MAURIZIO MAGGIANI

Il Secolo XIX – 21/07/2001

Diario dalla ZONA ROSSA (3)

Di qua i potenti difesi di là tutti gli altri

Zona Morta, venerdì.

Scrivo e so già che c'è un ragazzo morto. Posso in coscienza fare il mio raccontino come se questa fosse l'ultima delle cose che ho visto? No, quel ragazzo è l'intera giornata, tutto il G8, tutta la realtà, l'unica realtà definitiva. Rileggo gli appunti che ho preso, ma non vanno da nessuna parte, hanno perso senso e ragione. E' morto un ragazzo e tutto quello che so di lui è cha ha un buco in testa, forse ha 20 anni e forse è spagnolo. E' un ragazzo in maglietta riverso su del sangue che è suo. Adesso tutto il resto non conta o conta soltanto perché porta lì, a quell'immagine. Allora mi sta bene ricordare che la prima cosa che ho visto questa mattina sono stati i fiori e le ghirlande appese alle grate della barriera di salita Pollaioli.

E ricordare pure che la prima cosa che ho pensato è stata: questa non è più la Zona Rossa, questa è la Zona Morta. Stamane è sparito anche il minimo segno della città vivente, della città civile eccezion fatta per i fiori, per qualche lenzuolo appeso alle finestre dei grandi palazzi patrizi e una vecchietta, desolata vagabonda appresso al suo cane.

Non c'era la signora a parlare con la figlia attraverso la grata alla barriera e questo è stato lì il peggior segnale.

Non avrei voluto restare e me ne sarei andato, andato nella città di fuori, se solo mi avessero assicurato che sarei potuto tornare. Ma oggi la Zona è chiusa, mi è stato detto: o di qua o di là. Agghiacciante, precisa descrizione dello stato delle cose: oggi c'è un di qua per i potenti, gli addetti ai potenti e gli addetti all'informazione sui potenti e un di là per tutti gli altri. “De qua dottò sta al sicuro, de là stanno già comincià le rogne”.

Di là dalle grate, oltre le muraglie di blindati container, c'è la città, la città della gente, di tutta la gente che è rimasta e che è venuta, che alle dieci di mattina sbircia in lontananza verso levante il primo fumo, proprio mentre sopra il ponte Monumentale planano leggeri e discreti, uno appresso all'altro, gli aerei degli ospiti attesi.

Se valesse ancora la pena di fare gli spiritosi potrei constatare un grande successo dei movimenti antiglobal: via Venti questa mattina è già piena di merda. Non c'è stato uno sfondamento notturno né un bombardamento all'alba della componente ludica del movimento: sono i cavalli, gli enormi cavalli da guerra della polizia che non hanno saputo tenersela.

Faccio il giro dei varchi. Per tutto il giorno altro non farò che percorrere il perimetro di ferro della zona, come si vede negli zoo fare a tutti gli animali, feroci o mansueti che siano. Con me fanno il giro giornalisti e fotografi di mezzo mondo, spaesati, ignoranti di cosa sia un sampietrino, del significato recondito della pioggia di aglio.

Al varco di via Casaregis quelli di là della rete tirano appunto un bel po' di teste d'aglio e tre sampietrini, di qua sparano fiumi d'acqua e due o tre lacrimogeni. Roba da poco, screzi. Bruno Vespa oggi fa il reporter di strada armato di una mezza cipolla, rimedio principe contro i pessimi effetti del gas lacrimogeno. Chissà se è un personale ricordo o il buon lavoro della sua redazione.

Ma in piazza Dante non sono screzi, non proprio. Chi ha un po' di esperienza di manifestazioni dovrebbe sapere che quelli di là non sfonderanno, non potranno e non vorranno. Eppure quelli là usano una durezza che è fatta per scaldare e non raffreddare. E come se non bastasse il puro e semplice fatto che la barriera non verrà sfondata, ma si volesse difendere il principio che non lo si deve fare. Ho visto punire con idranti e lacrimogeni tentativi simbolici, non assalti. Ho visto in piazza Dante caricare alle spalle il corteo che sta sfollando. “Aho, come scappano”, commenta soddisfatto il capoposto. Congratulazioni tenente.

Non un graffio di qua, niente più pericoloso di un po' di aglio. La Grande Muraglia neppure vibra sotto il colpi di quelli di là.

Di là dove per tutto il giorno, mentre sfilavano decine di migliaia di pacifici, una banda di duecento o trecento idioti criminali, autoconvocatisi vendicatori del mondo offeso, metteva a ferro e fuoco la città, guardati a vista da ciò che rimaneva dei difensori dei potenti di qua. Guardati. Finché non è stato il momento buono per chiamare il morto. E il ragazzo è venuto.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 21/07/2001