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Bruno Arpaia

Il peso del dolore

Una dopo l'altra, accolte da un applauso, ventinove bare ricoperte di fiori vengono depositate a terra sotto un tendone. Escono dalla palestra di un brutto edificio bianco piantato come un'astronave aliena in mezzo alle colline del Molise, sotto un cielo crudelmente azzurro di una domenica tristissima, portate a spalla dai militari, vigili del fuoco, carabinieri, guardie di finanza, volontari, con le facce ancora tirate della fatica di chi ha scavato, piantato tende, rimosso macerie per tre giorni e tre notti.

Traballano, le bare, mentre avanzano. Pesano di dolore. Dietro di loro, i padri, i padri e le madri non le guardano: i loro occhi gonfi fissano nel vuoto, si posano su una fotografia, su un fiore, su un bullone, su qualunque particolare che serva ad alleggerire almeno per un istante quel peso insopportabile. E tutta l'Italia è lì con loro, sotto quel cielo, sotto quel tendone, sotto quel peso, perché quelle ventinove bare non custodiscono ventinove morti, ma la morte.

Don Antonio Machado lo sapeva: “E giacendo battè con duro colpo, solenne, nel silenzio”, scrisse. “Il colpo di una bara a terra è cosa perfettamente seria”. Ma oggi c'è di più, di peggio. Ventisei di quelle bare sono bianche, nascondono i corpi di bambini che non potranno mai diventare “vecchi e sazi di giorni” come Giobbe. Chi è genitore sa bene che si diventa davvero padri e madri solo quando si sente che la vita di un figlio conta più della propria. Per questo il loro strazio è senza rimedio, per questo un terremoto che sarebbe stato uno dei tanti, uno di quelli che avremmo fatto perfino fatica a ricordare, diventa il nostro specchio indicibile, l'urlo di chi non sa e non vuole arrendersi al destino già in agguato, alla cupa visione di genitori che seppelliscono i figli dell'ingarbugliamento di quelle che ci sembrano leggi naturali. Perciò tutta l'Italia e lì, a riflettere sul tempo che ha dato un giro di vite inatteso, che ha stretto i cordoni della sua borsa in modo ingiusto, troppo ingiusto. E non importa se l'ingiustizia è stata opera degli uomini o di Dio.

Certo, c'è il rito funebre, che come tutti i riti serve a rassicurarci grazie alla ripetizione degli stessi gesti sempre uguali, aiuta a fare scorrere di nuovo il tempo secondo i ritmi che noi riconosciamo, a strapparci dal buco nero di quei pochi secondi di quattro giorni fa alla scuola Jovine. Certo, ci sono i sei vescovi che avanzano con le mani giunte tra i feretri allineati, ci sono i turiboli che si agitano spargendo incenso, ci sono, per i credenti, le parole di San Paolo che invitano a considerare le sofferenze terrene come una porta per partecipare alla gloria del Signore, c'è il Vangelo di Marco, cantato come una trenodia, che ci parla della Resurrezione. Ma ci sono anche le urla di una madre in sottofondo, c'è il presidente Ciampi che fissa compunto ed emozionato una donna che piange su una sedia proprio accanto a lui, c'è la mamma di Luigi che quasi strappa la parola al nunzio apostolico per chiedere con voce rotta che nessuna madre e nessun padre siano più costretti a piangere così i propri figli.

E ci sono quei nomi, Michela, Antonio, Luca, Melisa, sgranati dal vescovo per chiedere a Dio di non dimenticarli, Gianni, Martina, Sergio, Morena, Valentina, quei nomi centellinati goccia a goccia che spezzano il tempo ordinato del rito e restituiscono quei corpi, nella loro concretezza di carne e di morte, ai sei dannati secondi, al buco nero in cui perfino il tempo è impazzito. Altro che angeli. E allora il dolore dell'Italia davanti alla tivvù diventa di nuovo un dolore del presente, palpabile, sgomento, ancora più denso e grumoso e disperato perché non è il passato a essere morto con quei ventisei bambini, ma il futuro.

Quella classe del '96 mancherà per sempre all'appello. Perciò non potremo e non dovremo dimenticare. E dovremo fare il possibile per evitare ciò che molti già temono. Oggi i politici, gli inviati dei giornali, i riflettori della televisione puntano l'attenzione su san Giuliano di Puglia e su quelle ventinove bare; domani si sposteranno sull'Iraq, sulla Cecenia o chissà dove, e ci verrà chiesto di esercitare ancora una volta il nostro dolore a distanza, la nostra pietà mediatica, la nostra solidarietà a telecomando.

Dimenticheremo anche San Giuliano? Spero di no, stavolta. Perché sarà l'avvenire, quello di tutti, il nostro, a portare per sempre i segni di quella ferita. Perché i colpi solenni di quelle piccole bare nel silenzio sono come l'usata campata di Hemingway. Inutile chiederci per chi sta suonando. Lo sappiamo tutti che sta suonando per noi.

Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 04/11/2002

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