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Silvia Neonato

IL SECOLO XIX – 06/11/2001

Il silenzio, grido contro la guerra

Un bambino un giorno, dopo un bombardamento, diventa sordo e naturalmente non sente più le parole pronunciate intorno a lui. Ma non sa che è lui stesso a non sentire più: crede invece che gli adulti abbiano perduto le parole. Così lui è sordo e tutti gli altri risultano muti.

Ecco, questa è la morte delle parole – e della ragione e della speranza – avvenuta nel Paese di quel bimbo, che è l'Afghanistan, ai tempi in cui fu bombardato dai sovietici, ma che naturalmente rimanda all'oggi e alle bombe che cadono dal cielo.

E così la racconta, questa morte delle parole, nel suo romanzo Terre et cendres (che sarà tradotto in italiano, Terra e ceneri, a marzo da Einaudi) lo scrittore afghano Atiq Rahimi, ieri a Genova al Libraccio insieme alla scrittrice Spôjmaï Zariâb per parlare “contro l'oscurantismo”, alzare la propria voce di esuli in Francia a contrastare la devastazione materiale e morale dell'Afghanistan.

Ad ascoltarli moltissima gente che ha seguito attenta per tre ore le loro parole, quelle di don Antonio Balletto e di Didier Leroy, diplomatico e traduttore, gran conoscitore della letteratura e della lingua persiana in cui i due scrittori parlano e scrivono, come peraltro la metà della popolazione dell'Afghanistan.

Didier racconta della tradizione millenaria della letteratura persiana e segnala Rahimi e Zariâb come autori straordinariamente innovativi, nello stile e nella lingua, protagonisti di una rinascita della letteratura afghana di lingua persiana dopo la lunga ferita inferta prima da dieci anni di dominazione sovietica (imponevano libri tagiki) e poi dei Talebani, che i libri li hanno abiliti tutti ad esclusione del Corano.

Di lei, Spôjmaï Zariâb, viene letto un brano tratto da un racconto intensissimo al cui centro stanno due donne, una giovane e sua zia. “Mai nel mio paese, che è islamico da secoli, le donne sono state trattate come sotto i Talebani. Mai del resto nessuno aveva distrutto prima le statue dei Buddha che erano lì da oltre 1500 anni...Nelle due guerre ottocentesche contro gli inglesi le donne afghane hanno combattuto a fianco dei loro uomini. Nel 1964 avevamo ottenuto il voto e prima dell'avvento dei Talebani il 40 per cento degli insegnanti erano donne. Non era il trionfo della libertà femminile, ma non era paragonabile all'orrore di oggi”, dice la scrittrice. Che aggiunge: “Dopo i sovietici, i Talebani. E ora il terrorismo legalizzato degli Americani. Il mio Paese è distrutto”.

E lui, Atiq Rahimi, ribatte: “I Talebani si sono accaniti su due cose, la cultura e le donne. Non è solo repressione religiosa, è strategia politica per azzerare la nostra identità, per rendere il nostro un Paese di analfabeti senza radici...Del resto i Talebani sono un prodotto del Pakistan, da cui vengono. E dall'Arabia Saudita, dove sono nati oltre due secoli fa quando l'Illuminismo degli Occidentali, le nuove libertà sociali, hanno spaventato i paesi musulmani che si sono rinchiusi in se stessi”.

Il pubblico segue curioso questa intricata storia secolare a lungo ignorata. Sembra seguire con la stessa sete di capire che ha fatto affollare le sale dove si proietta il film Ritorno a Kandahar, diario di un'afghana esule che tenta di rientrare oggi nel suo Paese. Atiq Rahimi incalza pacato e ha parole dure non solo contro ex-sovietici e pakistani ma anche contro la guerra odierna. “L'America ha reagito agli attentati dell'11 settembre attaccando invece di riunire le tante forze politiche di opposizione ai Talebani, che altro non sono se non mercenari e probabilmente si potevano pure comprare...”.

Tocca a don Balletto spendere la sua voce autorevole e lo fa con forza e con passione politica. “Sono qui, vecchio e malato, per solidarietà con il popolo afghano. Per dire che quando si uccidono le culture, gli uomini e le donne perdono la loro identità. Ci sono i Talebani, ma anche la globalizzazione che vuole imporre una lingua unica, la lingua degli affari a scapito delle mille lingue che illuminano sulla differenza e sulla ricchezza della profondità umana. Qualcuno ha detto di recente che la nostra cultura è superiore a quella islamica. E' un'idea cattiva e stupida. Non mi interessa chi è superiore o inferiore, a me interessa come può arricchirmi il fratello diverso da me...Ma io credo sia inutile parlare: bisogna fare e non arrendersi alla violenza. Per quello che mi è possibile io tenterò di agire”.

Silvia Neonato – IL SECOLO XIX – 06/11/2001

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