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CINEMA

Bellocchio parla con Dio

La notizia è il divieto per bestemmia: L'ora di religione, nuovo (e magnifico) film di Marco Bellocchio, uscirà venerdì prossimo vietato ai minori di 14 anni, e con il giudizio di “inaccettabile e “fuorviante” espresso dalla commissione di valutazioni cinematografiche della Cei. Il tutto perché un personaggio, a un certo punto, bestemmia in primo piano. Come avrete certamente notato nelle vostra lunga carriera di spettatori, la bestemmia è “il tabù del nostro cinema anche se milioni di italiani ne fanno uso ogni giorno. Ipocrisia? Certo che sì: “Ho tentato di imbrogliare la commissione di censura – racconta Bellocchio, tutto sommato abbastanza divertito – raccontando loro che un gran cardinale, dopo aver visto il film, ha detto che quell'imprecazione contro la madonna e contro Dio è come il grido di dolore di Cristo sulla croce. La frase è vera, ma l'ha detta un semplice sacerdote, non un alto prelato. Comunque non mi hanno creduto”. Fermo restando che la sensibilità dei fedeli può essere disturbata da un “porco...” a pieno schermo, va subito detto che scena ha un senso, è giustificata dalla trama e dalla tematica stessa del film, che è un'intensa, geniale riflessione sulla religione (nei suoi aspetti esteriori ed interiori) e sul suo influsso sulla vita di un uomo laico. Ernesto (Sergio Castellitto) è un noto pittore, dichiaratamente ateo, che un bel giorno viene convocato in Vaticano perché tutta la sua famiglia, a sua insaputa, trama perché la sua madre sia fatta santa. E questo perché: 1) la donna è stata uccisa da un suo figlio, fratello di Ernesto, in un raptus, perché lei lo ammoniva ossessivamente a non bestemmiare; 2) da morta avrebbe compiuto un miracolo, guarendo un malato terminale di cancro che l'aveva invocata. Per Ernesto comincia l'incubo: si ritrova come “circondato” dalla religione...un po' come ogni laico si è sentito nel corso del 2000 giubilare dal quale siamo faticosamente usciti...

Bellocchio, partiamo dalle cose profane: un commento sul divieto.

I censori si fermano ai dettagli e non vedono le opere nel loro complesso. E' ovvio che noi non volessimo offendere nessuno: una bestemmia puramente provocatoria sarebbe una battaglia retrograda. Il film ha molti livelli di lettura; è anche la storia di una famiglia dove è successa una tragedia. La bestemmia è un grido di dolore per qualcosa che non si è realizzato, per un'assenza d'amore. E' una storia drammatica con un forte spirito di lotta, su un uomo non rassegnato, molto vitale.

Ernesto è laico, è un artista, è un uomo di mezza età, un intellettuale. E' Marco Bellocchio?

Domanda difficile. E molto “privata”...Diciamo che i fatti raccontati nella trama non mi sono accaduti e che mia madre è morta tranquilla nel suo letto. Sono laico, credo nell'uomo e nei rapporti umani: ma non nego di trovare maggiore curiosità nel dialogare con un prete, con l'assurdità della sua fede, piuttosto che con un razionalista che non mi sa dare nulla di “altro da me”. L'assurdità e la fantasia sono fondamentali per un artista. Il film è personale in modo molto indiretto, trasfigurato. Sento molto intimamente i dubbi di Ernesto, ma condivido anche alcuni paradossi di altri personaggi, come il conte che lo sfida a duello. A un certo punto dice: non capisco perché dietro ad ogni cattedra ci debba essere un crocifisso, e questa è una domanda fondamentale – che io sottoscrivo – su come è stata formata la nostra cultura. La fede, nell'educazione dell'italiano medio, è stata “organizzata”, resa comprensibile, chiara, realistica attraverso una serie di precetti puramente formali. Quando poi un uomo cresce, se cresce, quella forma non regge più. E scoppiano le contraddizioni. La verità è che, anche in un paese cattolico come l'Italia, l'indifferenza e l'incredulità sono enormemente diffuse, ma c'è un forte potenziale religioso, o forse superstizioso, per cui anche un indifferente ha bisogno di riconoscersi in certi riti. Che poi coincidono con i sacramenti: io, come laico, sono molto colpito dal fatto che molti laici come me si sposano in chiesa o fanno battezzare i figli. Credo sia una fede esteriore che in ultima analisi esorcizza la paura ultima, suprema: la paura della morte. E pensare che un Papa, e non uno qualsiasi, ha detto una volta che un uomo, se vive da giusto, andrà comunque in Paradiso.

Una domanda a Sergio Castellitto: come ha vissuto questo ruolo e come le ha comunicato, Bellocchio, le tematiche così profonde in cui è impastoiato il suo personaggio?

Quando Marco mi ha mandato la prima stesura del copione non ci ho capito nulla, e gliel'ho detto apertamente. Però, pur non capendo, sentivo che dentro c'era qualcosa di potente; e ho avuto la pazienza di attendere, di non perdere il treno. Ripensandoci, non è casuale che Ernesto sia un pittore e che Marco nasca pittore (tra l'altro molto bravo, gli dico sempre che dovrebbe fare una mostra: guadagnerebbe un sacco di soldi). Quella prima stesura erano i colori per fare il quadro: noi attori pretendiamo sempre di vedere il quadro già finito, lui invece mi ha mostrato la tavolozza. Sono convinto che L'ora di religione non sia un film contro il mondo cattolico. Semmai è un film sulle contraddizioni della società civile nel suo rapporto con la fede, e non attacca la religione, ma l'uso ipocrita che molti, religiosi e non, ne fanno. Credo sia un'opera con una spiritualità altissima, ma vorrei fosse chiaro che non parla solo di fede. Parla dei rapporti familiari, del dolore, della coerenza (e posso tranquillamente ammettere che molti religiosi sono più coerenti di noi laici). Abbandonarsi alle polemiche significa spostare il discorso, fraintendere il film.

Bellocchio, nel film Ernesto sogna di distruggere l'altare della Patria, il Vittoriano. Ci sarebbe aspettati il Vaticano...

Quello è un problema squisitamente estetico. Il Vittoriano è brutto, anche se è il simbolo di cose molto serie. E la bruttezza è qualcosa che intimidisce. Anche la media bruttezza del cinema italiano intimidisce i giovani registi, e questo spiega le molte opere prime francamente brutte, prive di respiro, di immagini, di visioni. La bruttezza è ammorbante. Bisogna combatterla, dovunque si nasconda.

Intervista di Alberto Crespi – L'UNITA' – 12/04/2002

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