MAURIZIO MAGGIANI

Il Secolo XIX – 15/07/2001

Che bella occasione peccato perderla



De Ferrari, mezzogiorno. Due ragazze, due belle ragazze si godono la vita sedute sul bordo della fontana guardate a vista ben stretta da non meno di quattro poliziotti in borghese: due in divisa e, un po' più distante, dalla coppia di carabinieri che fa da palo all'ingresso del Ducale. Le ragazze lo sanno e non sembrano un granché scocciate ma – se fosse un nuovo gioco in città? - si danno un'aria da gran terroriste sbirciando di soppiatto la monumentalità tirata a lucido della piazza e prendendo appunti sul dorso del pacchetto di sigarette.

Un pensionato – un vecchio portuale, da come tiene il giornale arrotolato, nella tasca posteriore dei calzoni blu – adocchia clinicamente la piazza, le ragazze, i poliziotti, alza lo sguardo al cielo bianco di nuvole alte e sospira: “Mah, speremu ben” e piglia e se ne va, scende nei vicoli, si ferma tra gli amici di un piccolo bar. In quel bar si discute di mercato mondiale e di debito, di ricchi e di poveri, come in ogni altro locale e crocicchio della città. Quattro ragazzotti, facce nuove, si fanno in silenzio un caffè. Si vede che non sono un granché addestrati al servizio in borghese, li beccheresti tra mille.

“Speremu ben”, ringhia il vecchio portuale. “Speremu ben” rispondono in coro gli amici. Già proprio così: “speremu ben”. Dipende dal tono però. Perché c'è aria di vigilia in città, non c'è dubbio, ma è una strana vigilia assai incerta e contraddittoria, che non sapresti dire se domani il Doge si sposa o se ci stiamo preparando al passaggio di un tornado annunciato in ritardo.

Se la guardi da un certo taglio di luce, vedi una città affollata ed espansiva, splendente, persino giocosa. Se ti sposti di un grado vedi una città presidiata, assediata, in chiusura, in procinto di sfollo. La sera, la notte quando i battaglioni di scalpellini e muratori hanno appena sloggiato e il centro si quieta dai tormenti delle rifiniture, la città si riversa sui selciati appena stuccati leccando gelati, ciarlando, provando l'ebbrezza del dissenso sui getti d'acqua della nuova fontana, semplicemente affermando la comune proprietà del suono. Stormi di ragazze scorrazzano per i vicoli fino a notte fonda, finalmente liberi da ogni ipotesi di pericoloso incontro. Di queste sere non troveresti un malintenzionato nemmeno a bandire un concorso: la polizia ha fatto un buon lavoro. Ma il suo lavoro è anche un ossessivo, paranoico controllo di ogni genere di difformità nello sguardo, nel vestiario, nella marca dello zainetto, di quelle stesse ragazze magari, fermate cento metri più avanti.

Nei giorni scorsi la Guardia di Finanza ha fatto un lavoro capillare per convincere i negozianti e gli uffici a chiudere nei giorni del G8. Può essere un buon sistema per non avere grane e non darne, certo il sistema più semplice; forse il più rudimentale. Così i negozianti pensano al tornado e in Canneto il Lungo mi è stato offerto un cucciolo di terranova a “prezzo G8”, quasi lo sconto del 50 per cento. Se parli nelle botteghe con la gente che sta facendo incetta di latte a lunga conservazione come ai tempi della Guerra del Golfo, hai l'impressione che la città intera in quei giorni voglia sparire. Si anticipano le ferie, si chiede ospitalità nelle zone alte, meglio ancora in collina. Non ci saranno più panni stesi alle finestre perché non ci sarà più gente a stenderli. I Grandi passeggeranno nel vuoto e probabilmente a loro non gliene importerà nulla.

Ma mi chiedo dei Piccoli, dei centomila e forse molti di più, e di chi ci sarà ad accoglierli. Nella stragrande maggioranza verranno pacifici, a mani nude e facce scoperte, semplicemente intenzionati ad esserci, a testimoniare le loro idee. Nella città che molti di loro vedranno per la prima volta troveranno il deserto e in fondo al deserto le truppe di polizia in assetto di guerra. Mi chiedo se sarà bene. Per loro e per la città. Mi chiedo dell'orgoglio della città, se lo sfollamento le rende giustizia. E perché, tra le tante occasioni che del G8 ha colto, debba perdere proprio questa: quella di un gesto di ospitalità che potrebbe essere ricordato ovunque nel mondo per molto tempo. E mi chiedo se sia proprio impossibile tenere a bada il manipolo dei guastatori. Me lo chiedo dopo che per attraversare piazza Cavour ho dovuto mostrare i documenti due volte. Solo, credo, perché porto un bastone ortopedico e cammino sospettosamente claudicante.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 15/07/2001