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Bruno Arpaia

Anche Genova come Bilbao scommetta sul suo futuro

Lo hanno paragonato a “una flaccida torre di Babele” o a “un gigantesco soufflé che si sgonfia lungo l'argine della Ría”. Ma c'è poco da sfottere: il museo Guggenheim di Bilbao, con le sue gonfie e sinuose geometrie di vetro, pietra calcarea e titanio, è allo stesso tempo il simbolo e il motore di una specie di miracolo, di una città risorta alla grande dalle proprie ceneri. Come potrebbe fare Genova, se riuscisse a cogliere al volo le occasioni intraviste in questi giorni di accese discussioni sul nuovo waterfront proposto da Renzo Piano e sul futuro del capoluogo ligure.

Dall'esempio spagnolo, da Barcellona e soprattutto da Bilbao, Genova ha molto da imparare, anche se non sempre le situazioni di partenza e quelle di arrivo sono comparabili, anche se qualche ombra grava ancora sulle prospettive di sviluppo della città del Guggenheim. Eppure al bilbaini va dato atto di avere coraggiosamente scommesso sul futuro, investendo in idee e risorse, riuscendo così a cambiare il destino che sembrava irreparabilmente apparecchiato per loro.

Perché Bilbao, qualche anno fa, era messa proprio male. La sua storia di città commerciale aveva subito una svolta più o meno a metà dell'Ottocento, quando Henry Bessemer aveva scoperto il modo di produrre acciaio a partire dal ferro non fosforico, che abbondava nelle miniere biscagline. Così Bilbao, circondata da una corona di colline che Humboldt paragonò a “giardini inglesi”, diventò lentamente un'immensa ciminiera su cui pascolavano banchieri e finanzieri e nella quale accorrevano decine di migliaia di immigrati dalle zone più povere della Spagna. Un secolo dopo, durante la dittatura franchista, Bilbao era ancora un altoforno ubiquo avvolto in un'eterna cappa di anidride carbonica e solforica, un disordinato e denso territorio urbano lambito dalle acque ormai opache e rugginose della Ría, uno strano miscuglio di Sheffield, Manchester e Marsiglia. Poi, alla fine degli anni Settanta, è il disastro: sotto i colpi della concorrenza delle tigri asiatiche, chiudono i cantieri navali, gli altoforni, i complessi chimici di Erandio, gli stabilimenti siderurgici di Barakaldo. Il terrorismo dell'Eta ci mette del suo per distruggere anche i resti del naufragio e provoca la fuga dei capitali rimasti. Nei primi anni Ottanta, il paesaggio è quello di una città sdraiata sul letto di morte, afflitta da un tasso di disoccupazione al 25 per cento. La danno per spacciata, una città in coma irreversibile, la più inospitale di tutta la Spagna.

E oggi? Tutto è cambiato. La città del ferro, delle miniere a cielo aperto, la città delle industrie siderurgiche e dei cantieri navali aggrappolati lungo l'argine del fiume, non esiste quasi più. Chi mette piede a Bilbao anche per poche ore si accorge immediatamente che è un frenetico cantiere in cui si respira ottimismo a pieni polmoni, un museo di architettura contemporanea all'aria aperta, una città-simbolo il cui caso viene studiato e ristudiato nelle università di mezzo mondo, uno dei motori dell'economia spagnola con tassi di sviluppo attorno al 6 per cento annuo.

Merito anche del Museo Guggenheim, che in pochi anni di apertura ha portato a Bilbao quasi sette milioni di turisti, creando o preservando, secondo uno studio della Kpmg Peat Marwick, oltre diecimila posti di lavoro. L'impressionante edificio progettato da Frank O. Gehry, ormai associato indissolubilmente all'immagine della città basca, ha costituito il perno sul quale, agli inizi degli anni Novanta, si è incardinata la svolta. Bisognava trasformare un passato “di ferro” in un futuro terziario e postindustriale. Nacquero allora il Consorzio Ría 2000 e Bilbao Metrópoli-30, un'associazione formata da istituzioni pubbliche e private che elaborò il piano di rivitalizzazione della città. Un piano basato sulla riqualificazione infrastrutturale, sulle risorse umane, sulla trasformazione ambientale e urbanistica, ma soprattutto su una sorta di scommessa culturale con al centro, appunto, il Guggenheim.

Alfonso Martínez Cearra, direttore generale di Bilbao Metrópoli-30, ha sempre saputo che scommetere sulla cultura era una scelta insieme rischiosa ma ineludibile: “Era una strategia a rischio. Ma già quindici anni fa era chiaro che una città non è competitiva se non ha un alto grado di centralità culturale, intesa come capacità di attrarre l'interesse di altre culture”.

Tuttavia il Guggenheim non è un'astronave atterrata nel deserto: fa parte di un disegno strategico che fornisce coerenza e senso allo stesso museo, nasce da una capacità di pensare in profondità e a lunga gittata. Per questo quel soufflé di pietra e titanio è in buona compagnia, affiancato da un nuovissimo Palazzo dei congressi e della musica, degli architetti madrileni Federico Soriano e Dolores Palacios, e dal Ponte Bianco, lo Zubi Zuri, di Santiago Calatrava. A nemmeno un chilometro in linea d'aria, sull'altra sponda del fiume, oltre lo splendido Teatro Arriaga, le siete calles, le stradine rinascimentali del Casco Viejo, sono state ripulite e risanate, mentre nell'Ensanche, la parte primonovecentesca di Bilbao, le più famose griffes della moda mondiale si contendono a suon di milioni una vetrina sulla Gran Vía. Più in periferia, il Consorzio Ría 2000, a cui partecipano le amministrazioni e le imprese pubbliche vecchie aree industriali in disuso, creando poli di eccellenza tecnologica e ridisegnando radicalmente la rete dei trasporti. Infine, grazie a enormi sifoni, perfino le acque della Ría sono quasi tornate pulite e cristalline.

Tutto a gonfie vele, allora? No di certo. Fuori dal botxo, dal centro città, si aprono i desolati panorama della Margen Izquierda, la costa dei dannati che si può contemplare a distanza dalle sontuose ville di Algorta o di Neguri, sull'altra sponda della Ría, oltre il ponte sospeso che segna la fine del fiume e l'inizio dell'oceano. Barakaldo, Sestao, Portugalete, Santurtzi, sembrano ancora gironi infernali popolati di altoforni spenti, fantasmi di cantieri navali, gru immobili, immondi alveari umani che incombono sui terreni sventrati e brulli. E' l'altro volto della Gran Bilbao, quello in cui il paesaggio si ribella e che il turista di solito non vede. Eppure, nonostante tutto, per una città come Genova, in aspra lotta con il proprio destino, l'esempio di Bilbao è positivo e altamente istruttivo. Dimostra che per avere un futuro bisogna produrre cultura, volare alto, pensare in grande, lavorando sui tempi lunghi e sulla profondità delle scelte. Dimostra, come ha affermato Massimiliano Fuksas su queste colonne, che per una città che “ha avuto tutto, ha tutto e non sa dove andare”, spesso, spessissimo, “non c'è nulla di più reale dell'utopia”.

Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 02/06/2004

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