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Bruno Arpaia

IL SECOLO XIX –
11/11/2001

Ecco perché Pinocchio ci può aiutare a vivere

I moralisti di casa nostra non si erano lasciati sfuggire l'occasione. “Quando “La vita è bella” era uscito nelle sale italiane, in molti avevano sentenziato che non si poteva ridere o sorridere sull'Olocausto e sui lager nazisti. Vietato, sacrilegio. Benigni condannato, dunque. Come se, il più delle volte, non fossero stati il riso e il sorriso a dare ai pochi che sono usciti vivi da Auschwitz o da Dachau la forza di resistere all'orrore. Come se, nelle nostre vite, la tragedia e la commedia non andassero sempre a braccetto, non fossero i due capi di uno stesso spago.

Adesso Benigni sta finendo di girare il suo Pinocchio, e già li senti mormorare, i moralisti, i critici: ma come, proprio adesso? Dopo il massacro del Word Trade Center, la guerra e tutto il resto, era davvero il caso di mettere in scena il burattino più mentitore e avventuroso del mondo, il simbolo del gioco, dell'incoscienza e dell'allegria sfrenata.

Sì, era il caso. Primo: perché fa sempre bene ridere, perfino di Bin Laden. Una risata lo seppellirà.

Secondo: perché anche attraverso una battuta azzardata, una scarica sanguigna di humour nero, possiamo finalmente ritrovare una certa confidenza con la morte: quella confidenza che abbiamo perduto, preferendo invece rimuovere il nostro limite ultimo, allontanarlo sempre più dalla nostra vista e dai nostri pensieri, salvo poi ritrovarci del tutto spiazzati quando, in varie forme, ce lo ritroviamo immancabilmente davanti.

Terzo: perché non è poi così vero che Pinocchio sia solo gioco, innocenza aurorale, spensieratezza, incanto, sogno, superficie. Il burattino di Collodi, infatti, è un concentrato di simboli, un vero e proprio labirinto di suggestioni e di temi in cui è facilissimo perdersi. Tanto è vero che ha dato origine a centinaia di interpretazioni, tutte diverse e tutte con una propria coerenza e con qualche fondamento. Calvino ha addirittura parlato dell'avventuroso “potere genetico” di Pinocchio, capace di toccare le corde più nascoste del nostro immaginario e di generare così altre infinite associazioni.

Ma c'è chi si è spinto ancora oltre, come il poeta Mariano Bàino, autore di un bel volume di versi dal titolo Pinocchio (moviole). Cosa sostiene Bàino? Che il “tema profondo” del libro di Collodi sia addirittura “la corsa verso la morte”.

La prova? Nella prima stesura del romanza, il povero Pinocchio finiva impiccato dal Gatto e dalla Volpe nel capitolo XXXVI, e lì moriva. Moriva sul serio, per davvero, appeso a un albero. Altro che libro educativo, insopportabilmente pedagogico. Era un racconto noir, crudele. Soltanto che a quel punto migliaia di bambini scrissero tante letterine di protesta all'editore: lo volevano ancora vivo e vegeto, il loro burattino. Così, a suon di anticipi, l'editore convinse Collodi a resuscitare Pinocchio e a continuare il libro.

Ma la sostanza, in fondo, non è cambiata: tutti noi, come Pinocchio, corriamo verso la morte, ed è inutile far finta che non sia così. Eppure, proprio per questo, bisogna prenderla un po' come Pinocchio, la vita: con allegria, inseguendo testardamente i sogni e le passioni, eppure allo stesso tempo dialogando con il nostro limite, facendoci continuamente i conti. Lo ha detto benissimo Benigni: “In Pinocchio c'è la magia, il divertimento e anche la crudeltà, tutta la gioia di vivere e la tragedia. Pinocchio è Don Chisciotte, Faust, Amleto, e c'è anche Edipo. Riguarda tutti noi, fa ridere e fa piangere, fa venire voglia di abbracciare il mondo”. Anche di questi tempi, insomma, Pinocchio ci può aiutare a vivere.

Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 11/11/2001

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