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Il capitano Achab racconta

A cura di Emanuele Mignone


Una figlia

 

 

Bella….Bellissima…Sorrideva, ma il suo sorriso era di carta…Da Moe non c’era quasi nessuno. Richiusi quella vecchia rivista, passando le dita sulla copertina, come una leggera carezza. Una rivista che qualche sconosciuto mi aveva recapitato in ufficio. Era una di quelle sere tiepide di autunno. Insperate eppure reali. Fra poco sarebbe arrivato il freddo e sarebbe rimasto per mesi, in compagnia del vento e della pioggia. Ma intanto c’era quel tepore e il bicchiere di whisky riposava sul tavolo. Non c’era fretta e forse non c’era neppure il desiderio di bere. Come non c’era fretta per accendere un’altra sigaretta, che rotolava fra le dita. Fuori, la solita umanità: una fauna piena di desideri insoddisfatti, di velleità impossibili, di felicità immaginate e mai vissute…Rimanevano whisky e sigaretta…ed io ero in compagnia di una donna di carta. L’ululato ritmico di una sirena giunse affievolito. Artigliai il bicchiere e ingoiai il liquore…e un attimo dopo ecco la sigaretta accesa. Gesti uguali…impulsi condizionati: sirena della polizia, whisky, sigaretta.

Che ci faceva Bollinger in quel buco? Aveva rovinato l’equilibrio del locale. Gli soffiai il fumo in faccia.

Arrivammo al General Hospital. Un lettino bianco in una stanza bianca. Un viso bianco. Il bianco è il colore che precede la morte.

Pensai di parlare con qualche medico. In quel momento ne uscì uno dalla stanza della donna. Ed era molto pessimista.

L'avevo riconosciuta subito, anche se avevo taciuto. Era Tina Shot, la donna che era in copertina sulla rivista che mi era stata spedita. Una rivista di trent'anni prima. Perché me l'aveva mandata?

Più che una voce era un soffio, che non sarebbe durato a lungo.

Uscii da quella stanza con un senso di pena. E con una ruga in più. Erano stati venti, penosissimi minuti.

Con un bel po’ di fatica, riuscii a risalire all'abitazione della Shot.

Questo, Tina non era riuscita a dirmelo…non aveva avuto la forza…E poi perché avrebbe dovuto dirmi che vendeva il suo corpo.? Ritornai in ospedale…Era ancora viva…sempre più bianca, sempre più leggera. Con gli occhi sempre più grandi…

Niente. Solo Bollinger, che mi aspettava fuori dalla stanza.

In ufficio cercai di ricomporre i tanti pezzetti del mosaico che avevo in testa.

Dunque…Tina piantò il marito, lasciandogli la figlia di quattro anni…aveva cominciato come modella, ma poi…Il marito era un poco di buono, una mezza calzetta. Perché gli aveva lasciato la figlia? Ah, sì, perché non poteva portarla con se, evidentemente…Il marito poi morì…Che poteva fare una ragazza che viveva con un padre come quello? Poteva scappare di casa per trovare qualche lavoro…Ma se da bambina somigliava alla madre ed era molto bella, era probabile che le somigliasse ancora…Dovrebbe essere come era Tina a vent'anni…Era come cercare un ago in pagliaio…e se fosse andata via da New York? E non avevo neppure molto tempo…

Decisi di uscire e mi incamminai a piedi verso la 42esima. Dopo un po’ iniziarono a farmi male i piedi ed il cervello. Pensai che non sarei mai stato capace di ritrovare Nancy. Avrei dovuto chiedere aiuto a Bolly., per quello che sarebbe servito. Ed era proprio quello che non volevo fare. Ripensai a Tina, a quegli occhi grandi. Era diventata un rottame, una donna che aveva sbagliato tutto nella vita, una donna che aveva vissuto come spazzatura fra la spazzatura. Ma era una madre…Forse il desiderio di rivedere la figlia sarebbe stato l'unica cosa bella della sua vita. Sperai di trovare la soluzione, prima che lei se ne andasse.

Ma forse esisteva anche un santo protettore dei detectives e quella sera, forse, quel santo era ben disposto.

Lei era lì. Avrebbe potuto essere lei. Come Tina a vent'anni. Era appoggiata a quell'auto, in cerca di clienti. Mi avvicinai al tizio che individuai come colui che riscuoteva. Lei si staccò dall'auto ed entrò in un portone.

Gli avrei spaccato volentieri il muso, ma gli allungai il centone.

Appena fui entrato nella stanza, lei tirò fuori un sorriso, uguale a quello di centinai di altri, senza gioia.

L'elegantone che riscuoteva fece la sua apparizione sulla porta.

L'afferrai per il bavero della giacca.

Il tipetto scomparve leggero come piuma.

La convinsi, anche se fu una cosa tutt'altro che facile.

Entrai nella stanza di Tina con un sorriso radioso. Mi meravigliai di poterlo fare di fronte a quell'essere che non era quasi più di questo mondo.

Era entrata. Un viso acqua e sapone. Aveva certo usato molta acqua e molto sapone per renderlo così…Gli occhi di Tina parlavano per lei, e c'era tanta felicità dentro. Forse per la prima volta nella sua vita. Nancy le parlava. Ad un tratto si fermò, accorgendosi che quegli occhi non avrebbero visto più nessuno. Mi porse una mano aperta.

Non era nemmeno colpa sua. L'avevano abituata a vivere così, a vivere vendendosi. Duecento dollari, il prezzo per il tempo impiegato per vedere sua madre.

Fuori l'aria era ancora tiepida, ma sentii un brivido lungo la schiena. Bollinger si avvicinò a me con la sua auto.

Mi levai la cravatta e la scagliai contro di lui.

Andai al bar di Moe. Entrai quasi sorridendo.

Lo guardai con una smorfia.



last modify 23/12/2006

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