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MUSICA

“Noi, Beach Boys, tutto surf e rock’n’roll”

Sabato sono passati in concerto per la prima volta in Italia, al Forum di Assago, tra onde finte e sacchi di sabbia buttati lì per far scena. La scena, quella vera, si spiegava sotto il sole accecante della California a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando tre fratelli bianchi di buona famiglia (Brian, Dennis e Carl Wilson) più il cugino Mike Love e l’amico Al Jardine strimpellavano nella cantina di casa. Avevano belle voci, erano biondi, disimpegnati e poco più che adolescenti. Erano i Beach Boys e, grazie al genio di Brian Wilson, di lì a poco sarebbero diventati la prima rock & roll band della storia. Brian Wilson, uno dei più grandi compositori e arrangiatori pop, è stato e sempre sarà la loro maledizione e la loro fortuna: senza di lui i Beach Boys non sono tali, neppure se Jardine e Love detengono il marchio e con quello appaiono nei telefilm americani da almeno trent'anni con la stessa disinvoltura con la quale suonano per i Repubblicani. Brian Wilson è quello che quando sentì Sgt Pepper’s ebbe un esaurimento nervoso nonostante avesse firmato l'anno prima uno dei pilastri del pop mondiale, Pet Sounds, nonostante Paul McCartney tutt'oggi dica che la sua God only knows è la migliore canzone mai scritta. È quello che eccedeva con l'Lsd, che alternava depressione a euforia schizoide, quello che ben presto fu sostituito e si dette un po' alla composizione, un po' al vagabondaggio. Oggi “loro”, gli altri, sembrano l'ottima cover band dell’originale: voci celestiali arrangiate splendidamente e canzoni semplici, semplicissime. In attesa che Wilson arrivi per la prima volta in Italia la prossima estate, siamo qui a parlare dei Beach Boys con Mike Love: è l'eterno gregario che dalla vita ha avuto quasi tutto quello che un musicista possa desiderare tranne il genio del cugino. Ha scritto tanti testi tra cui quello di Good vibration, si è allontanato da Brian per non farsi contagiare dall’autodistruzione (per poi portarlo in tribunale per farsi dare 5 milioni di dollari di royalties), ascolta solo musica indiana e gestisce un patrimonio sterminato. È il “regolare” della band.

Mike Love, cosa ricorda degli inizi?

Alla fine degli anni Cinquanta suonavamo per conto nostro, siamo sempre stati un'azienda a conduzione familiare. Poi un produttore ci disse: perché non fate una canzone folk visto che vanno per la maggiore, cose come Peter Paul and Mary e il Kingstone Trio? Ma non era nelle nostre corde, a noi piaceva il rock and roll: Chuck Berry, Little Richard e gli Everly Brothers. Allora decidemmo di scrivere una canzone sul surfing. Nessuno lo aveva mai fatto prima, eppure era la cosa più facile del mondo: parlare della nostra bassa California, anche se non eravamo dei veri surfers.

Quali erano i vostri modelli?

Il bello è che allora non esistevano modelli. Perché non esistevano band di rock and roll. Esistevano solo singole star come Elvis, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, Little Richard... Poi c'erano Bing Crosby, Perry Como, Nat King Cole, le orchestre e le band di R&B. Semplicemente non c'era un esempio da seguire. Poi sono arrivati i Beatles e i Rolling Stones.

I Beatles di “Rubber Soul” e “Sgt Pepper's” fecero venire un esaurimento nervoso a Wilson...

Io non ho mai temuto il successo dei Beatles perché eravamo già enormemente famosi. Li ammiravamo certo, questo è scontato. Ho passato ore ed ore a discutere con Paul McCartney nel 1968 in India dal Maharishi. Quando vennero in concerto negli Stati Uniti ero in prima fila a vederli. Brian invece è sempre stato paranoico...

Musicalmente come vede Sir Paul oggi?

Paul è una persona così creativa... un gentleman del genere non viene scalfito dal tempo. Quel che più apprezzo di lui è il fatto che nonostante il successo oceanico sia rimasto una persona integerrima, un modello.

Anche lui va in giro a cantare i vecchi successi, ma non si fa chiamare Beatles...

Non mi sento la coscienza sporca. La gente è contenta di vedere i Beach Boys dopo quarant'anni e questo mi fa andare avanti.

Quanto ha pesato su di voi il giudizio negativo di chi vi tacciava di qualunquisti, visto che nel periodo d'oro della contestazione non avete mai preso una posizione?

Sapevamo quello che succedeva nella guerra del Vietnam, sapevamo dei problemi dell'immigrazione, della lotta per i diritti civili, e decidemmo consciamente di focalizzarci sul lato positivo delle cose. Ci piaceva far star bene la gente. Privatamente abbiamo supportato diverse cause, abbiamo anche partecipato attivamente a cause politiche.

Lei chi ha votato come governatore della California?

Vivo in Nevada, non più in California, ma avrei votato per Schwarzenegger perché è una persona che ottiene ciò che vuole. Non si nasconde, come lo vedi così è: famoso, in salute.

La California è ancora una terra promessa per la musica?

Credo che sia più che altro un campo minato. Oggi è diverso dagli anni Sessanta: lì come altrove la musica è estremamente frammentata, ci sono tantissimi generi e culture diverse. Quando sono esplosi i BB, all'epoca delle radio top 40 radio, tutti si standardizzavano su un suono, quello trasmesso dalle radio. Oggi ognuno va per la sua direzione e trova il suo piccolo bacino d'ascolto.

Qual è stato il segreto dei Beach Boys?

La chiarezza musicale di mio cugino Brian, la sua capacità di costruire straordinarie armonie che occhieggiavano alla polifonia sinfonica e il mio genio nei testi delle canzoni. No, dai, scherzo...

Una riunione?

Niente è impossibile.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 10/11/2003



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