GIORDANO ZORDAN
Sotto la norma il caos
Bassano del Grappa 1997

Giordano ha quarantaquattro anni, è un insegnante bravo e inquieto.

Vive da sempre nella provincia veneta dove, sotto la facciata laboriosa e tranquilla di una società tutta casa, chiesa e famiglia, covano come braci sotto la cenere, insoddisfazioni, fermenti, desideri di cambiamento di una realtà che sembra immutabile comunque.

Dopo una vita di partecipazione attiva al dibattito politico e di silenzioso pudore sui suoi problemi personali, ha trovato la forza di ripercorrere in questo libro un'esperienza amorosa che lo ha segnato, per potersela lasciare alle spalle.

Nel ripercorrere le tappe fondamentali della sua vita si è accorto che essa è strettamente intrecciata al territorio di cui è cittadino e al retroterra e agli sconvolgimenti socio politici che hanno caratterizzato il Nord Est degli anni settanta e ottanta.

Per gentile concessione dell'autore,

pubblichiamo qui alcuni brani particolarmente significativi del libro




INDICE BRANI

1 Prologo

2
Tina

3 Ideologia o ideologismo

4 Incontro


5 Carta e gomma


6 Tommy Guy


7 Circolo culturale cogollese


8 Epitalamio


9 Sogno e realtà




1 Prologo

Poi si girò, ansimando. Anche stavolta ce l’aveva fatta. Si fermò e si guardò. La notte era stellata e calma. Provò, insieme, una sensazione di solitudine e di allegra compagnia. Su di lui, numerose ferite sanguinavano, aperte ormai da troppo tempo.

Era la prima volta che stava pensando a se stesso, prima del branco. Forse il dolore si era fatto più acuto del solito e qualcosa stava cambiando in lui. Non aveva mai trovato il tempo per guardarsi, o, forse, non lo aveva mai voluto trovare. Si rendeva conto di aver vinto più di una battaglia, di essere riuscito a lottare, a vivere. Ma le ferite erano troppe. E molte ancora aperte. Continuare così avrebbe voluto dire dare un mitico eroe al branco, staccandosene definitivamente. Ebbe chiara la sensazione di aver lottato per esso, per la sua sopravvivenza, ma di sentirsene improvvisamente estraneo. Si domandò se quel consueto non badare a sé, fosse più una paura che una convinzione o un bisogno. Paura ... d’individuare debolezze che avrebbero potuto intaccare la sua sicurezza ...

La notte era ancora più stellata, limpida. Indugiò, lisciandosi il pelo, dolcemente, con calma, quasi non conoscesse il proprio corpo, quasi gli stesse parlando per la prima volta, sentendo amplificato il pulsare del sangue che sgorgava piano, dolce e silenzioso.

Da buon combattente, era cosciente di essere senz’altro in pericolo. Il nemico non aspetta che questi momenti per attaccare. Sentiva che, se avesse vinto anche questa battaglia, contro se stesso, il se stesso passato, ne avrebbe ricavato ulteriore forza, per sé e per il branco. Tornò lentamente alla tana.

E ancora ... quel sogno. Una fitta lancinante, di imprevedibili sviluppi, doloroso ma appassionante nella sua incredibile potenza. Ombre nitide e chiare, ormai parti integranti di tutto il suo essere, gli avrebbero sconvolto l’esistenza.

Ancora, in uno di quei mezzi rumorosi e sfavillanti, che aveva visto sfrecciare sui larghi sentieri degli umani e, di notte, preceduti da raggi di luce scaturiti da occhi luminescenti. Ancora, aveva la certezza di esserne alla guida e di poter contemplare il vasto e cangiante panorama che gli si offriva. A grande velocità, la pista lucida e grigiastra sembrava non avere fine, fino a farsi un punto in lontananza. La scena era continuamente mutevole, ora paesaggi che scorrevano veloci ai suoi lati, ora immagini molto più lente, fuori da quella scatola dalle pareti trasparenti, tra numerose tane di umani.

Le prime volte, si era svegliato di soprassalto; non aveva mai visto tanti umani a una distanza così ravvicinata e aveva l’urgenza istintiva di allontanarsene in gran fretta. Poi se ne abituò, e il sogno potè proseguire, denso di episodi, incontri e pensieri. E poi ... quella donna, così vicina, così coinvolgente ...

pagg 5-6


2(torna su)

Tina

In quella piazza, brulicante di turisti, a piedi o nei calessi, i soli mezzi di trasporto ad avere libero transito nell’ampia zona pedonale, c’era certamente già stato. Le immagini gli sembravano galleggiare, in un paesaggio surreale, in un’altra dimensione. Si ritrovò tra la gente che si accalcava nei vicoli, ancora sbigottito dalle emozioni che la città vecchia, tra lo scalpiccìo dei calessi e il parlottare sommesso dei turisti, gli stava istillando.

Dentro le mura, abitazioni, palazzi, chiese, edifici signorili appena restaurati, negozi, laboratori artigianali e locande, facevano sprofondare in un'epoca passata e splendente, in un ambiente urbano a misura d’uomo, in un’isola pedonale dove i ritmi vitali tornano d'incanto alla normalità.

Ogni tanto, un capannello si radunava, in religioso silenzio, attorno a suonatori di strada, o all’esibizione pubblica di qualche artigiano, appena fuori bottega.

Ma ciò che più lo colpiva era la struttura urbanistica delle vie e delle piazze; a queste vi si arrivava di colpo, con le vie disposte in modo da escludere la visuale di ciò che vi era alla fine: con piacevole sorpresa, una piazza, un incrocio, un cambiamento di direzione si aprivano improvvisamente di fronte. Le piazze, veri e propri salotti con pareti una diversa dall'altra, pur nell’uniformità degli stili, obbligavano alla sosta, alla pausa, alla pacata riflessione.

In piena euforia libertaria dell’89, qualche mese prima della caduta del muro, movimenti e gruppi sociali, politici e religiosi, si affannavano a presentare, a cittadini ancora sbigottiti e sorpresi, il loro nuovo credo.

Tina cantava con serenità e gioia quasi mistiche, nell'ambito di un non ben definito gruppo religioso, intento al proselitismo con canti, musica e interventi declamatori dell’esperto di turno. L’aveva già incontrata poco prima e i loro sguardi si erano incrociati per un attimo che parve lunghissimo. Ancora frastornato e in rapita contemplazione, quel raggio visivo aveva interferito con la sua ostinata indifferenza.

Gli sguardi, formidabili segni di un linguaggio universale, fatto di migliaia di piccolissimi movimenti degli occhi, del viso e del corpo, l'appassionavano più di qualsiasi parola. Erano fonti di energia che si sprigionava dal corpo e sapeva colpire con raggi brucianti. Normalmente, tentava di ripararsi, indossando maschere più o meno evidenti. Ma quando era disponibile al contatto visivo, sembrava quasi che i rispettivi corpi si mettessero a vibrare con la stessa frequenza, interferendo energicamente tra loro.

Così, in quel secondo incontro, la chiamò esplicitamente con un gesto, e lei, incredula, dopo qualche esitazione, si avvicinò. Non le avrebbe dato più di diciott’anni: minuta, molto carina, un viso che pareva saper solo sorridere, capelli castani e occhi chiarissimi, di una luce intensa e corrosiva.

pagg 7-8


3(torna all'inizio )

Ideologia o ideologismo?

Fin dall’infanzia, aveva la sensazione di stare tra due fuochi. Gli sembrava di navigare tra due culture, fatte di atteggiamenti, pregiudizi, comportamenti più o meno contrapposti. Molto più tardi si sarebbe spiegato quel sentore così precoce: era certamente il frutto di un incontro, più spesso di uno scontro, tra una borghesia riscattatasi in anni di abnegazione al lavoro, spesso portata al veloce adeguamento delle proprie attività commerciali in funzione delle contingenze, poco incline agli schemi mentali, da qualsiasi pulpito provenissero, e una concezione patriarcale di chiare origini contadine, per la quale l’autorità, la Chiesa e la tradizione erano dogmi assoluti e indiscutibili. Le rispettive provenienze dei genitori erano totalmente diverse, anche geograficamente, di una grande città del nord l’una, di un piccolo paese di campagna l’altra.

Non aveva potuto verificare la maestria artigianale del nonno paterno, che riusciva a far gambe anche alle formiche. Negli anni, ricostruì quella figura, dalle foto sbiadite dal tempo, da ogni racconto e indizio, come il graduale ritrovamento dei suoi attrezzi da lavoro, tutti autocostruiti e marcati nel legno dalla vistosa iniziale.

Non conobbe neppure la nonna, della quale gli restavano pochissime foto e la risaputa capacità organizzativa nell’amministrare le finanze familiari.

Per lui, il confronto, si era dunque giocato tra il nonno materno, ancora in vita, e il padre, dal quale si era progressivamente allontanato, per reazione alla soffocante formazione cattolica. Per lui, tutto e tutti ruotavano attorno all’indiscussa intelligenza, alle battute, alle molteplici conoscenze, alla sfrontata sicurezza del nonno. Commerciante nato, aveva trattato un’infinità di articoli, dai gioielli alla chincaglieria, dalle calze da donna ai profumi, dai coltelli alle forbici e agli articoli per parrucchieri. Classico self made man, fu interrotto nei suoi traffici solo dalle due guerre, dalla prima in particolare, quando incontrò quella che sarebbe diventata sua moglie, in quel paesino ai piedi dell’Altopiano di Asiago. Da allora, vi era tornato ogni estate, per tutti ormai figura caratteristica, col suo bastone, l’immancabile sigaro e la sfilza di riviste infilate nelle tasche della giacca.

Così, trascorse gran parte di quelle estati in compagnia del suo anziano eroe, piccolo di statura, ancora arzillo, capace di ironizzare all’estremo, di prendere in giro chiunque, di sostenere ardite argomentazioni trovando rare smentite. Molti anni dopo, quando avrebbe avuto efficaci argomenti per contrastarne le idee, ne avrebbe tuttavia conservato un grande rispetto. Ricordava nitidamente le sbirciatine furtive a quel pacco di riviste che ogni settimana riponeva sulla madia o dimenticava sulla poltrona. Erano periodici politici con inserti fotografici, nudità femminili che gli accendevano la fantasia, vignette satiriche e titoloni roboanti. Ma dai discorsi e dalle lettere, che scriveva nei mesi invernali, quando ritornava in città, non riusciva davvero a catalogarlo. Molte sue letture erano chiaramente di destra, come il Candido e Il Borghese, ma le lettere, appunto, denotavano un pensiero libero, autonomo, scevro da stereotipi o mode. Poteva sottoscriverne un concetto come avversarne decisamente il successivo. Politicamente gli sfuggiva. Passata l'adolescenza, si accorse di averne mitizzato il coraggio e la coerenza, caratteristiche stridenti con la taciturna rassegnazione e finta mitezza che poteva riscontrare in paese. Da lui aveva certamente ereditato la spietata franchezza, la voglia innata di scoperchiare anime e affrontare conflitti, innescandone talvolta di nuovi.

Crescendo, gli accadeva sempre più frequentemente di dover reprimere un moto di rabbia, ogni volta che verificava la cinica sottomissione al puro e sfrontato egoismo. Ormai nessuno provava alcuna titubanza o pudore nell’ammettere che ciò che più contava era il proprio interesse personale. Via via, negli anni, dalla morte del nonno a quella del padre, dai tempi dell’università alle prime attività politiche, le idee erano diventate favole, aria fritta, buone soltanto quando se ne poteva ricavare qualche utile immediato. Anche partiti e movimenti di sinistra - si potevano ancora definire così? - aborrivano ormai le ideologie, soppiantate dal look, dalla notorietà e dal successo del personaggio di turno. Poco importavano i mezzi e i percorsi per raggiungerli.

Ma cos’è un’ideologia se non l’insieme di idee, esperienze storiche, correnti di pensiero, collegate in un tutt’uno organico e coerente, ben al di là del personaggio o del movimento, in auge magari per pochi anni? Cos’è un’ideologia se non un insieme di valori forgiati dalla storia e incarnatisi nella coscienza di ognuno? Giocavano furbescamente con i termini: ben altra cosa é l’ideologismo, cioè l’ideologia fine a sé stessa, a prescindere dai valori di cui é portatrice.

Il nonno gli avrebbe certamente risposto che il mondo non funziona per idealità, ma unicamente per interesse, soprattutto economico. Che era un inguaribile romantico, che sarebbe stato davvero troppo bello ma che bisogna guardarsi dalle utopie. E che alla sua età avrebbe finalmente capito.

Con interminabili discussioni, gli avrebbe risposto che le forze economiche egemoni, il grande capitale e le sue appendici mass-mediali, stavano raggiungendo il loro scopo: frantumare valori e idee che avevano saputo, pur con imperfezioni e aberrazioni storiche, preservare almeno in parte, i diritti dei più deboli. E che chi non si fosse adeguato, sarebbe stato emarginato, rimosso, accantonato. Avrebbero entrambi convenuto che tutti i partiti erano uguali, almeno nell’atteggiamento verso il potere, perchè si affannavano nell’infinita e vana rincorsa del più forte, tagliando qualsiasi radice, laccio o lacciolo che, pur dimostrando la propria coerenza a principi ineludibili, avrebbero potuto ostacolarli.

In effetti, si era assistito alla sempre più repentina trasformazione di ideali e valori in atteggiamenti e posizioni che vivevano lo spazio di qualche anno, se non mese, atte alla conquista della Top position del consenso. Da troppo tempo ormai si era felicemente paghi di una vita che aveva permesso di soddisfare, comunque, i bisogni primari. D’altronde, la gente, ingolfata di lavoro, consumismo e immagini televisive, non aveva certo il tempo e la voglia di pensare ad altro o ... ad altri. Esattamente come i componenti di qualsiasi altra specie animale.

Ancora, in ogni discussione, non mancava di ripetere che, tra libertà e giustizia, dava certamente la precedenza a quest’ultima, senza la quale non poteva esserci l’altra; era convinto che fosse indispensabile limitare la libertà, se ciò avesse comportato più giustizia.

Ma ormai tutti infiorivano le loro asserzioni di nuovo, di libertà, di sistema liberale: tutti attributi e concetti riferiti a loro, anche se a scapito di milioni di altri, cosiddetti ... sfortunati. Non serviva a nulla ripetere, per l’ennesima volta, cifre alla mano, la diretta responsabilità del Nord libero e democratico nella rapina di risorse e materie prime dei Paesi “in via di sviluppo”. La definizione più realistica avrebbe dovuto essere “Paesi costretti a rinunciare allo sviluppo” o, meglio, “costretti ad inseguire un modello di sviluppo per loro estraneo e irraggiungibile”, considerata la politica commerciale e finanziaria dei Paesi ricchi: dapprima, avevano obbligato il Sud del mondo a produrre solo ciò che serviva loro; poi l’avevano pagato sempre meno, rispetto all’aumento mondiale del costo della vita, imponendo i propri prezzi, spesso in regime di monopolio e ricorrendo alla forza o alla guerra (quella del Golfo, con il pretesto della liberazione del Kuwait, aveva di fatto mantenuto stabile il prezzo del petrolio, oscillato, in vent’anni, attorno ad un prezzo medio praticamente costante e che quel pazzo di Saddam avrebbe fatto sensibilmente lievitare). Del resto, anche i prezzi di tutti gli altri prodotti provenienti dal Terzo mondo erano stabili da decenni, se non addirittura diminuiti.

“Altro che libero scambio! Se questa libertà di saccheggio e il modello di sviluppo del Nord continueranno, si assisterà a migrazioni bibliche, mentre l’equilibrio ecologico e le risorse planetarie non potranno durare ancora a lungo.

Per quanto tempo ancora sarà possibile, a meno di un quarto della popolazione mondiale, consumare più del 70% dell’energia e del cibo disponibile? E il divario tra ricchi e poveri, sempre a livello mondiale, continua a crescere.”

Ma era ormai stanco di ricevere la stessa risposta che aveva sentito tante volte dal nonno: “Mica è colpa nostra se il Terzo mondo non sa darsi dei governanti in grado di promuovere lo sviluppo! Era già povero prima del colonialismo; noi abbiamo fatto i nostri interessi, d’accordo, ma non abbiamo peggiorato la situazione, anzi, spesso abbiamo portato le infrastrutture. Non per spirito altruistico, s’intende, ma ne hanno giovato anche quelle popolazioni”.

Erano discussioni sterili, contro un muro di gomma. Sempre più spesso, evitava gli scontri verbali e si richiudeva in se stesso. Ma, proprio per questo, aveva una voglia estrema di dialogo e quando trovava qualcuno della sua “razza”, ormai in estinzione, rinvigoriva e si entusiasmava come non mai. Erano incontri rari e preziosi di cui, spesso, s’innamorava perdutamente.

In quel frangente, l’incontro con Tina avrebbe rappresentato l’occasione per raccontarsi, scavando senza ritegno nel suo passato. Era dovuto passare tutto quel tempo prima di riuscire a capire che il dolore si può misurare solo dal confronto con le cose belle della vita, come l’amore, la gioia, la meraviglia. Ma di queste, fino alla maturità, non era riuscito a scorgerne nemmeno l’ombra. Ecco perchè era stato a lungo così ruvido, poco incline alla mediazione. E gli sarebbe così comparso, per la prima volta nel giusto valore, il suo passato, inciampando su relitti dimenticati, mine sepolte dal tempo che gli sarebbero scoppiate dentro una dopo l’altra.

Forse Tina avrebbe potuto addirittura illuminarlo con la sua ovvia diversa prospettiva di valutazione, facendogli cogliere altri aspetti, altre sfumature, altri confronti. Sarebbe riuscito finalmente a soddisfare l’infinito bisogno di ripercorrere la sua storia, e quell’amore, fino ad esprimerne contemporaneamente il dolore e la bellezza, l’importanza e l’insostituibile magia.

Pagg 15-21


4( torna all'inizio)


Incontro


Queste dure colline che han fatto il mio corpo

e lo scuotono a tanti ricordi,

mi han schiuso il prodigio di costei,

che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.

L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara

sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.

Era intorno il sentore di queste colline

più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò

come uscisse da queste colline, una voce più netta

e aspra insieme, una voce di tempi perduti.

Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi

definita, immutabile, come un ricordo.

Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà

ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.

Se sia bella, non so. Tra le donne é ben giovane:

mi sorprende, a pensarla, un ricordo remoto

dell’infanzia vissuta tra queste colline, tanto é giovane.

E’ come il mattino. Mi accenna negli occhi

tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.

E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta

che abbia avuto mai l’alba in queste colline.

L'ho creata dal fondo di tutte le cose

che mi sono più care,

e non riesco a comprenderla.

Cesare Pavese



Tina era rimasta così colpita da quel comportamento, da quel malessere malinconico che riusciva a sopraffarlo anche nell’intimità dell’amore, che la sua iniziale discrezione si era tramutata in curiosità crescente. Voleva farsi raccontare tutto di lei, di quell'amante lontana che, pur solo ricordo, riusciva ancora a segnarlo così profondamente.

"Di lei mi piacque il gioco, naturale prolungamento di un’infanzia troppo breve per entrambi. Quel sentire sentimenti, paure, ricordi, sensazioni che credevo solo miei. Quella comunicazione e partecipazione che non avevo mai creduto potesse esistere. E la voglia di sfida, di sbeffeggiare una quotidianità troppo reale, di andare oltre le stanche regole del rituale. Chi l’avrebbe mai detto? Un visino così a modo, discreto e gentile, quel portamento leggero e poco appariscente, nascondevano la forza bruta della ribellione, della rivalsa, del dispiegarsi di una personalità ferita ma per questo estremamente reattiva, di un io ancora adolescente, ancora caparbiamente proteso ad essere al centro di tutto.

Mi vedevo allo specchio e non riuscivo a capacitarmene. Non si dice sempre che, anche in amore, gli uguali si respingono e i diversi si attraggono? Per noi, non valse nemmeno questa regola. Non furono le stesse idee politiche che mi attrassero. Certo, facilitarono e avvicinarono, ma l’impeto della passione era dato, soltanto adesso ne sono sicuro, dalla montante consapevolezza di appartenere ad uno stesso spirito, ansia, ardore, anima. Non so se è questo ciò che alcuni poeti hanno chiamano estasi. Io lo definirei identificazione e unione spirituale, prima che corporale, a formare un tutt’uno che non poteva essere se non unito. Non somma, ma morte di due parti, rinate in qualcosa di completamente diverso e incommensurabilmente più grande.

La incontrai al Due mori, un bar di Schio, una cittadina poco distante da casa mia. Un posto con l'atmosfera giusta e una clientela prevalentemente giovanile, dove spesso si organizzavano concertini, serate di diapositive, spettacoli cabarettistici e improvvisate drammatizzazioni, in un clima goliardico e godereccio. In quel periodo, nelle iniziative culturali, il bar, gestito privatamente, riusciva perfino a far concorrenza al Centro sociale. Il fatto mi fece spesso pensare: possibile che il privato potesse gestirsi economicamente e, nello stesso tempo, riuscisse anche a produrre cultura?

Ogni volta che vi entravo, il mio sogno, quello di riuscire a competere con normali strutture private (bar, emittenti radio, ecc.), pur appesantito dall’onere di dover proporre qualcosa in più, una linea culturale e/o ideale, ne usciva corroborato. Ne traevo forza ed entusiasmo per continuare l’avventura intrapresa con la radio. Non solo. Proseguiva e rinvigoriva in me la voglia ingorda di conoscere tutto e tutti.

La radio c’era già da tre anni, ma iniziava allora a potenziarsi e ad allargare la sua cerchia, finora limitata al paese. Erano necessarie forze nuove e decise per poter riempire al massimo quello spazio, così difficile da costruire e da difendere. Dovevamo incontrarci con i ragazzi del movimento studentesco, per verificare possibili collaborazioni.

Quando entrammo, era seduta con Mauro, al tavolo lungo il corridoio che accompagnava il bancone, con quell’aria da cucciolo impaurito ma determinato ad affacciarsi sul mondo. Parlava con tono sommesso, come fosse appena uscita dal nido, con le piume ancora arruffate, ma con tanta voglia di fare, di cominciare a vivere.

Portava capelli corti, di uno splendido rosso rame; dalla camicetta un po’ scollata, lasciava intravedere due nèi quasi simmetrici, l’uno di fronte all’altro, che le marcavano i seni. E poi ... gli occhi! Non ricordo se parlai, né di cosa si discutesse; ho solo quegli occhi piantati nel cervello, quello sguardo perso chissà dove. C’erano lampi, e fuoco, e paura, e speranza, e vita, in quegli occhi. Ed io mi stavo, come al solito, riparando. Cercavo di far resistenza a chi mi stava spogliando per guardarmi dentro. Sentivo la mia corazza cadere pezzo dopo pezzo. Quell’animale impaurito stava impaurendo anche me.

Poi, ce ne andammo al Centro sociale, luogo di incontro e di iniziative attraverso le quali si sarebbero potuti coordinare gruppi e associazioni con gli stessi fini. Fu al Centro che approfondimmo la conoscenza dei giovani del Circolo operaio di Magré, già operante a Schio da una vita. Chissà di cosa parlammo, forse di quali strategie attuare per far intervenire in quella zona l’entourage della radio. Ricordo solo d’esser riuscito, in un momento di coraggio per me inimmaginabile, a fissare un giorno per incontrarla. Già dopo quelle poche ore, ero totalmente perso in un turbinio di sensazioni che, a poco a poco, mi avrebbero corroso l’anima.”

pag 25- 27


5( torna all'inizio)


Carta e gomma


“L’avida lettura di quel foglio con il brano di Lajolo mi portò ancora una volta a concepire la vita come una distribuzione, più o meno equa, delle ingiustizie e del dolore nel mondo: l’idea che tutto, prima o dopo, vada a pareggiare gli apparenti squilibri dell’umana esistenza; l’ingenuo autoconvincimento che dovesse esistere una Giustizia universale capace di regolare il mondo. Una visione infantile, scaturita forse dalla forte influenza cattolica in cui ero cresciuto. O forse un’idea balzana, un’interpretazione personale di quello che mi avevano sempre detto. Per questo, mi sembrava profondamente ingiusto che il male mi potesse ancora una volta essere addosso, sia pure indirettamente.

E mi tornò subito alla mente quel giorno, di pochi anni prima, a Padova, alla mensa Cgil, la più avversata dagli studenti, per l’evidente sporcizia, ma anche per l’alta affluenza di palestinesi. La frequentavo più spesso delle altre, certamente più pulite, ma anche molto più impersonali, meno vissute. E poi, tutto sommato, quella presenza arabo-palestinese mi attirava: volevo saperne di più sul Medio Oriente, sull’Olp, su Israele, sul Libano e sui problemi di quell’area martoriata, un’altra conferma storica di come si possano usare le religioni per tutt’altri fini.

Quegli studenti, quasi tutti anche lavoratori, in terra straniera, accalcati davanti al televisore nell’ora del telegiornale, aspettando notizie sulla situazione politica dei loro Paesi, riuscivano sempre a toccarmi. Molto spesso le notizie davano inizio a concitatissime discussioni che impedivano all’intera sala di proseguire nell’ascolto. Non facevo caso ai pavimenti sporchi, alla confusione, al rumore; tutto mi dava la sensazione di un ambiente più familiare, più alla mano, meno asettico rispetto alle altre mense, in definitiva, molto più umano.

Quel giorno mi accodai più assorto del solito alla breve fila davanti alla cassa. Tornavo da medicina nucleare dove avevo appena iniziato un trattamento radiante. Nulla di preoccupante, mi avevano detto, una pura misura cautelativa. E in effetti, dopo la breve seduta, uscii tranquillamente dalla clinica e giunsi senza problemi alla mensa. Ero ancora frastornato dal clima che si respirava in quel reparto, dove chiunque si incontri sembra di un altro mondo, uno zombie che si appresta a tornare nell’Aldilà, seguito o accompagnato da sguardi simili al suo, di altri nelle sue stesse condizioni o da familiari in angosciosa attesa. Nemmeno il personale sembrava di questo mondo, anche se era chiara la sua abdicazione ad un lavoro come un altro. L’angoscia dell’impronunciabile, della morte certa, o creduta, riempiva quei corridoi altissimi e bui ed ogni essere vivente vi entrasse.

Immerso in quelle immagini da girone dantesco, finalmente mi servii dal self-service. Con il vassoio in mano mi accomodai al primo tavolo disponibile. Dal televisore, immancabilmente acceso, si aspettava il notiziario delle 13,30. Intorno, i soliti studenti-lavoratori arabi che vociavano rumorosamente. Altri studenti in arrivo stavano pian piano riempiendo la sala. Al primo boccone, concentrai l’attenzione sul piatto, poi sulle facce di chi mi era di fronte: volevo sincerarmi se qualcuno avesse notato la mia espressione, sicuramente alterata. Avevo inghiottito con notevole sforzo quel pezzo di gomma che avrebbe dovuto essere mozzarella. Incredulo e spaventato, lentamente rifeci un altro tentativo, questa volta con la lattuga. Era carta! A malapena riuscii a non sputarla nel piatto.

Ero in stato confusionale. Non avevo più il senso del gusto. Di lì a poco avrei vomitato. Erano iniziati i primi effetti, che nessuno, al reparto, si era preoccupato di descrivermi. Lasciai il vassoio sul tavolo e uscii per tornare a casa il più presto possibile, un attimo prima di vomitare anche l’anima. Doveva esserci solo quella, assieme alla carta e alla gomma! A letto, sperai nella temporaneità di quei sintomi, ma gli indizi che andavo correlando caoticamente, mi sembravano sempre più dolorose certezze. Sentivo di avere già addosso quella maschera da zombie che ben conoscevo. Mi comparvero tutte le vicissitudini di quell’ultimo periodo, le prime visite di controllo, la faccia alterata e contratta dei medici, il modo melenso di enunciare la diagnosi, accompagnata da mille rassicurazioni. Così mi avevano consigliato quel ciclo di radiazioni. E se la situazione fosse stata più grave? Se nemmeno i parenti più stretti mi avessero avvertito? D’altronde, la menzogna a fin di bene era la loro filosofia, era la consueta eliminazione di ogni contrasto, la classica testa sotto la sabbia. Ero dunque vicino alla morte?

Di questa parola, anch’essa accuratamente evitata, persino occultata anche nell’adesione acritica al rito funebre, rare volte ebbi occasione di sviscerare i significati. Forse solo al liceo, quando, in filosofia, l’avevamo affrontata come una realtà dolorosamente presente. Eppure, erano state molte le morti che avevo dovuto sopportare. L’ultima, quella di mio padre, mi aveva inserito nella carne un ulteriore dilemma: perché non avevo esternato il dolore che sentivo scoppiarmi dentro? Perché non avevo pianto? Perché mi tornavano sempre alla mente tutte quelle volte che, di fronte allo stato in cui era ridotto, mi ero augurato che morisse, pregando addirittura un Dio in cui non avevo mai creduto?

Solo allora stavo verificando che la morte propria è una cosa diversa da quella dei propri congiunti o amici. Obbliga a non declinare alcuna responsabilità, a non mentire. E’ la resa dei conti, quelli veri. Come d’incanto, tutti i dubbi che avevo tralasciato, erano tornati, possenti e drammatici, ad esigere una risposta chiara. In quei momenti si fanno cose incredibili, assurde al vaglio della ragione, perfettamente normali per il cuore. Ci si scopre anche a pregare un Dio rinnegato più volte. Non c’è spazio per la coerenza.

Avevo vissuto un dolore muto e solitario, e a distanza di pochi anni, chissà perché, temevo che anche lei dovesse passare simili esperienze. In quel brano di Lajolo, erano magistralmente descritte le sensazioni che aveva provato alla diagnosi della malattia e, in varie fasi, durante la cura. L’accenno al padre, inoltre, fece riemergere prepotentemente il ricordo del mio. Improvvisamente, mi accorsi di piangere. Era la prima volta, da adulto. Anche allora avevo cercato inutilmente di farlo, per sfogarmi, ma non c’ero mai riuscito; nemmeno per autoconvincersi di essere stato un figlio come tanti, un figlio normale, nemmeno in quell’occasione. Eppure, mi ero ritrovato a vagare senza meta, concentrandomi volutamente sui ricordi più belli, che avrebbero dovuto strapparmi tutte le lacrime che non ero mai riuscito a trovare. Mi ero rivisto bambino, quando, con le gambe a cavalcioni sulle sue spalle, mi sentivo sulla cima di una montagna, o sulla groppa di un gigante, senza nessuna paura per l’altezza, tanto c’era papà. O quando, nel lettone grande, mi raccontava storie lunghissime e appassionanti. O in quelle partite di pallone nel corridoio di casa, a solidarizzare, incuranti dei continui richiami di mamma. Ma le lacrime non vollero uscire e quel dubbio mi tornò ancora: lo avevo amato veramente?”

pagg 36-40


6( torna all'nizio)


Tommy Guy

La scena mutò ancora. Chiuppano, un paese che per molti, allora, era fucina di vita alternativa. Solo qui vi era un gruppo non inquadrato in rigide direttive parrocchiali e benpensanti. Solo qui, in quel giro, poteva partecipare ad accese discussioni politiche, respirare un’altra aria, cogliere gli opportuni confronti, immerso in una continua scoperta di idee e di nuove conoscenze. All’inizio fu solo l’entusiasmo del nuovo. Poi, a poco a poco, seppe distinguere e scegliere per suo conto. Attorno a quei ragazzi, in effetti, si era creata un’aura da rivoluzionari-oppositori tout court, che poneva l’accento sul loro look, sui loro comportamenti, sul rifiuto di ogni iniziativa parrocchiale e sul dichiarato uso di droghe.

Il perbenismo imperante li aveva bollati come una cancrena da estirpare, con atteggiamenti di completa chiusura di fronte alla loro evidente diversità. Ma ciò che più veniva ripreso erano le idee politiche, dichiaratamente anti-democristiane, in un territorio desolatamente e uniformemente bianco.

Se, all’inizio, tutto ciò l’attirava, alla ricerca di nuove visioni di vita, meno bigotte e sganciate da un clericalismo diffuso e soffocante, quando ebbe modo di entrare nel vivo di certe discussioni o di giudicare certi atteggiamenti, prese una posizione autonoma, cosciente di rischiare l’allontanamento e l’emarginazione dal gruppo. Quando, in paese, sarebbe nato il Circolo culturale, avrebbe potuto portare il suo contributo, incentivando il dibattito e il confronto con altre esperienze d’impegno sociale. Di contro, sarebbe stato proprio il Circolo, e le sue prime attività, che gli avrebbero fatto aprire gli occhi sul grande divario tra realtà e ipotesi teorica, sul mare che effettivamente separa il dire dal fare.

Tommy Guy gli apparve mentre, con una punta d’ironia, soleva definire quei ragazzi “rivoluzionari”, quando già stavano evolvendo verso posizioni da Autonomia operaia e tenendo contatti sempre più stretti con gruppi analoghi.

“Non fate che manifestare, solo a parole, l'apertissima opposizione al Potere senza costruire niente di concreto”, ripeteva spesso, e i fatti gli avrebbero dato sacrosanta ragione. Anni più tardi, avrebbero tentato, per l’ennesima volta senza successo, di gestire a Thiene uno studio decentrato di Radio Sherwood.

Per lui, in sostanza, erano solo dei generatori di polvere, dei “parolai di sinistra”, per dirla alla Mao. In effetti, si poteva contare sulle dita di una mano chi, pur del giro, agiva concretamente e coerentemente secondo le proprie idee. Tommy Guy - chissà da dove veniva quel nome - era un omaccione alto e tarchiato, tutto muscoli, dalla chioma fluente e dalla parlata marcatamente forestiera. Anarchico convinto, esponeva in modo concreto e pacato le proprie idee, costantemente agganciate alla realtà quotidiana. Giunse a Chiuppano improvvisamente, fermandosi per chissà quale motivo, come un personaggio uscito da un libro di Kerouac, ben presto ritenuto da tutti quasi un guru; uno, comunque, da rispettare.

Alla base, per lui, c’era la libertà nella dignità umana. E a sostegno delle sue idee libertarie portava l’esempio della sua vita. Aveva sempre lavorato, ma mai si era sottomesso al punto da perdere la dignità. Se il conflitto con il padrone non si risolveva, abbandonava l’impiego e ne cercava subito un altro, procurandogli una non facile nomea e conseguenti maggior difficoltà. Decise quindi di lavorare all’estero, pur in condizioni di estrema durezza. Avrebbe guadagnato abbastanza per acquistare una casa e nello stesso tempo, avrebbe tagliato i ponti con chi tante volte aveva polemizzato. La sua avversione per i parolai, anche se di sinistra, che non concretizzavano mai niente, neppure sul piano personale, era nota. Fu, comunque, uno dei pochi punti saldi per chi voleva vedere fatti, non parole, a sostegno delle proprie idee.

Pagg 50-52


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Circolo culturale cogollese

dovevamo rifuggire il materiale per elevarci allo spirituale; tutt’al più, avremmo dovuto confidare nella Divina Provvidenza e nella preghiera.

I sofferenti venivano identificati con qualcosa di dato, venuto da Dio, quindi da accettare, anche se si doveva cercare, più o meno concretamente, di everne carità. Non si andava mai all’origine del male, alle cause dell’ingiustizia, si cercava solo di curarne, in modo blando e paternalistico, gli effetti. C’era ancora, in questo, una visione medioevale, un dualismo netto tra Chiesa e Stato, tra materiale e spirituale, tra sociale ed ecclesiale, come se le due entità potessero non intersecarsi. E mai che vi fosse una critica, un commento, fuori dell’ortodossia, come se l’interpretazione cattolica della Bibbia fosse l’unica al mondo.

Dunque, miliardi di persone erano da considerare, loro malgrado, pecorelle smarrite, in parte recuperabili dalla misericordia di Dio, magari in un Limbo, come i bambini morti prima di ricevere il Battesimo. E chi, come noi, poneva domande precise, chiedeva risposte concrete, voleva le ragioni prime di tante ingiustizie, riceveva solo esortazioni a pregare, versetti evangelici, ovvi propositi e scontate preoccupazioni di Vescovi e Papa. E intanto? Avremmo voluto metterli di fronte ai licenziati, ai senza tetto, agli ammalati cronici, ai tossicomani, ai carcerati, ai senza-famiglia! Certi pensieri, per questi ultimi, volavano troppo in alto, non ne immaginavano neppure l’esistenza. Per loro c’era solo il dolore e la speranza, per chi riusciva ancora ad averla, in un domani migliore.

Erano considerazioni che avevamo fatto più volte, sempre più spesso al di fuori di quelle riunioni, che via via sembravano soffocarci. Dalla famiglia, poi, non avevamo certo un conforto: ancora, la solita comoda e pigra accondiscendenza al tradizionale immobilismo culturale, stratificatosi di generazione in generazione.

“Ma chi credete di essere? Come osate contrariare chi ha studiato per anni queste questioni? Non metterete in dubbio l’infallibilità del Papa? Bisogna seguire gli insegnamenti della Chiesa, senza discutere. Un domani, ci darete senz’altro ragione. Ma chi vi mette in testa certe idee? Non sarà per caso Giuliano? D’altronde, è figlio di un comunista!”

Ma le chiacchiere non ci toccavano più di tanto, anzi; sentivamo di essere sulla strada giusta. Ormai avevamo deciso: volevamo dimostrare l’effettiva capacità di operare concretamente in quell’ambiente così chiuso e bigotto.

Dopo la secessione - ci alzammo e uscimmo, nel bel mezzo dell'adunanza - ci mettemmo subito alla ricerca di una sede. Sentivamo urgentemente il bisogno di uno spazio totalmente nostro. Lo stanzino del solito bar, pur appartato, non bastava più. Eravamo ormai passati al di là del guado. Ora dovevamo dimostrare di non essere solo critici, di saper anche proporre alternative concrete.

Il fatto di esser riusciti a trovare quella stanzetta in affitto era inaudito per il paese: al di fuori dello spazio familiare e del bar, tutto era sotto la tutela della Parrocchia, con il tacito assenso delle famiglie. Per calmare le acque, e per l’esigenza di qualcuno di noi, chiedemmo la benedizione della stanza al cappellano, il sacerdote che seguiva noi giovani. Potevamo così cominciare la nostra attività con i crismi dell’ufficialità.

“Quei balordi! Ecco cosa succede a farli studiare!”

“ Ma che fanno?”

“ Sembra che vogliano istituire una biblioteca”.

“Che provino a lavorare, invece. Certe cose sono solo perdite di tempo.”

“Io dico che hanno trovato il modo per starsene in pace con le ragazze.”

“Magari avessi potuto, ai miei tempi!”

Le chiacchiere imperversavano. Qualcuno aveva anche la sensazione che i carabinieri ci sorvegliassero. Non erano paure infondate. Quel riunirsi al di fuori di tutte le consuetudini, quegli interventi pubblici, quelle spiccate tendenze antidemocristiane, avevano già creato un caso, imprevisto e inaspettato.

Quel che mancava, in paese, era un’orizzonte culturale più ampio, più elastico, meno provinciale e campanilistico. Dovevamo operare nella cultura, non quella scolastica, istituzionalizzata, benpensante. Dovevamo informare, o meglio, contro-informare, usando un termine allora in voga.

Giuliano era la nostra guida, il solo fra noi, ad essere già uscito dal mondo della scuola. Ciò nonostante, era permeato di spiccate esigenze culturali, che sapeva trasmettere ed infondere con entusiasmo. Era, la sua, un’irrefrenabile voglia di dimostrare che la scuola, quella che l’aveva rifiutato e deluso, non riusciva ad interpretare le istanze che il recente ‘68 aveva innescato. Forse, fu solo per rivalsa personale, ma ci trascinò, con il carisma del più grande, in un’esperienza appassionante.

Così, libro dopo libro, portando da casa i pochi testi personali, prevalentemente scolastici e bussando a tutte le porte disponibili (politici locali, associazioni varie, enti socio-culturali, ecc.), con il metodico apporto organizzativo di Giuliano, l'impegno di tutti si autoalimentava man mano che la piccola biblioteca cresceva. Il primo ripiano, il secondo, il primo scaffale. Alla prima semplice e improvvisata catalogazione, con pochissimi argomenti, ne dovettero seguire altre, sempre più corpose e specifiche.

Ma, accanto alla raccolta di libri di ogni tipo, trovati chissà dove, si faceva più consistente la nostra coscienza critica, il desiderio di entrare nella scena sociale e politica del paese. Si cominciò a fare informazione e cultura non solo con i libri, ma intervenendo su problematiche sociali scottanti ed attuali, attraverso volantini o manifesti, dibattiti pubblici, cineforum, mostre, incontri con esperti di medicina, spettacoli teatrali e musicali. Uscì il primo numero del nostro periodico ciclostilato, il Tre cì, con aspre critiche all’Amministra-zione comunale (a maggioranza assoluta della Democrazia cristiana, partito da quarant’anni al potere in Italia e che sfacciatamente si proclamava l’unico rappresentante dei valori cristiani) e alla Chiesa; in pratica, gli unici poli su cui ruotava la vita politica e sociale del paese.

Anche i nostri rapporti personali stavano cambiando a vista d’occhio. Vi era sempre più coscienza di essere in rotta di collisione con il comportamento di molti nostri coetanei, tradizionalmente disinteressati ai problemi sociali e ancor più alla politica in senso stretto. Si moltiplicavano le occasioni e gli incontri sulla questione femminile, sulle proposte referendarie per l’abolizione delle leggi sul divorzio e sull’interruzione volontaria della gravidanza. Cresceva anche il numero di ragazze, tradizionalmente esiguo, comunque sempre limitato, al di là delle semplici simpatie e dei primi timidi amori. Quell’affluenza femminile, comunque, per quanto ridotta, al di fuori dei normali centri di aggregazione (gruppi parrocchiali e prime discoteche), rappresentava un fatto più unico che raro. [...]

pagg 54-57


8( torna all'inizio)


Epitalamio

Ricordi quando d’inverno arrivammo nell’isola?

Il mare verso di noi alzava una coppa di freddo.

Nelle pareti l’edera sussurrava

lasciando cadere foglie oscure al nostro passaggio.

Anche tu eri una piccola foglia

che tremava nel mio petto.

Il vento della vita lì ti ha messo.

Dapprima non ti vidi:

non seppi che camminavi con me,

finché le tue radici bardarono il mio petto,

si unirono ai fili del mio sangue,

parlarono con la mia bocca,

fiorirono con me.

Così fu la tua presenza inavvertita,

foglia o ramo invisibile

e d’un tratto il mio cuore si popolò di frutta e di suoni.

Abitasti la casa che ti aspettava oscura

e accendesti la lampada.

Ricordi, amore mio, i nostri primi passi nell’isola:

le pietre grigie ci riconobbero, le raffiche della pioggia, le urla del vento nell’ombra.

Però fu il fuoco il nostro unico amico,

accanto a lui stringemmo il dolce amore d’inverno

a quattro braccia.

Il fuoco vide crescere il nostro bacio ignudo

sino a toccare stelle sconosciute,

e vide nascere e morire il dolore come una spada rotta contro l’amore invincibile.

Ricordi, tu che dormi alla mia ombra,

come da te cresceva il sonno,

dal tuo petto ignudo aperto

con le sue cupole gemelle verso il mare,

verso il vento dell’isola

e come io nel tuo sonno navigavo libero,

nel mare e nel vento

legato e sommerso però

all’azzurro volume della tua dolcezza.

O dolce, mia dolce,

cambiò la primavera i muri dell’isola.

Un fiore apparve come una goccia di sangue arancione,

e poi scaricavano i colori il peso della loro dolcezza.

Il mare riconquistò la sua trasparenza,

la notte nel cielo mise in luce i suoi grappoli

e tutte le cose sussurrarono il nostro nome d’amore,

pietra per pietra dissero il nostro nome,

il nostro bacio.

L’isola di pietra e di muschio

risuonò nel segreto delle sue grotte

come nella tua bocca il canto,

e il fiore che nasceva fra gli interstizi della pietra

con sua segreta sillaba

disse passando il tuo nome di pianta ardente,

e la roccia scoscesa

alta come il muro del mondo

riconobbe il mio canto, beneamata,

e tutte le cose dissero il tuo amore,

il mio amore, amata,

perché la terra, il tempo, il mare,

l’isola, la vita, la marea,

il germe che socchiude le sue labbra nella terra,

il fiore divoratore, il movimento della primavera,

tutto ci riconosce.

Il nostro amore è nato fuori delle pareti, nel vento, nella notte, nella terra,

e per questo l’argilla e la corolla,

il fango e le radici sanno come tu ti chiami,

sanno che la mia boccasi è unita alla tua,

perché nella terra ci han sussurrato uniti

senza che noi lo sapessimo

e cresciamo uniti

e fioriamo uniti

e perciò quando passiamo il tuo nome è nei petali

della rosa che cresce nella pietra,

il mio nome sta nella grotta.

Essi sanno ogni cosa, non abbiamo segreti,

siamo cresciuti insieme ma non lo sapevamo.

Il mare conosce il nostro amore,

le pietre della cima rocciosa sanno che i nostri baci sono fioriti con purezza infinita,

come fra gli interstizi sorge una bocca scarlatta:

così conoscono il nostro amore e il bacio

che riuniscono la tua bocca e la mia in un eterno fiore.

Amor mio, la primavera dolce,

fiore e mare, ci circondano.

Non la cambiamo per il nostro inverno

quando il vento cominciò a decifrare il tuo nome

che oggi a tutte le ore ripete,

quando le foglie non sapevano che tu eri una foglia,

quando le radici non sapevano

che tu mi cercavi nel mio petto.

Amore, amore,

la primavera ci offre il cielo,

però la terra oscura è il nostro nome,

il nostro amore appartiene a tutto il tempo e la terra.

Amandoci, il mio braccio sotto il tuo collo di sabbia,

attenderemo come cambia la terra e il tempo nell’isola,

come cadono le foglie dei rampicanti taciturni,

come fugge l’autunno dalla finestra rotta.

Ma noi aspetteremo il nostro amico,

il nostro amico dagli occhi rossi, il fuoco,

quando di nuovo il vento scuoterà le frontiere dell’isola e ignorerà il nome di tutti,

l’inverno ci cercherà, amore mio, sempre,

ci cercherà perché lo conosciamo,

perché non lo temiamo,

perché abbiamo con noi il fuoco per sempre.

Abbiamo la terra con noi per sempre,

la primavera con noi per sempre,

e quando si staccherà dai rampicanti una foglia tu sai, amore mio,

quale nome sta scritto in quella foglia,

un nome che è il tuo ed è il mio

il nostro nome d’amore, un solo essere,

la freccia che attraversò l’inverno,

l’amore invincibile, il fuoco dei giorni,

una foglia che mi cadde nel petto,

una foglia dell’albero della vita che fece nido e cantò,

che mise radici, che diede fiori e frutti.

E così vedi, amore mio,

come vado nell’isola, nel mondo,

sicuro nella primavera, folle di luce nel freddo,

tranquillo nel fuoco,

sollevando il tuo peso di petalo nelle mie braccia,

come se mai avessi camminato senza di te, anima mia,

come se non sapessi cantare se non quando tu canti.

Pablo Neruda



Bianca e odorosa di sole e di muschio, quei versi non le erano uscite solo dalle labbra, ma da ogni sinuosità. L’avevano avvolto e cullato in uno stato di ammirazione estatica, di dolcissima veglia immateriale e senza tempo, di vibrazioni all’unisono.

Quella lettura calma, discreta e sommessa, non gli apparve affatto una lunga e snervante attesa. Anzi. Fu come un lasciapassare, un ingresso facile e dolce verso un’altra dimensione, una musica che l’introdusse in un altro mondo. Ma anche nelle carezze, nei baci, nei giochi, nella scoperta dei corpi, centimetro per centimetro, nelle risa e nelle lacrime, sussurrate e calde, nei gemiti voluttuosi e liberi, quei versi erano aleggiati, con infinita leggerezza, su quell’unico corpo intrecciato.

Era stata lei a volergli leggere, e solo in quel frangente, Neruda, da quel quaderno con la copertina a righe oblique - come obliquo era il loro amore - che gli aveva portato in dono. Vi aveva scritto il meglio della poesia d’amore che aveva incontrato e alcuni suoi bellissimi componimenti, lo si sentiva subito, scaturiti da quel periodo, gioioso e insostenibile, che stava riempiendole l’anima.

Forse perché legato a quei momenti, eterni e inimmaginabili, era stato il più bel regalo che avesse mai ricevuto. Per lui, che di regali non voleva nemmeno sentirne parlare, fu per sempre una cosa viva, densa di ricordi ma anche di poesia e amore, proiettati in una dimensione senza tempo. L’avrebbe letto spesso, anni e anni dopo, scoprendosi immancabilmente in lacrime, svuotato da sensazioni che sembravano sopraffarlo ad ogni avida lettura. E ogni volta, pur conoscendone il contenuto, sembrava scorgerne un nuovo brandello, un nuovo verso, una nuova parola, un diverso significato, che l’obbligava a rileggerlo, gonfio di struggente desiderio.

Pagg 102-106



9(torna all'inizio)


Sogno e realtà

Uno squillo insolito. Solo un trillo e mezzo, poi il silenzio. Poi ancora. Era già estate inoltrata e un caldo afoso incollava i vestiti. La conversazione era stata brevissima. Ne rimase decisamente colpito.

“Esco”

“Che c’è? Chi era?”

“Ti dirò tutto quando torno. Dammi due ore ... “

Il reparto era sempre lo stesso. Sul portone d’ingresso, la grande scritta Medicina nucleare campeggiava ancora, corrosa dal tempo. All’interno le stesse facce, gli stessi odori, le stesse facce da zombie, la stessa disperazione. Eluse la sorveglianza e si trovò nelle stanze che aveva percorso tante volte. Sonia gli corse incontro, incredula.

“Come l’hai saputo?”

“Perché non mi avete avvertito?”

“Siamo tutti così confusi e ... disperati ... e poi ... eri sparito ...”

“Come sta?”

“Vieni ... è laggiù.”

Non lo riconobbe. Almeno così gli parve. Di lei erano rimasti soltanto gli occhi. Ormai spenti, si muovevano a fatica, con sguardi lenti e lontani. Il resto, era il risultato della chemioterapia: il viso, prolungamento della devastante calvizie, le occhiaie profonde, il corpo gonfio e flaccido, l’odore insopportabile.

“Ma da quando ...”

“Ma dai ... non lo sapevi?”

Ora, finalmente, davanti a quella scena, davanti a quel corpo, che aveva silenziosamente convissuto per anni con la malattia, si chiudeva il cerchio di tutte le cose non dette, di quelle sommesse sensazioni che non aveva mai avuto il coraggio di sviscerare. L’alone misterioso e indecifrabile trovava tragico riscontro. Non aveva nemmeno provato a chiedere quando la situazione si fosse aggravata. Era talmente frastornato, preso alla gola da un senso di colpa presente in tutta la sua pesantezza, che il conto dei tempi nemmeno l’aveva sfiorato. Ma perché non aveva mai voluto andare fino in fondo per scoprire il senso di quelle ricorrenti sensazioni? E se anche l’avesse fatto, avrebbe potuto aiutarla?

Era una forma anomala, rara, che poteva svilupparsi fulmineamente come restare per anni incistata e neutrale. Ma che cosa aveva potuto prolungarne l’inattività e destarne improvvisamente il letargo? Era possibile che un dolore acuto e improvviso, come la loro separazione, potesse scatenarne l’incontrollato sviluppo?

Si era sentito schiacciare. Non era riuscito a muoversi. Era stato egli stesso una concausa o la causa prima? In quel vortice di domande, bestemmie e disperazione, si era visto camminare, ancora una volta, nei corridoi della morte latente, dove nemmeno la luce pare essere di questo mondo e tutto gli era sembrato sospeso a mezz’aria, tra passato e presente. Come aveva potuto tenersi dentro una simile situazione e amarlo con infinita gioia di vivere?


Camminando senza meta, nell’afa insopportabile di quel fine luglio, ancora una volta, come quando era morto suo padre, cercò di far emergere tutti i ricordi che lo riportassero a lei, alla sua luce vivida, scintillante, anche i più insignificanti e stupidi. Era come se cercasse di trascinare a riva un’immensa e pesantissima rete da pesca, ricolma di immagini, di suoni e di voci. Ma quei ricordi, così presenti e vivi, gli si opponevano, cercando con ogni mezzo una via di scampo. A tratti riusciva a vederli nitidamente, seppure in gran movimento, poi scomparivano giù, sotto le onde di quel mare in burrasca. Ecco una telefonata lunghissima, tenera, calda, sussurrata ... ora un litigio, banale, stupido, graffiante, e poi ... una rappacificazione, un abbraccio forte, carezze leggere, giochi, risate, pianti ... ecco là i silenzi infiniti e le domande senza risposta, i corpi intrecciati, la sensazione di penetrare l’uno negli occhi dell’altra e navigarsi dentro senza sapere perché, dove, fino a quando ...

Ormai si era lasciato sopraffare. Non aveva più opposto alcuna resistenza. Non riusciva più a distinguere dove iniziasse la realtà e dove finisse il sogno. Gli sembrò strano che anche la realtà, quella politica e sociale, gli risultasse capovolta, incredibile, irreale. Era capitato così improvvisamente, cogliendo tutti di sorpresa.

Appena l’estate scorsa era ritornato davanti a quel che rimaneva del muro, di quel simbolo berlinese che pareva contenesse e separasse anche le ansie e i sogni del mondo. Tutto si era svolto con la velocità del lampo, come nei sogni, dove non esistono più limiti e l’immaginazione e il subconscio regnano sovrani. Eppure, da quei pezzi di muro sbrecciato, picconato dagli stessi turisti, da quelle bancarelle subito improvvisate, con pezzetti di muro incellofanato, uniformi, stemmi e altre vestigia russe e tedesco-orientali, tutto si era mosso con accelerazione continua, con effetti planetari.

Non riusciva a capacitarsi come potesse essere successo. Anche in Italia, nel giro di pochissimi anni, tutti i partiti storici erano scomparsi, frammentati o completamente trasformati. Non esisteva più né il Pci, né la Dc, né il Psi. I vecchi concetti di sinistra o destra non avevano più lo stesso significato. A livello nazionale ed internazionale, il capitalismo sembrava fosse ormai l’unico sistema economico accettato a stragrande maggioranza. A livello locale, anche nel Veneto bianco e bacchettone, la Dc aveva lasciato il posto alla Lega e a liste civiche di svariate tendenze. Ma un dato le uniformava tutte: la voglia di autonomia, fiscale e gestionale, della cosa pubblica. Un fatto positivo, addirittura rivoluzionario, rispetto ai favori e alle clientele in cambio di fondi dallo Stato centralista e sprecone, di democristiana memoria.

Ora procedeva a saltoni, tra ricordi inafferrabili e l’evidente diffusa riscoperta delle tradizioni etniche e locali, come l’incredibile successo delle più svariate espressioni dialettali, impossibile solo pochi anni prima. In quel marasma sociale e politico, oltre agli avvenimenti internazionali, oltre alla susseguente tangentopoli italiana e non solo, si chiese in che misura avessero influito tutte le radio d’impegno, i centri sociali e sindacali, i circoli, le cooperative e i bar, fulcro d’innumerevoli attività e stimoli sociali. Convenne che l’età media e l’estrazione politico-culturale dei nuovi amministratori - e dei consiglieri di minoranza - in moltissimi dei Comuni dell’Altovicentino, corrispondevano esattamente a quelle di chi, tra gli anni ‘70 e ‘80 avevano animato, bene o male, tutte quelle forme di movimento. Pur non sempre direttamente, era quella fetta di popolazione, almeno in parte, a portare idee, valori ed esperienze, nella concreta gestione degli enti locali e in una ritrovata scoperta delle proprie possibilità e radici.

E gli parve davvero assurdo che proprio in quei luoghi, così restii al cambiamento, prima ancora che il caos totale fosse emerso in tutta la sua evidenza, prorompendo dalle crepe di una finta normalità ostentata per decenni, rinascesse la voglia antica dell’autodeterminazione, della rinnovata responsabilità collettiva. Incredibilmente, nel Vicentino, dopo un'isolata esperienza a Recoaro Terme, la Dc aveva perduto la maggioranza consigliare a Cogollo del Cengio. Un risultato che aveva lasciato tutti con il proverbiale palmo di naso, chi con la stizza per una bizzarra casualità, chi con un misto di paura o di becero senso di rivalsa. Nelle elezioni successive, lo avevano seguito Calvene, Arsiero, Breganze, Marostica, Schio e molti altri, nell’irreversibile sfacelo, questa volta nazionale, di Dc e Psi.

Ma non sapeva capacitarsi nemmeno per quel colpo così duro, improvviso e vigliacco, giunto dopo anni di dolorosissimi ripensamenti. Ora se ne stava andando anche lei, come Sante, Francesca e Jean, a ricordargli che la vita è anche morte. Doppiamente inspiegabile, fu per lui il fatto che quella realtà, così sconvolgente e imprevista, invece di farlo crollare in una sorta di disperato rimpianto, cominciò ad avere l’effetto opposto. Fu come una scintilla, uno scoppio ritardato, che ruppe la corazza del ricordo e gli rinnovò la voglia di vivere.

Ora gli sembrava di camminare lungo una spiaggia, il mare finalmente un olio, con passo elastico, calmo e disteso, i piedi che affondavano dolcemente lasciando una traccia continua sul bagnasciuga, come avesse finalmente assimilato sostanze nutritive che per anni si era rifiutato di digerire. Gli pareva che anche il corpo rispondesse con maggior vigore, con un palpitare antico e nuovo nello stesso tempo, come fosse rinato poggiandosi sul passato, del quale tutto, dolori e piaceri, ricordi, passioni e amori, gli sembrava fonte di energia. Si rese conto che la disperazione e lo sconforto stavano lasciando a poco a poco il posto ad una quiete insperata. Sentiva che stava ritrovando, come raramente gli era successo, la sensazione euforica del dominio di sé e dell’ansia del futuro.

Pagg 133-138

last modify26 aprile2001