo tanti fieri. Una risposta difendibile, giustificabile, e soprattutto utile, all'orrore dell'11 settembre deve perciò sposarsi con i nostri principi basilari, altrimenti ci renderemmo uguali ai terroristi. Se, insomma, si afferma che gli attentati alle Torri gemelle sono atti contro la Democrazia, bisogna contestualmente ricordare che essa implica il rispetto della legge, di forme, procedure e regole certe. Altrimenti, invece di una stabile sicurezza giuridica, saremo sempre in bàlia di una precaria sicurezza imperiale, dettata via via da questa o quella iperpotenza.

Ma quale legge, quale diritto applicare oggi? La teologia spagnola del XVII secolo aveva inventato il diritto delle genti, sostituito nell'Ottocento dal diritto internazionale, che stabiliva norme per “regolare” i conflitti, obbligando, per esempio, a rispettare i prigionieri o la popolazione civile. Oggi, di fronte a una guerra che non ha più confini, una guerra totale che sembra farsi beffe di qualunque codice, il diritto internazionale sembra aver esaudito la sua funzione e la sua applicabilità. Che fare, allora? Uno strumento, forse, ci sarebbe: quel Tribunale penale internazionale, il cui Statuto è stato approvato nel 1998, ma che gli Stati Uniti e la Russia si rifiutano pervicacemente di ratificare. Nulla di meglio di una istituzione internazionale, di un giudice terzo legittimato da tutti i paesi del mondo, per punire (o autorizzare a punire) criminali planetari come Pinochet o Bin Laden, senza alimentare nuove crociate o campagne d'odio fra le civiltà.

E forse, nel momento in cui sia Putin sia Bush hanno un disperato bisogno di allargare le loro alleanze, l'Unione europea potrebbe ritrovare una capacità di iniziativa politica autonoma, facendo le opportune pressioni perché quello strumento di giustizia internazionale entri finalmente in funzione. Magari è poco. Ma poco, in questi tempi bui che ci è toccato vivere, è già meglio di niente. Meglio che ritornare a Hobbes, all'homo homini lupus, alla guerra di tutti contro tutti.

Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 30/09/2001

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