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CINEMA

Marco Bechis: Le radici del dolore

Marco Bechis è nato a Santiago del Cile nel 1957, da madre cilena e padre italiano. Trasferitosi da tempo in Argentina, nell'aprile del 1977 viene sequestrato a Buenos Aires e detenuto per quattro mesi dai torturatori in un carcere clandestino. Un'esperienza che lo segnerà profondamente senza, però, intaccarne lo spirito. E' da qui, infatti, che gli nascono la necessità e l'urgenza di raccontare, perché tali efferatezze non si dimentichino ma anzi siano sapute da tutti.

Quando a maggio del 1992 uscì in Italia il primo lungometraggio, Alambrado, io ero già tornato in Argentina e stavo realizzando le interviste che sono state poi la base per Garage Olimpo. Scrivere un film sui desaparecidos è stata l'idea di partenza, si può dire che il cinema per me aveva senso solo come testimonianza”, racconta. “In precedenza la mia esperienza di video-artista mi aveva tenuto lontano dal cinema, che consideravo un'arte in agonia destinata rapidamente a diventare ciò che era già il teatro, un'arte per pochi. Ma di fronte al problema del come, sono ricaduto sul cinema: il cinema come racconto che riesce a sintetizzare la sensibilità e l'intuizione del mondo dell'arte con la costruzione logica e razionale di una storia”. La scommessa: riuscire a raccontare la violenza senza scadere nell'horror puro ed evitando anche, perché troppo doloroso, di farlo in soggettiva. “Mi ponevo una domanda: la violenza si può rappresentare? Perché non c'è alcuna oggettività nella violenza. Quindi come raccontare qualcosa di così intimo con un mezzo come il cinema?”, continua. “Una donna sopravvissuta ad un lungo periodo di detenzione e di tortura disse un giorno a qualcuno che le chiedeva cosa le avevano fatto: “Di certe cose parlo solo con le mie piante”. Allora come rappresentare la violenza? Solo raccontando come si costruisce la meccanica dell'intenzione violenta, la burocrazia che la rende reiterata, la spersonalizzazione che la rende cieca, l'acquisizione di nuove tecnologie che la fanno sempre più mimetica”.

Garage Olimpo ha un lungo periodo di gestazione. Problemi di varia natura ne ritarderanno la produzione fino al 1999. Decisamente più breve il lasso di tempo necessario a Bechis per realizzare il nuovo film. Figli/Hijos è appena uscito nelle sale cinematografiche italiane. Parlandone, il regista, tiene a precisare, come prima cosa, l'assoluta contiguità fra questa e l'opera precedente. I due film, infatti, hanno una chiara divergenza di stile quanto un altrettanto evidente affinità di contenuto. “Sono, per me, le due facce della stessa medaglia. In origine avevo pensato di realizzarli simultaneamente. Girando Garage Olimpo avevo già in testa Figli. Volevo fare un film su vent'anni fa, e farlo sembrare come se i fatti fossero accaduti oggi, e un film sull'oggi che però avesse le radici del suo dolore nei vent'anni precedenti. Progettualmente sono uniti in maniera indissolubile. Le storie, poi, sono diverse e di conseguenza anche il linguaggio cinematografico che ho usato lo è. Il primo racconta di un campo di concentramento. Avevo una maniera da rappresentare molto concreta: le celle, le zone dove si torturava, il funzionamento quotidiano del lager e la città sopra, apparentemente ignara, che continuava una vita normale, “civile”. Buenos Aires durante i campionati mondiali di calcio del 1978 ospitava migliaia di giornalisti di tutto il mondo che seguivano, concentrati, una partita di calcio mentre, semplicemente sotto i loro piedi, stavano funzionando a pieno ritmo trecento campi di concentramento. Invece, in Hijos, la violenza che volevo raccontare stava dentro la testa dei personaggi, era una violenza tutta psicologica. Ho deciso di affrontare l'argomento, però senza spiegare troppo né raccontare pedissequamente la psicologia di ognuno di essi, come si fa normalmente nei cosiddetti film psicologici dal forte contenuto introspettivo che spesso sembrano più telefilm che film. Ho deliberatamente lasciato dei vuoti narrativi e introdotto degli spazi lirici in modo che lo spettatore, sviluppando un ragionamento autonomo, potesse entrare piano piano nella vicenda e tentare di capire le meccaniche di questa tragedia ultima della dittatura argentina, quella dei figli rubati appena nati dalle madri, che sarebbero state fatte scomparire per sempre. Bambini cresciuti senza sapere chi fossero in realtà, spesso “adottati” dagli stessi assassini dei propri genitori”.

Chi erano i desaparecidos?

I desaparecidos, che sono trentamila, erano la parte giovane, intelligente, arrabbiata della società. La volevano cambiare, professando idee di progresso e di vita completamente diverse da chi deteneva il potere. Furono eliminati con la violenza, annichiliti con il terrore. Appena liberato dal carcere venni espulso per motivi politici dall'Argentina e venni in Italia. Nel settembre del 1977 andai a Bologna dove era in corso il grande, storico raduno di quello che allora era chiamato il Movimento. Erano presenti al completo le sue variegate anime, provenienti da tutta l'Italia: colorate, vitali, dissidenti, politicizzate e creative. Ricordo che, seduto sulla scalinata di Piazza Maggiore, guardavo questa moltitudine di giovani, per caso proprio trentamila, riflettendo sul fatto che, se fossimo stati in Argentina, sarebbero stati fatti scomparire tutti nel giro di un anno. La cosa agghiacciante era proprio questa: pensare che ad essere direttamente e duramente colpita fosse proprio la parte più attiva e reattiva della società.

I torturatori, così liberi di commettere ogni efferatezza, di che tipo di coperture potevano godere?

Avevano carta bianca perché, semplicemente, erano l'Esercito, l'apparato più potente dello Stato. Nessun servizio segreto deviato ha mai avuto necessità di intervenire. Il dittatore Videla era il diretto, primo, responsabile della spietata repressione che si stava effettuando contro gli oppositori politici del regime. I processi degli anni '80 hanno dimostrato che se le migliaia di esecutori materiali di questi crimini erano tutti inseriti rigorosamente nelle gerarchie della Polizia e dell'Esercito.

Mi verrebbe da dire correttamente elencati nel libro paga dei dipendenti statali.

Esattamente. Tant'è che in Garage Olimpo, prima di iniziare il lavoro, timbrano coscienziosamente il cartellino.

L'argomento sollevato da Hijos è di bruciante attualità e allo stesso tempo rivela un ulteriore, terribile aspetto del regime argentino, capace di concepire un'azione tanto inedita quanto nefasta.

E' un tema urgentissimo. Ancora oggi si continuano a ritrovare i ragazzi ormai adulti che sono stati sottratti ai genitori appena nati e poco si sa di come va affrontato un problema di cui nessuno può prevedere l'evoluzione e del quale non si hanno precedenti. I nazisti avevano un criterio di selezione etnico-religiosa: andavano eliminati tutti, dal nonno al nipote. In Argentina, invece, il criterio è stato ideologico: i giovani oppositori andavano eliminati perché non era possibile cancellare dalle loro teste l'ideologia che professavano. Avevano provato a metterli in galera durante la dittatura precedente, negli anni '60, ma dopo qualche anno erano tornati liberi e ancora più determinati. Nel 1975 i vertici militari, in una storica riunione rimasta a lungo segreta, decisero che andavano eliminati fisicamente. Ci sono testimonianze di costruzioni sotterranee per ospitare i desaparecidos che risalgono a un anno prima del colpo di stato del 1976. La preparazione fu evidentemente molto meticolosa. Durante gli anni in cui scomparvero migliaia di oppositori, tra i militari esistevano liste di attesa per spartirsi i bambini delle donne prigioniere fatte partorire in clandestinità. Quei bambini erano bottino di guerra, erano tabula rasa. Non erano riusciti a domare i loro genitori ma adesso potevano prendersi la rivincita sui figli. Li avrebbero fatti crescere come dei veri patrioti.

I torturatori e i loro mandanti dove sono adesso?

Questi criminali sono stati assolti nel corso dei processi farsa degli anni '80 grazie a una legge che li tutelava. E' la solita vecchia storia di chi ha dovuto obbedire a degli ordini superiori, anche se questi lo inducevano alla tortura e all'omicidio. In quanto militare è scagionato di colpe perché, si dice, non poteva fare altrimenti. La stessa sorte è comunque toccata anche ai capi. Condannati in prima istanza, vennero amnistiati l'anno dopo. Ha trionfato, insomma, una scandalosa e trasversale etica dell'impunità. Come ulteriore, insopportabile scherno ai sopravvissuti, alle vittime e ai loro familiari c'è anche chi, perdonato con la scappatoia di aver dovuto eseguire degli ordini, oggi sostiene di aver fatto bene e ne va anche fiero. E' una giustizia aberrante e perversa quella che perdona delle colpe a qualcuno che non si è mai pentito.

In contemporanea con l'uscita del nuovo film hai pubblicato anche un libro, edito da Ubulibri. Argentina 1976/2001. Filmare la violenza sotterranea contiene le due sceneggiature di Garage Olimpo e Figli/Hijos, le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti ai campi di concentramento e quelle di alcuni dei figli dei desaparecidos e un 'accorata introduzione di Adriano Sofri.

La stampa delle sceneggiature si usava molto negli anni '60 e '70 perché, praticamente, non c'era altro modo per ricordare il film che leggerlo. Oggi che i supporti offerti dalla tecnologia per svolgere questa funzione sono alla portata di tutti, pubblicare un libro così ha una funzione decisamente più letteraria. Diventa un modo per far rivivere le emozioni del film in maniera più curiosa e attiva rispetto alla semplice visione della replica in videocassetta. La lettura permette di conservare l'originaria impressione del film visto al cinema aggiungendo, contemporaneamente, i propri elementi di approfondimento che attivano, in maniera parziale ma sicuramente creativa, il ricordo.

Intervista di Piero Santi – L'UNITA' – 17/02/2002

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