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Il capitano Achab racconta

A cura di Emanuele Mignone


La pietà

A quel punto intervenni io.

Fregato. Era una domandina piuttosto delicata, avrei preferito non rispondere, anche perché io stesso non avevo le idee chiare sull'argomento. Ma non potevo mandarlo in bianco, a questo punto.

Mentre l'anticipai, la mammina mi fulminò con un'occhiata degna di una diva del muto. Aveva intenzione di farmi sentire un bieco corruttore della gioventù.

Quella signora mi aveva messo di cattivo umore. Non mi andava che si trattassero i bambini come degli idioti. I bambini sanno ragionare. Siamo noi che gli insegniamo il contrario. Un tempo anche il sottoscritto non teneva in grande considerazione il cervello dei pargoli. Ma poi accadde qualcosa che mi fece cambiare idea. L'incubo di una notte di mezza estate. Quando ci ripenso stento a credere che sia accaduto davvero.

Era una notte d'agosto calda e appiccicosa come carta moschicida. Mi scioglievo insieme alle fide sigarette. Loro in fumo, io in sudore. Pensavo con un certo rammarico che, nonostante il caldo terribile, non avevo nessuna concreta possibilità di sciogliermi del tutto, sparire goccia a goccia nel lenzuolo…Pensieri scemi, che la temperatura estiva facilitava. Come sempre in questi casi, gli dei del sonno se ne stavano appollaiati chissà dove, probabilmente in montagna, e si guardavano bene dal venirmi a dare la loro quotidiana, salutare legnata scacciapensieri. Ancora non sapevo che, in quello stesso momento, nel vicolo posteriore di un night di Manhattan, due uomini avevano deciso di giocare ai cow-boy, affrontandosi in un "regolare duello", con tanto di padrini e di pubblico. Non so se c'entrasse la riscoperta del West di cui tanto si parlava, o se fu per il caldo, per il whisky che avevano bevuto, per noia, o per banale follia. Non feci molte domande quando venni a sapere di quella storia. Seppi solo che, secondo la migliore tradizione, ci scappò il morto. E che l'altro ebbe la geniale idea di omaggiarmi di una sua visita in piena notte. Per chiedere aiuto, ovvio.

Avevo proprio una gran voglia di mandarlo al diavolo. Ma quando mi disse chi era il tizio che aveva accoppato, capii che la sua pelle valeva meno di mezzo dollaro. Ed io avevo una certa predisposizione per la gente svalutata.

Frank Damantine era uno che volava in alto, molto in alto. Ufficialmente importatore di frutta esotica. In realtà, trafficante di roba esotica che aveva poco a che vedere con la frutta: coca, eroina e donnine vietnamite.

Forse era più scemo che incosciente, ma io avevo una gran voglia di spaccargli quella testa di legno.

Uscimmo di casa e non riuscimmo a parlare mentre filavamo a casa sua. Il silenzio era rotto dal battere del motore. Ma non batteva abbastanza forte.

Arrivammo alla porta di casa sua. Ci fermammo e udimmo delle voci provenire dall'interno.

Travis aprì la porta ed entrò da solo.

I tre uscirono dall'appartamento.

Il mio sfollagente entrò in azione due volte. E due bellimbusti andarono a dormire il sonno degli ingiusti.

Non so quale sia lo spettacolo più brutto del mondo. Ma uno dei più disgustosi è senz'altro quello di marito e moglie che litigano davanti ai figli.

Gli occhi di Jimmy nel riflesso dello specchietto retrovisore della mia auto sembravano due enormi pezzi di vetro.

Rispose lento. Il suo tono sembrava quello di un bambolotto. Un carillon che ghiacciava il sangue.

Travis urlò la sua domanda come per cancellare la frase di Jimmy, che ancora dondolava nei nostri timpani col suo assurdo, acuto timbro.

Arrivammo in posto pieno di macerie. Solo un edificio aveva la parvenza di rimanere ancora in piedi. Ma ancora per poco.

Vivo lo era, ma probabilmente questo era l'unico lusso che il destino ancora gli concedeva.

Mago. Non avevo mai saputo il suo vero nome. Dicevano che da giovane avesse scritto romanzi di successo e con quelli si fosse comprato una villa in Florida. Poi, una bella mattina, s'alzò e scoprì che non riusciva più a scrivere. Se la passò ancora piuttosto bene per un paio d'anni, poi tornò da dove era partito: dalle macerie del Bronx.

Mago era un brav'uomo, ma anche il classico tipo che riusciva ad infilare sempre nel discorso il suo passato.

Perfettamente. Rimpiangeva la ricchezza. Forse, pensai, se avesse saputo tutta la storia, avrebbe potuto venderci a Damantine…Scrollai la testa. Mago non era quel genere di uomo.

Era fatta. Fin troppo facile, per una volta. Però, tornato a casa a sciogliermi in fumo e sudore, c'era una cosa che mi impediva di dormire. La frase che Iris mi sussurrò prima che li lasciassi: "E' un assassino! Il padre di mio figlio è un assassino! Io non voglio più stare con lui…Non lo amo più!". Aveva tutte le ragioni del mondo. Ma un donna, quando ha ragione e smette di amare, è un pericolo pubblico. E' capace di qualunque sciocchezza. La mattina dopo li andai a trovare e, come avevo previsto, litigavano. Jimmy stava seduto in un angolo e guardava con i suoi occhi di vetro.

Lo guardai fisso negli occhi. C'era una luce che non mi piaceva negli occhi del Mago. Forse era ingiusto sospettarlo, ma facendo il mio mestiere avevo imparato a non fidarmi neppure della mia ombra.

Li vidi allontanarsi mano nella mano. Mago calibrava la sua andatura su quella del bambino e gli parlava con dolcezza. Era un'immagine irreale, un granello di poesia sull'arida spiaggia del Bronx. Non potevo impedirgli di uscire, ma con il bambino non avrebbe avuto il coraggio di tradirci. Iris riprese la sceneggiata, gridava senza alcun ritegno, probabilmente avrebbero finito per sentirla dalla strada. Sospettai che fosse quello che voleva. Sapevo che prima o poi a Travis sarebbero saltati i nervi ed ero pronto ad intervenire. Travis afferrò la moglie per la gola.

Mi costrinse ad usare le maniere forti e a ridurlo al silenzio.

Mi voltai ed Iris era sparita.

Naturalmente non mi diede retta. Sentii i suoi passi rimbombare dietro i miei sulle scale. Quella storia mi piaceva sempre di meno.

Ora sapevo che avrei dovuto costringerlo a tornare dentro. Ma io faccio il detective, non la balia asciutta. Lo vidi allontanarsi con il suo passo molleggiato da balordo cow-boy metropolitano. Fui io a trovarla. Non aveva fatto molta strada.

Travis trovò qualcos'altro. Il rumore di ferro rimbalzò fra le case sventrate. Assurdamente, per una frazione di secondo, m'illusi che fossero venuti a ripulire il Bronx…a costruire la Città del Sole. Ma no, niente ruspe. Solo mitra. Niente Città del Sole. Immobili e silenziose le macerie del Bronx ascoltavano il pianto dirotto di Iris.

Mago. Non poteva che essere stato lui ad avvertire gli uomini di Damantine.

Jimmy e il Mago erano davanti a me. In certi momenti smetti di ragionare e la mano corre meccanicamente alla Phyton.

Jimmy fu ricoverato. Ma gli psichiatri non lo trovarono per nulla schizofrenico, era un bambino vispo e normale. Con un'intelligenza superiore alla media. Iris lo portò via da New York. Tornò dai suoi nel Tennessee e pochi mesi più tardi sposò un agricoltore. Sembrava che avessero una vita molto felice. Quando ci ripenso dubito che sia accaduto davvero. Forse fu solo un sogno. L'incubo di una notte di mezza estate. Ma la verità è che Jimmy trovò la soluzione migliore, dolorosa certo, ma terribilmente lucida. I bambini non vanno tanto per il sottile, ragionano semplice, funzionano. Ma i grandi sono troppo pietosi per ammetterlo. La pietà annebbia il cervello, complica maledettamente le cose. Già…Forse è la nostra pietà ad essere un incubo, il vero incubo. Questa stupida, vecchia, inutile, falsa pietà.


last modify 23/10/2002

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