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Antonella Viale
– IL SECOLO XIX – 22/08/2001

Intervista a Bruno Arpaia


Bruno Arpaia ha vinto in premio “Alassio 100 libri – Un autore per l'Europa” ormai alla settima edizione e verrà premiato con una cerimonia pubblica e una conversazione sul libro – il 1° settembre. Gli italianisti stranieri – che hanno l'ultima parola – e un pubblico eterogeneo che va dai visitatori del Salone del Libro di Torino, ai turisti che affollano le spiagge, hanno scelto l'autore de “L'angelo della storia” (Guanda, pagg.276, £.26.000) tra sei concorrenti molto competitivi: Celati, Starnone, Ammaniti, Pent e Piersanti. Arpaia ha lavorato dieci anni sul libro, che racconta l'ultimo periodo di vita di Walter Benjamin, esule in Francia dalla Germania nazista, poi dalla Francia sull'orlo dell'invasione, verso la Spagna. Proprio nel tentativo di passare clandestinamente la frontiera, Benjamin incontrerà un personaggio fittizio, Laureano Mohojo, che nella vita fa il passeur, ma che – come l'intellettuale tedesco – ha conosciuto i campi di concentramento e ha anche combattuto la guerra di Spagna.

Strano personaggio, Laureano, che entra in un libro quasi per caso e finisce per fargliene scrivere un altro.

E' vero, stavo per iniziare la stesura de L'angelo della storia e avevo già deciso di inserire un coprotagonista perché Benjamin era un personaggio troppo statico per un romanzo, sempre seduto a studiare e meditare alla biblioteca nazionale di Parigi. Avevo immaginato Laureano – la folgorazione di una notte in treno – che invece, con la sua vitalità e il suo candore, mi ha preso la mano, si è inserito a viva forza nel progetto, mi ha costretto, quasi lo avesse dettato, a scrivere un libro tutto per lui. Sono riuscito a riprendere il lavoro su Benjamin soltanto dopo aver scritto Tempo Perso (Tropea).

Quale dei due personaggi – ciascuno a suo modo – le è stato più addosso?

Benjamin è quello che mi ha perseguitato, nel senso che la storia di Laureano mi ha affascinato, me lo sono sentito molto umanamente vicino, mi era simpatico, mentre Benjamin a tratti mi era persino antipatico. Però la sua storia, probabilmente proprio perché porta questo carico di destino e di fallimento, di fronte a una grandezza intellettuale enorme, questa storia mi ha pesato, mi è stata addosso, è stata tolta la molla che mi ha fatto lavorare per dieci anni. Se non sei ossessionato, non perdi quasi dieci anni della tua vita dietro a un personaggio.

Personaggi paralleli, il filosofo e il giovane guerriero, ma la passività dell'intellettuale è interessante. L'intellettuale è sempre passivo?

Ammesso che esistano sempre gli intellettuali, dato che intellettuale è un termine storicamente connotato nato alla fine del secolo scorso e non so cosa significhi oggi essere intellettuale, né se esistano ancora gli intellettuali. Con questa premessa, credo che il compito di pensare sia sempre importante e che sia Benjamin sia Laureano, siano in qualche modo due facce di una stessa figura. Non voglio ripescare l'intellettuale impegnato degli anni '50/'60, ma fatico a pensare a uno scrittore che non si interessi a quello che gli succede intorno. C'era una bellissima definizione della Morante, geniale nel suo paradosso, che diceva: “Per me uno scrittore è quello che ha a cuore tutto ciò che accade, fuorché la letteratura”. Per cui Laureano e Benjamin sono uno il completamento dell'altro.

Tuttavia Benjamin cede al destino, sempre che di destino si tratti.

Una delle cose che più mi ha attratto è il senso incombente di destino che gravava su Benjamin. Tra l'altro aveva scritto un bellissimo saggio “Destino e carattere”, per cui è come se si fosse già predetto la vita. A volte uno osserva le esistenze e constata, quasi terrorizzato, che sembrano scritte in anticipo, che possano finire soltanto nel modo in cui finiscono. Quella di Benjamin è stata una vita così. Poi, certo, ognuno si costruisce il proprio destino. Ma credo che esista davvero una certa forma di destino: anche soltanto il fatto di nascere in un'epoca invece che in un'altra. Se Benjamin fosse nato nel '700 avrebbe forse potuto fare il letterato, godere di vaste rendite e non dover pensare a nulla che avesse a che fare con la sopravvivenza. Nasce nel '900 e per lui la vita è difficile, segnata in partenza.

Intervista di Antonella Viale – IL SECOLO XIX – 22/08/2001

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