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Il blackout del cervello

Chiavari. Blackout. L'intelligenza di spegne. E Beppe Grillo si avventa sulle nostre paure, si sbraccia sopra un ramo d'albero “svizzero”, fa la spola fra due plotoncini di studenti sul palco: “Voi siete così sereni e ben educati, ma io ho qualcosa da dirvi”. E se la prende con tutti, anche col presidenti Ciampi: “Sul Vajont ha detto che è una catastrofe quando la natura si ribella all'uomo. Ma la vera catastrofe lì è stata una società per azioni”. E la rabbia sale, il rancore per le umiliazioni è come un fiume, il grande predicatore smania febbricitante nel nuovo show, che ha debuttato ieri sera al Teatro Cantero, dove si replicherà oggi, ancora tutto esaurito.

Appare trascinando un ramo: “Sarebbe questo il colpevole del blackout. Ma un abete svizzero non avrebbe mai fatto un disastro così. Deve essere un extracomunitario”. Sbatte la testa sul tema energetico, immagina cattedrali a pannelli solari e fotovoltaici: “In Svizzera vogliono ridurre i consumi al livello degli anni '60, ci sono case dove il riscaldamento segue le persone”. E poi la politica, poca ma sferzante “Non ne posso più di Berlusconi, ne combina una al giorno e devo cambiare monologo ogni sera”. E il condono edilizio: “Ora fanno abusi anche quelli che non volevano farli”. La grande disillusione: “Abbiamo questo governo, perché non sappiamo chi metterci”. E l'America di Schwarzenegger governatore: “Quelli confondono cultura con culturismo”.

Grillo perché blackout?

Perché ci stiamo spegnendo. Siamo al blackout del cervello, dell'energia. Mi chiedo cosa c'è dietro a questo ricatto sulle risorse energetiche, di cosa dovrebbe occuparsi l'informazione. Voglio guardare un po' avanti, e non indietro: al comunismo, alle foibe e a Telekom Serbia.

Parla di Schwarzenegger, se la piglia con l'America.

Colpa nostra: vogliamo somigliare all'America che è in completa decadenza: non producono quasi più nulla, ma consumano come delle bestie. Piuttosto chiediamoci cosa sarà della Cina? E facciamo una bella scala dei valori.

In scena si dà un gran daffare.

Perché è uno spettacolo sulla rabbia, dove dico che tutte le cose che si sanno non sono più vere. Magari la gente non sa dare un motivo, ma ce l'ha dentro: siamo tutti arrabbiati. Bisognerebbe anche essere un po' più sleali, ridiventare un po' bambini, un po' anarchici: cominciare a disegnarci le piste ciclabili di notte da soli.

Ma la slealtà non minaccia la convivenza sociale?

No. La mancanza di convivenza c'è adesso. Non è il crimine che rende la vita impossibile, sono i sistemi anticrimine che rendono la vita meno vivibile.

Con il disordine totale, però, sarebbe un incubo.

Non parlo di disordine. Le faccio un esempio: due giorni fa, mio figlio di 15 anni ha rubato a sua mamma e picchiato il fratellino, in più racconta delle balle e nasconde il motorino alla sorella. E' un criminale?

Direi di no, data l'età.

Non è un criminale,dato il contesto. Qualche volta agisce così, ma nella maggior parte delle volte è un bravo ragazzo. Quindi il crimine non esiste. Accade e quindi bisogna vedere come gestirlo. In America lo gestiscono come nel Medioevo. Arrivano colpevoli e patteggiano la loro colpevolezza: se confessi questo e quello, evito di darti troppa galera.

Parla poco di politica.

Perché Berlusconi mi ha annoiato. Le prime pagine dei giornali sono sul pensiero di Buttiglione o su questa destra che si risveglia. Non ne ho più voglia: sono salme, è la domenica delle salme del caro Fabrizio De André. Quella sua canzone si sta avverando. Io e Dario Fo siamo andati su una piazza a Forlì per bloccare una centrale insieme a ventimila forlivesi: non ne ha parlato nessuno. Il dramma è questo.

La mancanza d'informazione?

Uno dei libri più letti degli ultimi anni è “Tutto quello che sai è falso”. Sono dieci giornalisti americani che dicono: su questo fatto ci sono più versioni. Scegliete voi la verità. La gente va a cercarsi queste cose. Se manca l'informazione, io non posso dare il mio parere, e visto che c'è in ballo il futuro dei miei figli, sulle scelte legate all'energia voglio dire come la penso. Altrimenti è una democrazia che ci sta scappando un po' dalle mani. Che se ne sta andando.

Mai un segnale positivo?

Oh sì, la mia rabbia e quella di milioni di ragazzi, di persone che si riuniscono a Cancun. E' un momento straordinario, ci saranno grandi cambiamenti. Purtroppo abbiamo bisogno del male, del dolore per imparare.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 15/10/2003

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