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Il capitano Achab racconta




A cura di Emanuele Mignone


Carogne e vegetali

 

I secondini. Gran brutta gente, quando ci si mettono. E per Shannon non avevano certo fatto un'eccezione.

Appena fuori dalla porta del carcere, ecco i giornalisti e i fotografi.

Ci infilammo nella mia auto.

Un giornalista si avvicinò a me.

C'era del vero nella battuta. L'editore mi aveva dato tremila bigliettoni per passare a prendere Shannon. Un assegno di tremila dollari firmato Editore Shaffer per passare a prendere il caso letterario dell'anno e fargli da angelo custode per qualche giorno. Il tempo che sarebbe servito perché Shannon si riabituasse alla vita civile. Aveva diciotto anni quando lo condannarono la prima volta. Prima era stato quasi sempre in riformatorio, non sapeva nulla del mondo, era come un bambino. Ora, grazie al libro che era stato pubblicato, era diventato quasi una star. Ma certe gente non l'aveva presa bene e non stavano aspettando altro che Shannon commettesse qualche fesseria. Così mi aveva detto Mister Shaffer in persona.

Già…qualche fesseria che dimostrasse che nessun delinquente è recuperabile. Ma non era per quello che avevo accettato. Il fatto era che avevo letto il suo libro…Un libro pieno di poesia e di disperazione. Scritto con quelle mani abbastanza grandi da strozzare un mulo.

Si limitò ad assentire impercettibilmente.

Chiacchieroni con sacco di bei concetti nel cranio. E una grancassa al posto del cuore. E tanta, tanta energia nelle fauci. Come Mister Shaffer, ora, alla prima uscita ufficiale di Shannon.

Per quell'occasione il libro di Shannon vendette altre duecentomila copie. Dopo quello che avevo sentito, avevo un'altra visione dell'insieme. Quell'affare era solo un intreccio di interessi economici e politici. Dollari e propaganda, come sempre. Ora capivo meglio il suo muso da funerale nonostante la sua riconquistata libertà. Non gli doveva far piacere sentirsi una specie di cavallo da corsa, avere tutta quella responsabilità.

Dovevo solo impedire che facesse qualche fesseria prima di arrivare nel ranch del Montana che l'editore gli aveva fatto comprare. Dove avrebbe scritto un altro paio di best sellers. Tutto stabilito: un buon affare e un esperimento per dimostrare al mondo che anche il delinquente più feroce può nascondere una grande…anima.

- Siamo arrivati, Shannon…Questo è l'appartamento.

Il telefono stava già urlando.

Non mi concesse neppure un impercettibile cenno di assenso. Restò immobile, innaturalmente umano come una statua di cera.

Shannon guardava fuori dalla finestra.

Gli diedi del tu col tono dello sbirro, per vedere la reazione. Nello specchio scorsi lo sfavillio dei suoi occhi. Ne aveva spaccato per molto meno. Di secondini, naturalmente. Ed io non ero che un secondino. Un secondino di una gabbia d'oro. C'era un maledetto odore di chiuso in quella storia. E Shannon odiava con tutto se stesso l'odore di chiuso. Non aveva mai detto "sissignore" ad uno sbirro. Questo era il succo del libro e la ragione del suo successo. Ma ora lo avevano incastrato. Avevano trovato il modo di farne un fenomeno da baraccone. Una merce che si vendeva. Avevano trovato il modo di fargli dire "sì".

Corsi nella stanza accanto e trovai Shannon chino sul tavolo, in mezzo ai pezzi di un bicchiere andato in frantumi.

Shannon si avventò contro di me, ma non fu quello il problema. Fu l'ombra dalla finestra che cominciò a vomitare fuoco.

La mia Python si materializzò e fece centro. L'avevo beccato in pieno, ma sapevo che non mi avrebbero dato un premio.

Telefonai a Shaffer.

Uhm…C'era qualcosa che non mi…

Shaffer arrivò in venticinque minuti. Da due stava contemplando il volantino. Lo lesse e lo rilesse meccanicamente, buttando fuori vari toni di voce. Aveva l'aria incerta e stizzita, come se un bufalo gli stesse camminando sul piedino.

Nella mano di Shaffer era comparsa una pistola.

Gli porsi la cornetta del telefono.

Bleffare. A poker non mi riesce mai, nella vita qualche volta. Approfittai del suo momentaneo smarrimento prima che venisse a vedere il mio gioco. E lo misi a terra con i soliti argomenti.

.- Avevi ragione, genio. Il telefono oggi costa caro. Ti sei bevuto il trucchetto più vecchio del mondo. Ora non mi rimane che avvertire sul serio il fido Bollinger.

Shannon aveva la pistola in mano, ora.

La sua aggressività era paranoia. Era il risultato di una vita passata in galera, come avrebbero detto gli esperti. Eppure c'era qualcosa di assurdamente esatto in quella follia. Che altro ero io, che altro eravamo tutti, se non carogne o vegetali rassegnati? Che altro?

Non potevo permetterglielo. Non potevo stare a guardare un uomo che uccide. E mi gettai su Shannon.

Aveva i muscoli d'acciaio, non avevo nessuna possibilità, il match durò solo pochi secondi e finii al tappeto.

Ma a Shaffer erano bastati per recuperare la pistola.

Shannon non alzò le mani, avanzò lentamente tenendo alta la testa e tre colpi in rapida successione lo centrarono in pieno. Ma non fermarono Shannon che, come una creatura innaturale, afferrò Shaffer con le sue mani da mulo, mentre l'altro sparò ancora a bruciapelo. Poi la pistola fece "clik, clik, clik". L'urlo di Shaffer sembrava quello di un gallinaccio ghermito dal falco. Il tonfo sordo dei due corpi. Prima Shaffer, poi Shannon che senza fretta si girò, si piegò e mi guardò. Ma non c'era odio nei suoi occhi. Poi il silenzio. E nel silenzio solo un vegetale rassegnato, immobile. Io. "La carogna ha pagato, amico. Ho rispettato le regole. Che io sia morto non ha nessuna importanza." Questo dicevano i suoi occhi. La mia mano raspò i numeri sul disco del telefono. Non sapevo che cosa avrei detto a Bollinger. Forse semplicemente che ero un vegetale rassegnato. Ma Bollinger non avrebbe capito. Avrebbe urlato qualche insulto. E la mia voce sarebbe stata costretta a fornire spiegazioni.

last modify 03/10/2001

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