MAURIZIO MAGGIANI

Il Secolo XIX 14/03/2001

Quei criminali cresciuti con i soldi della CIA

 

Ho appiccicato sopra il monitor del computer a titolo di memo l’immagine di un mucchio di sassi. E’ stata diffusa ieri dalla CNN e la didascalia dice che quei sassi fini a ieri l’altro erano una statua, di un Buddha alta 50 metri onorata nei secoli dai popoli delle grandi valli dell’Hindu Kush nel paese che oggi chiamiamo Afghanistan. La statua è stata ridotta a sassi perché i governanti – o, per meglio dire, i padroni – di quelle valli la reputano un oltraggio alla religione unica e ufficiale del paese. Tutto il mondo ha conosciuto nell’ultimo mese quella statua, proprio perché la sua distruzione è stata ampiamente preannunciata e pubblicizzata dagli stessi autori del gesto.

Tutto il mondo civile si è indignato e si indignerà ancora di più oggi, e forse domani, per questo orribile delitto contro l’arte e l’anima dell’umanità. Le più prestigiose associazioni culturali internazionali e la migliore opinione pubblica si sono spese non poco ad impedirlo, e questo ha sensibilizzato una quantità enorme di persone dabbene che ancora ignoravano l’esistenza di quel monumento.

Nelle ultime due settimane persino una delegazione composta dai più eminenti teologi mussulmani ha cercato invano di convincere i governanti – i padroni – dell’Afghanistan, loro correligionari, a soprassedere dal criminale proposito.

Possiamo in coscienza affermare che abbiamo fatto – noi del mondo civile e tollerante - tutto ciò che era in nostro potere perché la mano dei barbari si fermasse in tempo.

Ciò che abbiamo omesso di ricordare in questa circostanza – e, se è per questo, ogniqualvolta ci occupiamo delle ulteriori nefandezze dei cosiddetti Talebani, i governanti, i padroni, dell’Afghanistan – è che questi criminali noi li conosciamo già da un bel pezzo, da almeno quindici anni per la precisione. E dico che li conosciamo non per sentito dire, ma perché ce li siamo tirati su noi. Ce li siamo scelti nel mazzo, li abbiamo fatti uscire dalle loro oscure scuole all’estrema periferia dell’Islam, li abbiamo imbottiti di soldi, gli abbiamo fatto scegliere le armi migliori, e gli abbiamo dato il via.

Dovremmo ricordare, se non altro perché ricordare è gratis, che non più di quindici anni or sono la sconfitta del comunismo ovunque nel mondo, comprese le valli dell’Hindu Kush, era stata assunta come il compito principale – se non l’unico – dell’occidente democratico, una missione di una priorità talmente assoluta che parve lecito all’Occidente Cristiano e tollerante scatenare la prima Jihad Islamica – guerra santa – dell’epoca moderna. Una guerra santa vera, non metaforica, contro il comunismo oppressore delle libertà del popolo afgano.

A tale scopo gli Stati Uniti, coadiuvati dalla buona seppur imbelle volontà degli alleati, hanno organizzato, addestrato e armato adeguatamente, i contingenti volontari di Martiri dell’Islam che da tutto il mondo si sono riversati nelle valli afgane per riconquistarle alla libertà in nome della vera fede. La CIA sostiene di aver speso almeno 600 milioni di dollari al mese per tutto il periodo di quella guerra, così come sostiene che se non fosse stata l’agenzia a incaricarsi della buona riuscita della Jihad il comunismo sarebbe ancora lì, a opprimere i pii afgani.

Probabilmente ci ricordiamo qualcuno dei molti reportages televisivi sugli eroici combattenti, e qualcuno ricorderà pure più di un politico italiano che ha fatto un bel po’ di strada per farsi fotografare con alcuni dei loro più significativi comandanti.

Come certamente ricordiamo che quella guerra santa è stata vinta: fu un fatto più che epocale, visto che erano passati cinquecento anni dall’ultima vittoria dell’Islam. Siccome alla guerra, la Cia ammette pure che non ha badato troppo per il sottile nella selezione dei volontari, né si è preoccupata di calmierare gli appetiti di conquista del Pakistan, paese confinante e campo base della Jihad. Queste ammissioni sono state fatte nell’ambito dell’inchiesta di una commissione parlamentare, perché – pensate un po’ – c’è il sospetto che tra i combattenti selezionati dall’agenzia ci sia stato pure quel terrorista islamico Bin Laden che oggi è proclamato da essa stessa il pericolo pubblico numero uno del mondo, tanto che darebbe non sa cosa per poterlo fare fuori. Oggi l’Afghanistan, libero dal giogo comunista, è proprietà dei Talebani, che sono stranieri – pakistani – e piuttosto illiberali e misogini, come i giornali di questi giorni ci fanno presente. Il potere se lo sono preso con i nostri soldi, le nostre armi e con il nostro beneplacito.

Ci fa pietà il Buddha di pietra abbattuto, ci fanno pietà le donne schiavizzate. E’ umano, ma fuori luogo: grazie alla vittoria della guerra santa afgana, l’impero sovietico ha iniziato tredici anni or sono la sua sensazionale implosione. E oggi il mondo, tutto il mondo, compreso anche quello là, è tutta un’altra cosa. E senz’altro migliore.

Se capziosamente fossimo portati a chiederci cosa ci hanno guadagnato, tanto per fare un esempio, le donne afgane che sotto il comunismo avevano uno straccio di scuola, uno straccio di ospedale, ma non potevano andare a votare, né leggere giornali occidentali o ascoltare musica rock, e oggi sotto i Talebani continuano a non potere fare queste cose ma neppure andare in ospedale o a scuola, allora vorrebbe dire che non comprendiamo cosa sia il vero bene del mondo. E potremmo essere ragionevolmente accusati di comunismo recidivo. Ed io, ci tengo a dirlo, non sono comunista né mai io fui.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 14/03/2001