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Bruno Arpaia

IL SECOLO XIX –
23/12/2001

Il fantasma della dittatura

“Quand'è che questo Paese ha cominciato ad andare in malora?”, si chiedeva ripetutamente Zavalita, il protagonista di un bellissimo romanzo del 1969 di Mario Vargas Llosa. Si riferiva al Perù, ovviamente. Ma noi, oggi, siamo qui a farci le stesse domande a proposito dell'Argentina. Com'è possibile che una delle nazioni più avanzate e più ricche di materie prime sia caduta così a precipizio nella bancarotta, nella violenza e nel caos, rischiando di contagiare, in virtù dell'”effetto domino”, l'intera economia planetaria? Com'è possibile che venga percorsa da orde di affamati che saccheggiano negozi e supermercati, sfidando lo stato d'assedio e le pallottole della polizia, lasciando decine di morti sul selciato?

Per rispondere, non è nemmeno necessario risalire all'orrore e alle ferite mai risanate della dittatura militare, ai morti e ai desaparecidos, a una generazione intera fatta scomparire nel nulla e che non ha mai potuto diventare classe dirigente.

Già cinque, sei anni fa, bastava camminare per le strade di Buenos Aires per accorgersi che qualcosa non andava. Una delle città più belle del mondo era stata ridotta a una rovina smangiata e abbandonata all'incuria, affollata da decine di migliaia di nuovi poveri, mentre il costo della vita, a causa della dollarizzazione forzosa, era altissimo perfino per i più agiati turisti europei.

Il corrottissimo Menem e il famigerato Domingo Cavallo, tanto osannato dai liberisti di tutto il pianeta, avevano privatizzato tutto il privatizzabile, perfino i cimiteri. Risultato: un secondo genocidio, quello della classe media, una volta solida e numerosa. Impiegati, professori, medici, giornalisti, giudici erano ormai ridotti a fare i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena, senza godere più di alcun aiuto da parte di uno Stato sociale completamente smantellato.

Poi venne la svalutazione della moneta brasiliana, paese verso cui si rivolgeva il settanta per cento delle esportazioni argentine; poi venne il Fondo Monetario internazionale a pretendere che i poveri vecchi e nuovi, i saccheggiati, continuassero a stringere la cinghia, riducendo al lumicino il mercato e la domanda interni; poi venne il presidente De la Rua, dimostrazione vivente del fatto che all'inettitudine dei politici non c'è mai limite.

In un sublime paradosso degno del miglior Borges, infine, il “progressista” De la Rua ha perfino chiamato Domingo Cavallo, il responsabile del disastro, a risolvere la tragedia che lui stesso aveva provocato.

Adesso i saccheggiati saccheggiano gli avanzi della grande abbuffato. Dopo due anni di permanenza al potere, il governo di De la Rua ha perso ogni legittimità e, quel che è peggio, ha provocato la caduta di ogni principio d'autorità, come dimostrano gli assalti al Parlamento e alle case dei politici di queste ore.

Già nel 1989, in epoca di iperinflazione, l'Argentina fu scossa da saccheggi e scontri di piazza che provocarono decine di morti e feriti. Allora, però, c'era almeno la speranza che le cose potessero cambiare con il nuovo presidente peronista Carlos Menem. Dodici anni dopo, nessuno intravede una possibile alternativa, il futuro è tessuto solo di incertezza. Si sa soltanto che il neoliberismo e il Fondo monetario hanno fallito ancora una volta la prova, causando danni, miseria e lutti.

Adesso, dopo le dimissioni di Cavallo e del gabinetto, la nomina del presidente provvisorio Adolfo Rodriguez Saa e la convocazione delle elezioni per il 3 marzo sono l'ultima fragile zattera per impedire che, nel vuoto lasciato dalla politica, torni a sentirsi il rumore delle catene portate a spasso dal fantasma della dittatura militare.

Povera Argentina. E poveri noi, che non siamo più così lontani dalle acque limacciose del Rio de la Plata.

Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 23/12/2001

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