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MAURIZIO MAGGIANI

Le storie della Storia

Dal 25 novembre e sino al 17 febbraio del prossimo anno, lo scrittore Maurizio Maggiani sarà protagonista di sei serate sul palcoscenico del teatro Duse. Racconterà la storia delle seconda metà del Novecento. Naturalmente a modo suo. Il titolo del ciclo è “Maurizio Maggiani racconta storia nella storia: epiche gesta dagli anni '40 al '90 del secolo XX” Scrittore affascinato dai grandi narratori del passato, Maggiani, di cui è appena uscito l'intimissimo romanzo “E' stata una vertigine”, farà rivivere alcuni momenti della vita italiana degli ultimi sessant'anni attraverso una serie di racconti. Il suo obiettivo non è né spiegare né giudicare. “Non sono uno storico – dice – ma un affabulatore”. Si inizia con “La leggenda dell'anarchia”, ovvero “Vivere nella storia contro la Storia: gli uomini liberi di Val di Magra”. Lunedì 2 dicembre la serata dedicata agli anni Cinquanta e avrà per titolo “Valicare il Bracco: la modernità, il lavoro la radio e il giro d'Italia. Da Budapest al discorso sotto la luna”. Terzo appuntamento il 16 dicembre per “Vivere senza cervello”, sottotitolo “Gli anni Sessanta: la lunga vita della gallina di Fernà e la rivoluzione permanente”, un modo scanzonato per parlare dei suoi coetanei che sognavano di rovesciare il mondo. I ricordi orali di Maggiani riprenderanno il 27 gennaio dell'anno prossimo con una serata intitolata “La storia non è gratis (Gli anni Settanta: come viaggiare senza morirne dalla notte sulla Luna alla Renault di via Caetani) e il 3 febbraio con “Una vita con le mani” (Gli anni Ottanta: Dino operaio elettricista va in pensione). Ultimo appuntamento della rassegna, organizzata dal Teatro di Genova con il patrocino del Secolo XIX, il 17 febbraio con il “Grande assedio della città di Tuzia (Gli anno Novanta: l'epica ancora muta dell'ultima guerra europea). L'ingresso ad ognuna delle sei serate costa 3 €. L'abbonamento all'intero ciclo ne costa 12.

Maggiani, come nasce questa avventura teatrale?

Me lo domando anch'io. Credo che abbia a che fare con la noia.

La noia?

Sì. Il fatto è che, da un paio d'anni a questa parte, trovo noiosissimo andare in giro a presentare i miei libri. Quello che mi piaceva, che mi piace fare e che so fare, è raccontare storie. Così ho iniziato a girare l'Italia e l'Europa raccontando. Raccontando storie che non hanno direttamente a che fare con i miei romanzi ma che riguardano la mia esperienza o un ambiente. Che è poi quello che sta alla base della mia letteratura. In questo modo, oltretutto, credo di assolvere a un dovere.

Quale dovere?

Quello di rendere giustizia alle storie, a tutte le storie prive di voce. Quelle che nessuno racconta e che, per questo, non esistono Storie di uomini, di città, di genti.

Ad esempio?

L'assedio della città di Tuzia, in Bosnia, che è al centro dell'ultimo mio racconto al Duse, quello sugli anni Novanta. Quella di Tuzia è una Iliade che non ha ancora trovato il suo Omero. Non che io lo sia, beninteso. A me basta raccontare la grandezza di quella città che è poi quello che fatto Omero con Troia. Naturalmente lo faccio a modo mio. Non sono un professore di storia. Le mie storie sono solo e tutte mie.

Come ha scelto gli argomenti delle sei serate?

Pescando nella memoria fra le cose che mi avevano lasciato un segno. Ciò che avevo avvertito grande, decennio per decennio, dal mio piccolissimo angolo visuale; che è poi quello di milioni di persone. Prendiamo gli anni Cinquanta, ad esempio. Io ero bambino e la Storia, quella vera, l'ho vissuta attraverso gli occhi dei grandi. Per me gli anni Cinquanta hanno, semplicemente, le curve del Bracco. Valicare il passo del Bracco per andare a Genova, al Gaslini, per me è stato passare dalla cultura contadina a quella industriale. Scoprire la città.

Per parlare degli anni Quaranta ha scelto invece il tema dell'anarchia. Perché?

Quelli per me sono gli anni della Liberazione. Un tempo in cui le storie diventano leggenda. Sono partito da qui. Da una domanda: che cosa significava “libertà” per i contadini e i cavatori di marmo dalle mie parti? La risposta l'ho trovata in mio nonno Garibaldi. Durante il fascismo, ogni Primo Maggio andava sotto la casa del federale vestito a festa, con la cravatta rossa dell'anarchia e urlava: “Io sono il primo socialista di Castelnuovo”. Questo per lui era la libertà.

E che cosa succedeva?

Che lo mettevano in galera, naturalmente, ma solo per qualche giorno. Dalle mie parti neppure i fascisti potevano essere troppo fascisti. Quando sono arrivati i tedeschi è stata tutt'altra storia. Con i tedeschi, la mattina del primo maggio, mio padre e i suoi fratelli prendevano il nonno, lo portavano in campagna e lo legavano a un albero lasciandogli, naturalmente, del vino e del pane e formaggio.

Questa è, per lei, la storia di quegli anni?

Questa è la Storia. O riesci a rapportare la tua esperienza nel quadro generale di quanto succede, oppure resti tagliato fuori. Per questo la storia di mio nonno è importante.

L'incontro dedicato agli anni Sessanta ha come sottotitolo “La lunga vita della gallina di Fernà. Che storia è mai questa?

E' la storia più stupida che abbia mai sentito. La raccontava mia zia. In dialetto, naturalmente. Dice più o meno così. Il figlio della Fernà si sposa, per il pranzo di nozze uccidono la gallina più grassa e, spaccandole la testa, scoprono che è senza cervello.

E cosa c'entra con gli anni Sessanta?

C'entra, eccome. La generazione degli anni Sessanta aveva deciso che il modo di ragionare “di prima” non andava più bene, che si doveva cambiare cervello. Il fatto è che quel cervello nuovo, sono in molti a non averlo trovato.

Quanto narcisismo c'è in questo progetto teatrale?

Questo lo lascio giudicare agli altri. Per me è affabulazione pura. E' una cosa che mi piace, che faccio con onestà. Ed è una cosa importante. C'è un racconto di Jack London che lo spiega bene. Si intitola “Farsi un fuoco” e si svolge nel Klondike ai tempi della corsa all'oro. Un uomo cerca della legna per accendere un fuoco. E' sera e intorno c'è la neve, il fuoco gli serve per scaldarsi, ma non basta per sopravvivere. Lui sa che se si addormenta, il fuoco si spegnerà e lui morirà congelato. Accendendolo spera che qualcuno lo veda, che si accosti e si sieda accanto a lui. Allora potranno passare la notte svegli, a parlare e ascoltare, o potranno fare turni per dormire. In questo modo arriveranno vivi al mattino. Ecco. Raccontare è questo: farsi il proprio fuoco sperando che arrivi qualcuno. Perché spesso, nella vita, ti trovi ad avere freddo.

Scrivere, farsi il proprio fuoco, però, è un atto che implica solitudine. Il teatro è l'esatto opposto...

Vero, ma io non sono un bravo scrittore, sono uno scrittore decente. Basta leggere quelli grandi per rendersene conto. Però so di essere un bravo narratore. Quando scrivo sto nell'intimo di casa mia. Ma, nell'animo, sono un affabulatore e allora ho bisogno di andarmene in giro a raccontare.

Diventeranno un libro queste sei narrazioni teatrali?

Non credo proprio. L'esperienza mi dice il contrario. Anni fa ho distrutto un romanzo raccontandolo in giro. Ce l'avevo già tutto in testa e, parlandone in pubblico, si è come consumato. Ma non per questo le storie si perdono. La storia della gallina di Fernà, ad esempio. L'ho raccontata in Germania e l'ho risentita a Copenaghen. Ora non è più né mia né di mia zia. Vive di gloria sua.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 24/11/2002

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