Bruno Arpaia
– IL SECOLO XIX – 25/07/2001

Gli errori di tutti



Avevano ragione Vauro, Beppe Grillo e Franca Rame: bisognava lasciarli soli, Bush, Berlusconi & Co. Soli in una Genova isolata e spettrale come la Fortezza Bastiani di Buzzati, soli a scrutare dalle loro torri corazzate un Nemico che non arrivava, che magari aveva scelto di manifestare altrove al grido “Tenetevi pure la vostra Zona Rossa”. Invece, purtroppo, è andata com'è andata, anche se nessuno poteva immaginare che Genova sarebbe stata trasformata in una provincia di Santiago del Cile, in un déjà-vu dei peggiori anni Settanta. Ed è inutile che adesso si cerchi di confondere le acque, di fare di ogni erba un fascio, di mettere insieme prove sulle presunte connivenze fra il Genoa Social Forum e le Tute Nere.

Troppo comodo. Possibile, signor ministro degli Interni, che le forze dell'ordine o il governo non abbiano commesso nemmeno un errore, sia pure minimo? Possibile che la responsabile di tutto sia la “violenza verbale” delle Tute Bianche nei giorni precedenti al G8?

Certo, i carabinieri e polizia si sono trovati in una situazione difficile, ma questo non basta a spiegare tutto quanto è accaduto. Chi è stato a Genova o ha seguito gli avvenimenti in televisione e sui giornali non ha ancora capito perché le Tute Nere sono state lasciate libere di distruggere quello che volevano, mentre partivano cariche e lacrimogeni contro pericolosi commandos di frati missionari o di pacifisti della rete Lilliput; perché centinaia di persone sono state manganellate e arrestate mentre erano già a terra ferite o comminavano con le braccia alzate; perché i poliziotti avanzavano battendo i manganelli sugli scudi come i guerrieri celti (sarà stato perché così piacciono a Bossi?); perché i medici, avvocati, deputati e giornalisti sono stati malmenati mentre svolgevano il loro lavoro nell'interesse di tutti; perché migliaia di lacrimogeni sono stati sparati ad altezza d'uomo o addirittura dai piani alti della case come nelle imboscate dei film western; perché è scattato quel blitz che tutti i giornalisti presenti definiscono pretestuoso e brutale; perché ci sono stati circa quattrocento “desaparecidos” che ancora ieri le famiglie stavano cercando inutilmente nelle stazioni di polizia, nelle carceri e negli ospedali; perché la Questura di Genova ha tenuto, come negli Stati totalitari, conferenze stampa in cui ai giornalisti era vietato fare domande; perché, come ha raccontato l'onorevole Pisapia, decine di giovani arrestati sono stati costretti dai poliziotti a stare in ginocchio e a gridare “Viva il Duce, perché una foto che ha fatto il giro del mondo ritrae carabinieri travestiti da manifestanti con tanto di spranghe e fazzoletti sul viso.

Trent'anni che non si vedevano cose simili, e adesso vogliamo prendercela con il movimento antiglobalizzazione? Un movimento che, certo, ha fatto due gravi errori: in primo luogo, ha sopravvalutato la portata storica di “calpestare” la Zona Rossa, scambiandola per il Palazzo d'Inverno, trovandosi così significativamente in sintonia con il ministro, orgogliosissimo del fatto che “non sia stata violata”; in secondo luogo, non è stato forse abbastanza netto nel marcare senza esitazioni le distanze dai violenti e trarne tutte le conseguenze.

Tuttavia, come negare che il popolo di Seattle e di Porto Alegre abbia comunque fatto quasi ogni sforzo per esprimere pacificamente le proprie idee? Non si tratta di mitizzare i No Global, di andar loro dietro qualunque cosa dicano o facciano. Si tratta di badare ai fatti. Che non mancano.

Venerdì scorso, in più occasioni alcuni manifestanti si sono inginocchiati davanti ai poliziotti e hanno evitato che le Tute Nere li massacrassero. Nella manifestazione di sabato, il Gsf si è finanche dotato controvoglia di un servizio d'ordine per evitare infiltrazioni del Black Bloc, e perfino le Tute Bianche, i “duri” dei Centri Sociali, si sono fatti in quattro per evitare scontri e hanno finito per subire le cariche più violente. Le immagini e le foto sono lì a dimostrarlo.

Difficile, perciò, intuire i calcoli politici di chi ha diretto e organizzato “l'ordine” di Genova: criminalizzare tutto il movimento, certo; risolvere faide interne ai corpi di polizia, forse.

Quello che è sicuro è il risultato: una generazione che si era rimessa in marcia cercando di non ripetere vecchi errori che adesso è allibita da tanta violenza, ma ha le idee più chiare. Anche se questo vuol dire semplificare, correre il rischio di cadere nel manicheismo. Merito del governo.

C'erano voluti trent'anni per imparare ad apprezzare, a volte, l'opera delle forze dell'ordine, a non considerarle sempre e comunque un nemico, ma una parte dello Stato che difendeva i propri cittadini. Tutto questo è stato spazzato via nei tre giorni di Genova, con il corollario di radicalizzare di nuovo quelle frange di movimento faticosamente riconquistate al dialogo civile. Ma in questo senso sono pesanti anche le responsabilità della sinistra istituzionale, e dei DS in particolare, con il loro ridicolo balletto: vado non vado, vai avanti tu che a me viene da piangere, salvo poi chiedere, sapendo che sarebbe stato inutile, le dimissioni del ministro degli Interni. Era l'unico modo per lasciare davvero solo il movimento, per lasciare campo libero al governo e alle sue strategie.

Del resto, perché meravigliarsi? Oggi il problema vero per i DS non è, come ripete Berlusconi, quello di essere eredi del comunismo, bensì quello di ritrovarsi convinti e attuali interpreti del “luogo-comunismo”, di quel vuoto di idee e di progettualità che fa spostare via via le tesi più logore, scontate e contraddittorie. Prima di Genova, per i ragazzi di Porto Alegre, il nemico erano la fame, la distruzione dell'ambiente, la povertà e la diseguaglianza mondiale. Ora se ne sono trovato di fronte un altro, più concreto e immediatamente violento. Dopo quasi tre decenni passati a occuparsi del proprio ombelico, di trend, di fitness e di benefit, una generazione di Io solitari e attoniti si era guardata intorno e non aveva più voluto sentirsi sola. Ora quei ragazzi hanno dolorosamente imparato, come noi trent'anni fa, che dà fastidio chi sa dire “noi”, chi sa preoccuparsi degli altri e capisce che il proprio destino è legato a quello dei propri simili, che non si vive di soli diritti, ma anche e soprattutto di doveri.

Forse ha ragione Scott Turow. Forse è impossibile spiegare le passioni di un'epoca a un'altra. Forse nessuno ha lezioni da dare, ma solo storie da raccontare, per non ripetere errori e disastri. Forse, come scriveva nel 1940, Walter Benjamin, bisogna imparare insieme a leggere lo spirito del tempo, “che ha piantato nel paesaggio desertico di questi giorni certi segnali che per vecchi beduini come noi hanno un senso inconfondibile”. Trent'anni fa, infatti, quel Noi fu stretto e seppellito fra la repressione poliziesca, le stragi e il terrorismo. Ce ne tornammo a casa. Oggi ci piacerebbe non dover assistere, ancora, in forme nuove, a quella stessa spirale senza senso, ad altri cortei e manifestazioni con il Black Bloc pronto a distruggere e le forze dell'ordine pronte a manganellare o a sparare.

Sarebbe bello vedere questa generazione “on the move” avviarsi lungo un cammino che nessuno ha ancora percorso, facendo ciao ciao con la manina a Berlusconi, fini, Ruggiero e Scajola, lasciandoli soli a scrutare nervosamente l'orizzonte alla ricerca dei Tartari, soli in cima alla loro Fortezza Bastiani abbandonata nel deserto.

Bruno Arpaia – IL SECOLO XIX – 25/07/2001