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MUSICA

Bertelli, dalla rivolta con amore

Italia del Dopoguerra, tenera e feroce. Tenera nella voglia di disfarsi di tutto ciò che le ricordava il passato, la sconfitta, la vergogna, l'impresentabilità morale dell'era fascista; feroce nel modo di liquidare, di bruciare le tracce, di cercare una omologazione che la legasse ad un presente “globale” in cui l'identità ferita potesse mimetizzarsi, confondersi. Esistono pochi luoghi al mondo, come l'Italia, in cui tra gli anni '40 e '50 si sia operata una cesura tanto netta nell'immagine, ad esempio, dell'ambiente casalingo più domestico, della cucina, cioè, ma non solo. Così come si buttavano al macero le vecchie credenze dei padri e delle nonne, per sostituirle con laminati di formica e pavimenti linoleum, allo stesso modo, per evitare di guardarsi dentro e dietro, si armavano le prime robuste difese contro ogni forma di introspezione, comprese quelle cinematografiche o contate. E se persino la grande onda nel Neorealismo incontrò, al suo affacciarsi, diffidenze e ostracismi, sorte peggiore capitò, qualche anno più avanti, alla musica che, come quel cinema, aveva deciso di raccontare, con libertà poetica, la realtà italiana. I compagni dei tanti Canzonieri che scossero, tra mille bandiere rosse, le piazze del paese tra gli anni '60 e '70 sanno quanto antagonista fosse il loro compito rispetto alla cultura ufficiale, proprio per aver adottato un linguaggio che disturbava il sistema. Per loro e nostra fortuna, c'era il Pci, c'erano le feste dell'Unità, c'era, più in generale, la convinzione che un altro mondo fosse possibile, ad un patto: che fosse sostenuto da una concreta coralità del desiderio e delle azioni. Ma loro, i Canzonieri, intanto pagavano di tasca propria quella militanza culturale: niente televisione, niente soldi, niente grandi case discografiche mentre scrivevano pagine della storia musicale d'Italia che sopravviveranno alla paccottiglia mimetica messa in scena dell'asse tv-case discografiche per aiutare gli italiani a non pensare, a non ricordare. Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Fausto Amodei, Giovanna Daffini, Caterina Bueno, Paolo Ciarchi, Michele Straniero, Rudi Assuntino, Leoncarlo Settimelli, Gualtiero Bertelli: si fa torto a qualcuno fermandosi qui: chiediamo scusa, rimedieremo. Intanto, Gualtiero Bertelli, l'uomo che ha scritto una delle più belle canzoni della storia musicale d'Italia, una canzone in veneziano, dolce-forte che galleggia nella memoria di molti di voi: Nina. Così bella, così stellare che è stata in questi giorni ripresa dalla coppia De Gregori-Marini in un disco straordinario (Il fischio del vapore) che, mescolando Nina a Bella ciao, nella versione originaria delle mondine, rischia di aprire uno squarcio nel sudario in cui nel nostro paese è stata fin qui chiusa la musica popolare. Per inciso: il cd di Francesco e Giovanna è negli scaffali e minaccia di diventare un piccolo evento commerciale oltre che discografico.

Nina ti te ricordi...

Gualtiero Bertelli è nato a Venezia pochi mesi prima che finisse la guerra, nell'isola della Giudecca, il luogo della città lagunare che nel Dopoguerra divenne l'emblema dell'operaismo e del successivo processo di espropriazione del territorio. Nasce con una fisarmonica in mano ed entra ben presto, con Luisa Ronchini e Alberto D'Amico, nell'orbita dei Canzonieri, adattandone il metodo di lavoro: ricerca del patrimonio popolare e composizione di brani i cui testi hanno radici nella realtà sociale, che la raccontano spesso attraverso spaccati di vita vissuti. Nina è del '66. “Nina ti te ricordi quanto ghe gavemo messo a andar su sto toco de leto insieme a fare all'amor”: è quasi una ninna-ninna dolente, umida e fredda come la Venezia di quegli anni, eppure riscaldata dall'amore e dalla certezza che “si può fare”, in perfetto stile neorealista, attraversato da una “saudade” tutta veneziana che Gualtiero non abbandonerà mai, neppure in questo ultimo disco, Quando la luna a mezzogiorno, il sesto della sua carriera. Il sesto: tenete conto che il primo (Addio Venezia addio) è datato 1968. Sei dischi in trentaquattro anni. Che distanza dai ritmi dello show business! E, in fondo, pensateci, la poesia ha tempi del tutto diversi da quelli del consumo perché, soprattutto quando è legata alla vita, alle esperienze, affiora da sé, non la si può spingere, non sopporta la catena di montaggio. Anzi, manifesta ostilità nei confronti dei tempi di produzione: lungo le rive della Giudecca, c'è una immensa e fascinosa costruzione che un tempo ospitava una delle grandi fabbriche veneziane, il mulino Stuckhy. Per anni, Bertelli ha cantato e pianto su quelle nuvole di farina che ammalavano gli operai. E' molto difficile che un poeta arricchisca se non si accorda con i tempi del mercato.

La festa è finita (?)

Bertelli confeziona il nuovo disco con registrazioni in presa diretta. Alterna l'uso del veneziano (si chieda Bossi come mai la sua combriccola non abbia poeti dialettali da esibire) con l'italiano. Ma a noi piace più quando canta da giudecchino: è più efficace e il gioco dei chiaroscuri gli riesce con una sorprendente ricchezza di sfumature. Non c'è ombra di vanità o compiacimento (che bella lezione morale) nei suoi testi, sia quando canta e racconta d'amore tornando a Nina, dodici anni dopo averla conosciuta e cantata (“Una storia che è anche un po' la mia storia, una storia diventata per tanti la loro storia...ma dov'è la Nina che credeva nell'amore?”: abbiamo preferito tradurre), su quando si vive storicamente – come si diceva con orgoglio un tempo – in relazione ai contesti in mutamento. Ballano, (“Ballano come se tutto fosse vero...rinchiuse nei sorrisi più ingessati...poggiando su passi sgangherati”), De 'sta città (“Di questa città – Venezia – amo la gente che non c'è più, che è andata via”), La festa è finita. Gualtiero la canta con la potenza, la rabbia e l'ironia di un Brel veneziano, accompagnato dall'urlo di un accordéon che si impenna come le onde in laguna quando il cielo è nero e par che tutto abbia voglia di finire. Tra ieri e oggi, tra speranza e dolore, tra sogni rubati e presente straniato, tra una casa perduta e un'incrollabile coscienza di uno sfratto subito. Dalla storia?

Toni Jop – L'UNITA' – 24/11/2002



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