Oreste Pivetta

L'UNITA' - 21/11/2001

I pregiudizi sono la tomba della ragione

Tahar Ben Jelloun è uno dei più conosciuti scrittori maghrebini. Maghrebino per essere nato a Fès, una delle capitali antiche del Marocco, cinquantacinque anni fa. Come molti maghrebini è immigrato in Francia, ha studiato e ha scritto molto, prima veri reportage, che cercavano di rappresentare la condizione dei suoi connazionali in Francia, e poi romanzi, cominciando con «Creatura di sabbia», pubblicato in Italia nel 1987, storia di una ragazza costretta a vivere nelle sembianze di uomo in una famiglia senza figli maschi, metafora di una identità soffocata e di un travestimento imposto. Tre anni fa ha ricevuto dalle mani di Kofi Annam il «Global Tolerance Award», premio a un libro di un centinaio di pagine: «Il razzismo spiegato a mia figlia». Un altro libro di un centinaio di pagine appena stampato in Italia da Bompiani (prima che sia uscito in Francia ed è un primato) ispirato al medesimo segno della tolleranza è «L’Islam spiegato ai nostri figli», un libro didattico, nato di slancio dopo l’attentato alle Torri gemelli e dopo una domanda della figlia che aveva saputo dalla televisione di quell’orrore e di quei morti: papà, i musulmani sono cattivi?
Tahar Ben Jelloun, i musulmani sono cattivi?
«Come tutti gli uomini»
Però nell’immaginario occidentale e soprattutto italiano lo stereotipo del "cattivo saracino" o dell’arabo infido resiste. Sporco, bello ma ambiguo, cattivo...
«I pregiudizi sono la tomba della ragione. Poi dipende dall’eco di certi pregiudizi. Quelli manifestati da Oriana Fallaci e da Silvio Berlusconi hanno provocato un gran frastuono e mi sono sembrati i peggiori di questi tempi. Oriana Fallaci è una brava giornalista che conosce in modo approssimativo l’Islam, ma aveva i suoi conti da regolare con un uomo che l’ha trattata male. Per questo la perdono. Berlusconi è un capo di stato, ha molte responsabilità e non può esprimersi come fosse al circo barnum. Ma è un uomo di cultura: spero che voglia leggere questo libretto che gli manderò con dedica. L’ho scritto per cercare di illuminare qualche aspetto della cultura e della religione islamiche: se ne sono sentite di tutti i colori».
Ma integralismo e fondamentalismo sono solo calunnie?
«Sono espressioni che riguardano questa ed altre religioni. Integralisti si definiscono anche i cattolici che pretendono più rigore e la messa in latino. Gli islamici non sono nè integralisti nè fondamentalisti. Possono diventarlo a certe condizioni: arretratezza economica in un paese senza democrazia, vittima quindi dell’ignoranza. Non c’è dubbio che molta parte di noi soffra per questo: siamo poveri, oppressi, incolti. Però in tutto questo c’è una responsabilità dell’occidente e non è solo storia della colonizzazione in questo e nei secoli passati. Qualcuno ha cercato di tirarsene fuori con le proprie forze. C’è qualcosa che riguarda invece molto di più l’attualità. L’occidente ha tutti gli strumenti per favorire il cammino verso la democrazia dei paesi islamici. Non parlo di guerre. Parlo intanto di politiche economiche, che favoriscano i paesi più moderati. Gli Stati Uniti intrattengono grandi e ricchi rapporti commerciali con l’Arabia Saudita, ma in questo caso non vedono le ingiustizie e le sofferenze che quel popolo deve subire».
Sua figlia le chiede infatti che cosa abbia mai fatto l’America per rendere così crudeli quei terroristi...
«E rispondo che da dieci anni bombarda le popolazioni irachene, che molti bambini sono morti sotto le bombe. L’invasione del Kuwait respinta, l’ha pagata una popolazione inerme. La decadenza dei paesi islamici comincia con le colonie, quando la religione diventa una ragione di identità e si manifesta il fondamentalismo: mentre crollano le strutture statuali, l’unica cosa in cui riconoscersi è la fede, una fede che deve essere protetta dalle altre culture e dalla modernità».
Il fondamentalismo aggiunge all’Islam l’intolleranza, ma lei nel libro cita versetti del Corano che provano il contrario: "Non vi sia costrizione nella Fede...", "Né voi venerate quel ch’io venero: voi avete la vostra religione, io la mia".
«L’Islam non costringe nessuno a credere nel suo messaggio, l’Islam è arrivato a riconoscere gli altri profeti come Abramo, come Mosè, come Gesù. Ogni religione si presenta però come la migliore. È ovvio. Questa è la premessa dell’intolleranza, che la politica mette a nudo quando si serve della religione. Le Crociate non le hanno inventate i musulmani. Quel mondo, che aveva relazioni con tutte le culture, di fronte all’assalto, si chiude. La rovina nasce dalla contaminazione tra politica e religione. In una società laica la religione non si piega al fondamentalismo».
Lei esprime la religione di un laico, che considera la fede un scelta solo personale.
«La fede è il risultato di un rapporto personale con Dio, che non implica l’osservanza determinate regole esteriori. L’Islam detta un codice molto temporale, non solo spirituale, che occupa anche la quotidianità. Qui dovrebbe soccorrere l’interpretazione. La religione, diceva un teologo, è una locanda nella quale chiunque può entrare: entra chi sa leggere, chi non sa leggere, chi legge male. Gli integralisti, come i talebani, sfruttano semplicemente i testi a loro vantaggio, leggendoli in modo perverso».
L’Islam è in Europa. Lei viene da un paese dove gli islamici sono quattro o cinque milioni. Come ha reagito la comunità islamica francese a questi mesi di attentati e di guerra?
«La prima reazione è stata dei capi religiosi che hanno condannato il terrorismo. Ma è stata una condanna che esprimeva quell’equilibrio cui prima accennavo: la Francia è un paese laico e democratico, la fede non invade il campo della politica e la comune fede religiosa non può offrire alcuna copertura, alcuna giustificazione, alla violenza dei terroristi. La Francia in questo senso è un modello di coesistenza, secondo regole che detta la democrazia. Il maghrebino che sta in Francia, che pratica la sua religione, riconosce quel valore: è una scuola che vorrebbe ritrovare anche nel suo paese se dovesse tornare».

Intervista di Oreste Pivetta – L'UNITA' – 21/11/2001

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