MAURIZIO MAGGIANI

Il Secolo XIX 23/03/2001

L'immenso mare dei poeti sconosciuti



 

Lo giuro, non ho mai scritto una poesia in vita mia. Ad essere sinceri solo una volta, in un caso di estrema necessità inerente il disperato tentativo di accedere ad un'agognata signorina che tanto mi stava a cuore e così poco gradiva ogni altra mia risorsa, ecco, in quell'unica occasione ho tentato la carta poetica. Ma è risultata una fatica talmente debilitante mettere insieme una manciata di versi accettabili, che alla fine ho preferito rinunciare al desiato bene piuttosto che rosolare a tempo indeterminato nell'inconcludente pena poetica.

Credo di essere l'unico cittadino italiano a vantare un'assoluta ottusità in fatto di creativa poetica. E' un luogo comune e banale che fa degli italiani un popolo di poeti. Ma è, anche dal punto di vista puramente empirico della mia cassetta delle lettere, un fatto vero. Ricevo almeno un manoscritto poetico e un libro già bello e stampato alla settimana, un centinaio in un anno, da persone che in vario modo mi hanno conosciuto e gradiscono farmene un omaggio. Non oso pensare quanti ne ricevono persone ben più conosciute e rispettabili di me.

Non si è mai riusciti a fare un calcolo preciso, ma all'associazione degli editori risultano almeno diecimila volumi di poesia stampati ogni anno. Libri che molto spesso non vengono diffusi se non a cura degli stessi autori - porta a porta, per così dire - autori che si sono pagati pure le spese di stampa, non di rado truffati nel prezzo dagli stampatori-editori. Molti di loro hanno risparmiato anni e vite intere per coronare quello che è evidentemente un loro grande sogno, un'insopprimibile necessità.

E' inimmaginabile che qualcuno di loro possa pensare di guadagnarci qualcosa, o addirittura di campare di poesia. I poeti che oggi in Italia possono vantare di avere editori che pagano per il loro lavoro si contano sulle dita delle mani, e la loro paga è miserabile. Sono certo che non esista un solo poeta negli ultimi cento anni che abbia vissuto di questo. Neppure, naturalmente, il Vate di Stato D'Annunzio, che arrotondava vendendo chincaglierie.

Nell'epoca del denaro e del consumo, l'esercizio della poesia è l'unica attività della mente - e dell'anima - che non c'entra niente con l'uno e l'altro; la poesia è inderogabilmente fuori mercato. Chi occupa il suo tempo e le sue risorse con la poesia è davvero "fuori", marziano, alieno. Il poeta laureato, il poeta della domenica, l'aspirante poeta, il poetastro, il poeta e basta, godono e soffrono, tutti allo stesso modo, di un regime di extraterritorialità dall'epoca in cui vivono, dai suoi valori, dalle sue regole. Se può essere una pena questo, immagino che possa anche e soprattutto essere un grande orgoglio.

Invidio i poeti, tutti i poeti. Invidio loro proprio l'alterità, il loro essere apparentemente indistinguibili dal resto del genere umano, ma solo apparentemente. Hanno qualcosa che io non ho, sanno andare in posti che non conosco, aprire porte che io non vedo. Il loro pensiero ha un motore ausiliario che lo spinge più lontano da dove può arrivare il mio. Ha un guizzo segreto l'anima dei poeti, di tutti i poeti, che vale la pena di invidiargli. E sia chiaro che non penso solo ai grandi poeti, ai laureati, ai "veri", come si suol dire. Anche la poesia più scadente del più scalcinato dei poetastri, porta con sè almeno l'ombra, il sospetto, di quel guizzo.

Se è bello che l'Unesco abbia pensato a dedicare un giorno del mondo intero ai poeti, è ancora più bello pensare questo giorno non solo ai grandi, ma all'immenso mare dei poeti sconosciuti, di quelli di cui nessuno, se non il paziente coniuge o l'amichevole vicino e il benigno collega, saprà mai niente e mai nulla leggerà. Ne ho conosciuto parecchi in Italia nel corso degli anni, ho parlato con gli amici editori che ricevono da loro migliaia di manoscritti; appartengono a ogni ceto sociale, a ogni età, a ogni cultura, a ogni regione: una sorta di nazione parallela e sotterranea. Non chiedono nulla allo Stato, non pesano sui contribuenti, non pretendono altro che di poter leggere o far leggere i loro versi con la legittima speranza di non essere sbeffeggiati.

Non è escluso che tra loro possa celarsi un Petrarca o un Pound con nulla possibilità di essere scoperto. Scrivono le loro poesie chiusi nel cesso di casa, sotto i banchi di scuola, nell'ultimo tavolo della mensa aziendale. Scrivono e nel farlo il loro animo si espande e va lontano, mentre quello degli altri trova sempre più modo di restringersi e rattrappirsi lì dov'è. Onore ai poeti e tanto di cappello.

 Maurizio Maggiani - IL SECOLO XIX - 23/03/2001