MAURIZIO MAGGIANI

Il Secolo XIX 4/3/2001

E piove, piove sull'ultimo spettacolo

 

E piove, piove, piove. Piove sulla banda che passa per strada e gli immalinconisce gli ottoni; piove sui fotografi che inseguono nei vicoli le ombre di probabili star apparire e dissolversi nella massa borchiata di enormi gorilla ruggenti; piove sulla passerella di gala che ingressa al teatro e i ragazzini ci si rompono l’osso del collo; piove sulla comitiva di pensionati che vagola in cerca di Peppino Di Capri, ciascuno con il suo bel palloncino grondante per mano. Piove sul mondo, su Sanremo e su me; piove – ciao ciao bambina – sul nostro amor, sulle mie scarpe fradice che fan cik ciak. Piove per via dell’effetto serra e, secondo me, per la scarsa convinzione con cui Megan Gale ha dichiarato "la Liguria è bellissima".

Me ne sto in mezzo all’atrio e mi accorgo che intorno a me si è formata una pozzanghera: sono ridicolo, estraneo, inestetico; spero solo di risultare abbastanza comico per essere tollerato dal commesso di sala che sta sbirciando il lasciapassare che mi pende dal collo con l’occhio di chi intravede la possibilità di catturare il primo abusivo della Grande Serata Finale. Sì, siamo alla Fine, unica amica la Fine.

C’è ancora tempo prima che cominci l’Ultimo Spettacolo, forse potrei mangiarmi un panino al fornito buffet della sala stampa. Dalle sue labbra socchiuse il panino fa un ghigno sporgendo la lingua di una fetta di sedicente prosciutto: "Pensi di potercela fare, Maggiani?".

No, non oso fargli del male. Me ne sto lì seduto con quell’affare in mano e cerco di far passare il tempo. Cosa mi porterò a casa da qui? Chiudo gli occhi e faccio andare il filmino dei miei giorni a Sanremo. Filmino girato da un dilettante, sconnesso e confuso; immagini una via l’altra senza una gran logica. Ma pur sempre cose che porterò con me.

Il teatro, che è bello e folle, che è immenso e labirintico, che è spettacolo lui stesso. Volgare e sublime come un luna park, splendente e cadente come il teatro di un sogno che avrei potuto fare da bambino. I giornalisti della sala stampa. Chiusi per una settimana dentro uno stanzone ad aspettare che il nulla diventi il loro lavoro, il pane per i loro figli. E il nulla gli si palesa da un maxi schermo tutto grinze e sfocature che gli racconta il nulla che sta succedendo due piani più sotto. O da un altoparlante che recita classifiche provvisorie, classifiche definitive sotto embargo (!), classifiche e basta, con il tono di chi disvela la verità sul monte Sinai.

"So che una volta andavi in certi posticini!. "Ma che cosa hai nel cuoricino?". Due frasi della signora Carrà pronunciate nell’ambito del complesso scambio di impressioni con i cantanti concorrenti. Posticino, cuoricino. Chi oserebbe mai, non dico pronunciare, ma anche solo pensare queste due parole nella realtà adulta e ragionevole, nella vita?

E’ probabile che il pubblico della mondovisione è solo, drammaticamente, un osceno fanciullino?

Il falsetto di Moses. Se a quel giovanotto avessero dato da cantare una vera canzone, anche solo una manciata di parole un po’ più che insignificanti, credo che avrei pianto. E’ qui che Maggiani cede, è qui che c’è la canzone melodica italiana, la sua gloria plebea, in questo falsetto sovracuto che fa di un ragazzo canterino un eroe cantante. Perché anche le interiora, e nelle interiora l’interiore, vogliono la loro parte.

Io che sto come un cretino per mezz’ora nel budello claustrofobico davanti al camerino della signorina Megan ad aspettare. Ad aspettare che? Un attimo, l’attimo fuggente della schiena della signorina che guizza e si dilegua oltre le quinte verso il palcoscenico. Perché mi è stato detto – e ci credo – che quel fil di schiena è la Cosa Memorabile di questo Festival della Canzone Italiana.

Tre preti che conversano tra loro nel parterre del teatro. Clergyman attillato, spilla d’oro con croce di brillanti sul bavero; molto a loro agio, molto disincantati. Mi è venuto in mente che potessero essere degli intellettuali del petrolio, e non so spiegarmi il perché.

Il tanfo di naftalina del guardaroba di platea dove giacciono in custodia le pelliccie delle signore. Pelliccie custodite anno dopo anno in riparati armadi, tutelate dalle tarme con l’antico rimedio. Pelliccie senza nobiltà, signore troppo prudenti per essere aristocratiche.

Questa non è la Scala, questo è il teatro Ariston, dove ogni cosa, quando tutto va bene, è solo nazional popolare. E intanto l’Ultimo Spettacolo è già cominciato. Dal monitor dedicato ai consumatori di panini Peppino Di Capri sta cantando – figuriamioci! – che pioverà. E chi lo mette in dubbio. Se c’è una certezza è che continuerà a piovere. Sul mondo, su Sanremo e sul sottoscritto. Ah! La signora Carrà sta dicendo a Peppino qualcosa che finisce con "sederino".

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 4/3/2001