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Bruno Arpaia

I diritti degli altri


Sono spesso i piccoli cambiamenti, gli adeguamenti più ovvi ai mutamenti già intervenuti nel costume e nella società, a provocare le reazioni più incontrollate e veementi. Non so: il divorzio. Trent'anni fa, il senatore Amintore Fanfani, spalleggiato dai democristiani e dai neofascisti, dalla stragrande maggioranza dei vescovi, dai Comitati civici di Gedda, profetizzò sconquassi e disastri apocalittici se fosse passata quella legge barbara. Che invece fu approvata dal 60 per cento degli italiani. Da allora, come sappiamo, non è successo nulla di catastrofico. E se è successo, non è certo colpa del divorzio.
Anche oggi, mentre Genova diventa con enorme merito il primo capoluogo italiano a concedere il diritto di voto amministrativo agli extracomunitari, c'è chi è incapace di trarre le dovute lezioni dalla storia.


Di solito, gli oppositori di questa modifica allo statuto comunale, la storia non la conoscono. I pochi che ne hanno nozione, invece, preferiscono ignorarla: si trovano più a loro agio a gridare "al lupo, al lupo", a iniettare nella società dosi massicce di paura e di insicurezza, richiamando tutti all'identità e alle radici dell'Occidente, alla necessità di tracciare linee di divisione fra l'io e l'altro, fra l'amico e il nemico.


Tanto rumore per nulla. In realtà, è successo solo che il consiglio comunale ha riconosciuto a uomini e donne che lavorano a Genova, che pagano il biglietto del tram e l'imposta sulla spazzatura, la possibilità di avere voce in capitolo su quelle questioni. È successo che, a chi ha il dovere di pagare le tasse allo Stato e di non infrangerne le leggi, è stato concesso anche qualche diritto. Forse varrà la pena di ricordare ai vociferanti e insultanti oppositori del provvedimento che le tasse e i contributi versati dagli extracomunitari stanno già pagando parte delle nostre pensioni e degli stessi stipendi dei consiglieri comunali.


Ma è chiaro che, al di là della "limitata" portata della decisione genovese, qui sono in gioco paure irrazionali, conflitti simbolici, ansie da spaesamento e visioni diverse dell'essere "umani". Di fronte alle migrazioni, alle mescolanze fra popoli, si possono scegliere due strade. La prima è quella della chiusura a riccio nei confronti dell'Altro, dell'ostinata difesa di una "purezza" più immaginata che reale. La seconda strada parte proprio dalla considerazione che ormai non esiste più nessuna cultura incontaminata, nessuna comunità che possa rivendicare una qualche integrità o un'assodata certezza di valori. Perché non esiste cultura, non esiste identità, là dove non c'è sintesi, non c'è ibridazione, non c'è mescolanza di apporti diversi. Lo dice la storia, ma anche il semplice buon senso. Già una volta, su queste stesse pagine, ho citato Raffaele La Capria. Repetita, a volte, iuvant: “Il pericolo di chi tiene troppo alla propria identità e ci si chiude dentro è che questa diventa un carcere mentale, o se si preferisce una "mentalità". Quando l'identità diventa una mentalità, vuol dire che è ristretta e debole. Dove c'è una forte realtà c'è anche una forte identità, e una forte identitàè quella che sa aprirsi al mondo perché non lo teme. E vuol conoscerlo perché sa di non perdersi, ma anzi di arricchirsi, conoscendolo”.


Chi oggi agita lo spauracchio dell'Altro, chi invoca la "difesa della razza" o i nostri "valori cristiani" per contestare il diritto di voto agli extracomunitari genovesi, non solo sta usando le stesse parole dei terroristi islamici, ma si sta anche tirando la zappa sui piedi, sta dando inconsapevolmente un contributo alla distruzione degli stessi valori in cui crede: moriremo, forse, perché non avremo saputo aprirci abbastanza, perché non avremo lasciato scorrere sangue fresco nelle stanche vene dell'Occidente. È storia vecchia. Lo diceva già l'imperatore Adriano, almeno quello splendidamente immaginato da Marguerite Yourcenar: “Fino a oggi, tutti i popoli sono periti per mancanza di generosità: Sparta sarebbe sopravvissuta più a lungo se avesse interessato gli Iloti alla propria sopravvivenza»”


Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 29/07/2004



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