MAURIZIO MAGGIANI

Il Secolo XIX – 22/07/2001

Diario dalla ZONA ROSSA (4)

Quello che sfascia tutto e poi telefona a papà

Zona Nera.

Mi sono svegliato nell'azzurro, la tramontana è una delle grandi bellezze di questa città, un'ulteriore risorsa di Genova, e questa mattina è tutto così limpido e fresco, tutto così pulito, che parrebbe di essere rinati in una città vergine. Non è certo l'aria e il giorno per restare nella Zona Morta. Sono salito a Castelletto per rifarmi la bocca, affacciato al belvedere dell'ascensore contemplo la cittadella dei potenti assieme ai pensionati della spianata che stanno lì a scrollare la testa come se laggiù si fosse posato un ufo.

Un signore in frescolana passa con il cagnetto al guinzaglio e una fascetta nera al braccio, perché la tramontana ha pulito quasi tutto ma non la morte e questa città ha un ragazzo morto nel suo cuore. Io oggi andrò alla manifestazione del Global Forum. Voglio onorare l'azzurro e il lindore con la professione pacifica delle mie idee, perché dopo aver vissuto nella cittadella fianco a fianco con l'uomo che sorride dicendo al mondo “scudo spaziale e mercato globale sconfiggeranno la povertà e la malattia” almeno oggi voglio starmene abbastanza distante da potergli bisbigliare “amico, tu sei pazzo”. Voglio andarci perché si aggiunga un pacifico agli altri, perché ce ne sia uno di più fra quelli che, a mani nude e aperte, dovranno vincere una durissima guerra perché la tragedia di ieri non si ripeta.

E ci sono andato. Ci stavo bene tra quella gente, e sembrava che tutto fosse bellissimo, che davvero la tramontana avesse ridato verginità a tutto quanto.

Poi sono arrivati i Neri e dietro i Neri la polizia, il fumo e il fuoco, e l'azzurro si spegne e tutto quanto si spegne. Ci sono solo io che prendo la mia ragazza per mano e non so cosa fare.

So solo correre e non so dove, perché non sono qui per scappare. Cerco di stare assieme ai pacifici, nuoto nel gas a mani alzate assieme ai ragazzini con la faccia dipinta con l'arcobaleno che si sta sfacendo nelle lacrime. La polizia ci passa sopra. Perché? I Neri sono di là e nella nuvola si muovono come padroni.

Poi corro e basta.

A un passo dalla nuvola una ragazza urla al suo cellulare con il guscio rosa: “Papà, qualunque cosa succeda io ti voglio bene”. E piange, piange, piange. Corro e non so dove andare. Dieci metri e urli e sirene. E in un inverosimile punto di calma lì in mezzo, un Nero, passamontagna nero, telefona anche lui. “Papà qui è tutto a posto, sta tranquillo”. Non ci credo, ma la mia ragazza mi dice che è vero.

Poi un portone, una signora con la chiave in mano: “entrate, entrate”. E il resto della mia giornata di libera espressione del pensiero sui gradini di un atrio di condominio popolare, assieme ad altri dispersi come me, affranti, furenti, incapaci di capire perché. Perché i Neri sono padroni, perché gli indifesi sono invece i gasati, i bastonati, quelli che hanno come giusto destino quello di essere sconfitti. O no, forse siamo solo degli affranti che non sanno più ragionare.

Un inquilino – che strano palazzo di solidali questo – scende per dirci se vogliamo andare a casa sua a bere un po' d'acqua, magari un gabinetto. Saliamo. Alla tivù guardo un pezzo di Genova disfarsi e urlare.

Uno stacco e guardo i potenti che si stanno amabilmente chiedendo se varrà la pena di mettersi d'accordo su qualcosa, qualcosa pur di chiudere bottega in gloria. E mi chiedo se è davvero possibile che quelli che stanno spiegandomi che è un buon affare spendere 300 miliardi di dollari perché hanno imparato a beccare dieci missili sparsi per tutto l'universo in un colpo solo di laser, non sappiano mettere le mani su 300 delinquenti in dieci chilometri quadrati. A meno che tirare sul mucchio non sia una politica.

Maurizio Maggiani – IL SECOLO XIX – 22/07/2001