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I diritti degli altri |
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Sono spesso i piccoli cambiamenti,
gli adeguamenti più ovvi ai mutamenti già intervenuti
nel costume e nella società, a provocare le reazioni più
incontrollate e veementi. Non so: il divorzio. Trent'anni fa, il
senatore Amintore Fanfani, spalleggiato dai democristiani e dai
neofascisti, dalla stragrande maggioranza dei vescovi, dai Comitati
civici di Gedda, profetizzò sconquassi e disastri apocalittici
se fosse passata quella legge barbara. Che invece fu approvata dal 60
per cento degli italiani. Da allora, come sappiamo, non è
successo nulla di catastrofico. E se è successo, non è
certo colpa del divorzio.
Anche oggi, mentre Genova diventa con
enorme merito il primo capoluogo italiano a concedere il diritto di
voto amministrativo agli extracomunitari, c'è chi è
incapace di trarre le dovute lezioni dalla storia.
Di solito, gli oppositori di questa modifica allo statuto comunale, la storia non la conoscono. I pochi che ne hanno nozione, invece, preferiscono ignorarla: si trovano più a loro agio a gridare "al lupo, al lupo", a iniettare nella società dosi massicce di paura e di insicurezza, richiamando tutti all'identità e alle radici dell'Occidente, alla necessità di tracciare linee di divisione fra l'io e l'altro, fra l'amico e il nemico.
Tanto
rumore per nulla. In realtà, è successo solo che il
consiglio comunale ha riconosciuto a uomini e donne che lavorano a
Genova, che pagano il biglietto del tram e l'imposta sulla
spazzatura, la possibilità di avere voce in capitolo su quelle
questioni. È successo che, a chi ha il dovere di pagare le
tasse allo Stato e di non infrangerne le leggi, è stato
concesso anche qualche diritto. Forse varrà la pena di
ricordare ai vociferanti e insultanti oppositori del provvedimento
che le tasse e i contributi versati dagli extracomunitari stanno già
pagando parte delle nostre pensioni e degli stessi stipendi dei
consiglieri comunali.
Ma
è chiaro che, al di là della "limitata"
portata della decisione genovese, qui sono in gioco paure
irrazionali, conflitti simbolici, ansie da spaesamento e visioni
diverse dell'essere "umani". Di fronte alle migrazioni,
alle mescolanze fra popoli, si possono scegliere due strade. La prima
è quella della chiusura a riccio nei confronti dell'Altro,
dell'ostinata difesa di una "purezza" più immaginata
che reale. La seconda strada parte proprio dalla considerazione che
ormai non esiste più nessuna cultura incontaminata, nessuna
comunità che possa rivendicare una qualche integrità o
un'assodata certezza di valori. Perché non esiste cultura, non
esiste identità, là dove non c'è sintesi, non
c'è ibridazione, non c'è mescolanza di apporti diversi.
Lo dice la storia, ma anche il semplice buon senso. Già una
volta, su queste stesse pagine, ho citato Raffaele La Capria.
Repetita, a volte, iuvant: “Il pericolo di chi tiene troppo
alla propria identità e ci si chiude dentro è che
questa diventa un carcere mentale, o se si preferisce una
"mentalità". Quando l'identità diventa una
mentalità, vuol dire che è ristretta e debole. Dove c'è
una forte realtà c'è anche una forte identità, e
una forte identitàè quella che sa aprirsi al mondo
perché non lo teme. E vuol conoscerlo perché sa di non
perdersi, ma anzi di arricchirsi, conoscendolo”.
Chi
oggi agita lo spauracchio dell'Altro, chi invoca la "difesa
della razza" o i nostri "valori cristiani" per
contestare il diritto di voto agli extracomunitari genovesi, non solo
sta usando le stesse parole dei terroristi islamici, ma si sta anche
tirando la zappa sui piedi, sta dando inconsapevolmente un contributo
alla distruzione degli stessi valori in cui crede: moriremo, forse,
perché non avremo saputo aprirci abbastanza, perché non
avremo lasciato scorrere sangue fresco nelle stanche vene
dell'Occidente. È storia vecchia. Lo diceva già
l'imperatore Adriano, almeno quello splendidamente immaginato da
Marguerite Yourcenar: “Fino a oggi, tutti i popoli sono periti
per mancanza di generosità: Sparta sarebbe sopravvissuta più
a lungo se avesse interessato gli Iloti alla propria sopravvivenza»”
Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 29/07/2004
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