| BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA |
| IL PORTO DEI RAGAZZI |

EDICOLA

Intervista a Atiq Rahimi

Macché guerrieri, gli afghani vogliono la pace. Da vent'anni pagano le follie dei potenti.

Smettiamola di pensare che gli afghani siano un popolo di guerrieri!” afferma Atiq Rahimi, il grande scrittore afghano – nato a Kabul nel 1962 – che vive in Francia e che incarna ormai lo spirito di libertà e di voglia di ricostruzione di un popolo che ha tanto sofferto dall'invasione sovietica del 1978 ad oggi. “Terra e cenere” l'ultimo romanzo di Atiq Rahimi è pubblicato in Italia dalle Edizioni Einaudi. Proprio da quel romanzo partiamo per questa intervista.

Come vivono da vent'anni a questa parte gli afghani che vogliono la pace?

Gli afghani vogliono la pace. Da vent'anni pagano il prezzo di tutte le politiche di potenza, di tutte le follie, di tutti i rancori e di tutte le voglie di vendetta. Io penso al popolo dell'Afghanistan, fatto di gente comune e terribilmente stanco di guerre e di tragedie. Per questo ho scritto un romanzo come “Terra e cenere”, per dar voce alla stragrande maggioranza dei miei connazionali che hanno soprattutto una gran voglia e un gran bisogno di pace

Per questo ha scelto personaggi così chiaramente significativi?

Sì, il libro ruota attorno alla storia di un vecchio e di un bambino (il passato e l'avvenire dell'Afghanistan) che vanno a trovare un uomo (rispettivamente figlio e padre di quei personaggi) per annunciargli la morte di altri membri della famiglia a seguito di un bombardamento sovietico. Passato e futuro vanno a rendere omaggio a un presente prostrato e disastrato per dargli la notizia di una nuova tragedia. Questo à l'Afghanistan della gente comune. Ma questo è – malgrado tutto – l'Afghanistan animato da una straordinaria voglia di rinascita.

Il bombardamento è russo, non americano.

Tutte le guerre si assomigliano, ma altri orrori sono arrivati senza bisogno dei bombardamenti.

Come quello dei Talebani?

Il regime dei Talebani è una disgrazia per l'Afghanistan ed è triste che l'Occidente e tanti altri Paesi abbiano sottovalutato il pericolo connesso con quel sistema autoritario. Io ho scritto “Terra e cenere” in un momento in cui ero depresso per il modo in cui il mondo intero ignorava il dramma afghano alla presa del potere dei Talebani. Era il 1996-1997 e tutti hanno chiuso gli occhi di fronte alla marcia dei Talebani verso Kabul. E' stato come se – non essendo più al centro di un grande scontro strategico planetario – l'Afghanistan non interesse nessuno.

L'Occidente ha dunque la sua parte di colpe?

Tutti coloro che hanno taciuto di fronte alla barbarie dei Talebani (o che persino l'hanno favorita, almeno in una prima fase) hanno commesso un grave errore che il mio popolo ha pagato attraverso un orribile orrore.

Però lei stesso è il primo a denunciare l'orrore numero uno: l'invasione sovietica, che doveva essere assolutamente respinta. E allora?

All'epoca di Gorbaciov sarebbe stato possibili percorrere una strada politica per risolvere la tragedia afghana e ottenere il ritiro delle truppe sovietiche. Quel momento era chiaro che armare fino ai denti determinate fazioni afghane – come appunto quella da cui sono scaturiti i Talebani – avrebbe potuto costituire un rischio molto serio e una pesante ipoteca sull'avvenire. Credo che negli anni Ottanta gli americani abbiano voluto umiliare fino in fondo i russi per vendicare il Vietnam in Afghanistan. Poi l'Aghanistan è stato completamente dimenticato e così una fazione pericolosa e potentemente armata – come quella dei Talebani – ha potuto imporsi con la violenza nel 1996.

L'Afghanistan tramortito di questi decenni mi fa pensare al bambino del suo romanzo, che nel bombardamento ha perso l'udito, ma secondo cui sono stati gli altri a perdere la voce. L'Afghanistan ha urlato a lungo e nessuno lo ha ascoltato. Adesso sono gli altri a urlare e il popolo afghano non riesce più a sentirli. Si vede solo sangue e caos. E' così?

L'Afghanistan di oggi ha l'handicap di quel bambino, che è effettivamente il frutto dei drammi dell'incomprensione e dell'isolamento. Il mondo esterno si è occupato dell'Afghanistan per i propri interessi e non per quelli del popolo afghano. Oggi è ancora legittimo ritenere che sia così. L'Afghanistan si trova in mezzo a un ingranaggio mondiale e rischia d'esserne stritolato. Anche oggi c'è un bambino afghano – reso sordo dalle bombe – secondo cui i bombardamenti sono stati fatti per togliere la voce agli altri. Un bambino afghano tanto handicappato da credere che i veri handicappati siano gli altri.

Forse quel bambino afghano non avrebbe tutti i torti...

Su ciò che accade oggi possiamo solo sperare, immaginando un avvenire migliore del passato. Siamo di fronte a una guerra-vendetta, realizzata attraverso bombardamenti che lasciano perlomeno perplessi sul piano militare e su quello umano. Gli americani sono i primi a sapere di non poter vincere questa guerra con i bombardamenti.

E secondo lei perché li fanno?

Per vendicarsi. I bombardamenti dopo gli attentati si inquadrano in una logica politica da “fast food”. Una vendetta a consumazione rapida.

Vede una luce in fondo al tunnel?

Spero almeno che questa guerra ci sbarazzi dei Talebani, ma temo che alla fine il bilancio di vittime civili sia orrendamente elevato.

Parliamo un po' del dopo-Talebani. Secondo lei re Zahir Shah, in esilio a Roma dal colpo di Stato del 1973, potrebbe riprendere il potere?

Penso che re Zahir sia molto esitante di fronte all'ipotesi di un ritorno sul trono e che non voglia riprendere il potere. Semmai vuole la convocazione di una Loya Jirga, ossia di una grande assemblea rappresentativa dell'intero popolo afghano. In quell'occasione sarebbe possibili delineare l'avvenire democratico del Paese dopo la sconfitta dei Talebani.

Che cosa pensa di re Zahir?

Francamente io ho uno spirito anarchico, ma ho molto rispetto per il re, che ho intervistato a Roma e che mi pare una persona molto legata all'Afghanistan e ai suoi reali bisogni. Re Zahir è stato al potere per quarant'anni in un periodo molto difficile: dal 1933 al 1973. Basta vedere che cos'è accaduto dopo di lui per rendersi conto di ciò che lui è riuscito a fare per l'Afghanistan.

Qual'è la condizione per cui il prossimo potere afghano possa restare in sella dopo tanti anni di destabilizzazione?

La condizione è secondo me chiarissima: il prossimo potere deve saper rappresentare a saper accettare tutte la diverse sfaccettature etniche del Paese. Deve essere capace di svilupparle in simbiosi tra loro.

Intervista di Alberto Toscano – IL SECOLO XIX – 30/10/2001

Altra intervista

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|