LA CURA

di Ida Leone

“Ho 35 anni, faccio un lavoro pieno di carta, e di idee da infilare a forza in procedure.

Dove sono nata e vissuta non ha particolare importanza. Qualche anno fa ho avuto una drammatica esperienza di vita, sono uscita fuori da me stessa e per un certo periodo – lunghissimo, a guardarlo da qui – sono stata "fuori controllo", giocandomi in una roulette disperata tutto quello che avevo di più caro. Quello che segue, scritto in due notti insonni sforzandomi di raspare fino in fondo al barile, per quanto male potesse fare, è il distillato di quei giorni terribili.
Dopo, è stato come aver espulso un parassita velenoso.”

La macchina ha aspettato tutta la notte parcheggiata in garage, come il cavallo del cowboys. Entro, metto in moto, ingrano la marcia, parto. Con un automatismo consolidato sfioro il tasto dell'autoradio, quello che fa partire un nastro. Una musica leggermente ritmica, sembra il rumore di un treno, ma melodioso, accattivante, un coretto femminile. Poi parte la voce, maschile, un po’ roca, inconfondibile. "Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto, conosco le leggi del mondo e te ne farò dono.. supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare…. E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te". Sento qualcosa che si torce dentro, un malessere animale, ma continuo a guidare, gli occhi fissi sulla strada. Dobbiamo fare un piccolo viaggio, devo farti vedere dei posti.

Prima tappa. Quella lì, la vedi? E' la finestra della mia camera da letto. Di notte il paralume di raffia intrecciata proiettava fantastiche trame sui muri, si mescolavano con i disegni della tappezzeria. Stesa nel letto le guardavo fino ad impararle a memoria, avrei potuto disegnarle, mentre parlavo a telefono. All'inizio era il telefono di casa, poi, con il passare dei mesi, è diventato il telefono cellulare. Prima la mia voce era normale, poi è dovuta diventare un sussurro, per non farmi sentire dai miei, di là. Notte dopo notte, ho dovuto soffocare le urla di rabbia, il pianto, la disperazione di fronte ad una tortura che non concedeva tregua, e che mi lasciava tremante, ed esausta. Dovevo schizzare fuori dal letto, ogni tanto, perché quando la rabbia del mio torturatore arrivava al culmine, spegneva bruscamente il cellulare e cominciava a fare il numero di casa mia, ripetutamente, per il gusto di svegliare i miei genitori e poi riattaccare, e allora io dovevo arrivare a staccare il telefono prima che lui potesse avere il tempo di fare il numero. Dovevo resistere al sonno, perché la voce imperiosa dall'altra parte mi urlava di stare sveglia, anche dopo due, tre ore di parole vomitate, di insulti, di domande fatte e rifatte con la stessa implacabile gelida calma. Come negli interrogatori di Polizia visti in televisione, dove ti fanno ricominciare sempre daccapo per vedere se cadi in contraddizione, hai presente? Solo che la parte della Polizia la faceva lui, il sospettato ero io.

Seconda tappa. Ecco, qui siamo a Via San Remo, se guardi a destra c'è un piccolo parcheggio, chiuso da un muro di cemento tutto coperto di disegni fatti con le bombolette spray. Prima di tornare a casa la sera mi fermavo lì, anche per non consumare troppa benzina girando a vuoto, con il telefono incollato all'orecchio. La trama dei colloqui era sempre la stessa, si sarebbe interrotta per pochi minuti - 50, 60, non di più, giusto il tempo di cenare - per poi ricominciare alle undici precise, senza respiro, appena posavo la testa sul cuscino. Perché me lo lasciavo fare? Perché quando il cellulare squillava, per la centesima volta nella stessa giornata, sentivo l'obbligo di rispondere? Perché ho lasciato che quella sua gelosia morbosa, violenta, invasiva, mi devastasse le giornate? Quale vuoto dovevo riempire, a costo di morire soffocata?

Non guardarmi così, lo so che devo sembrarti pazza, e che mi credevi diversa, forte, autonoma. Invece ho bisogno di raccontarlo a tutti, guardami bene, sono stata una schiava, schiava di una voce che veniva da 700 Km. di distanza, una voce che ho amato moltissimo e della quale, come una droga, non riuscivo a fare a meno. Lo odiavo, ma ero in trappola, invischiata in un meccanismo perverso che intrecciava i miei vuoti interiori e il bisogno di essere importante per qualcuno con le sue ossessioni di ordine e possesso. La sensazione di potere che gli dava il sapere di essere padrone di qualcun altro, lui che non contava un cazzo da nessuna altra parte e per nessun altro essere umano, doveva essere inebriante.

Terza tappa. Sì, lo so, questo è un posto poco conosciuto. Via Lombardia, vicino alla sede dell'AVIS, un posto che mi è familiare, dove sono stata serena, potrei dire felice. Qui mi sono fermata spesso, è un posto nascosto, tranquillo, pensavo di poter urlare quanto mi pareva, chiusa in macchina… una sera ho avuto una crisi di nervi, ho gridato nel cellulare così forte e così a lungo che sentivo distintamente le vene gonfiarsi, la voce diventare roca, gli occhi che mi si appannavano per lo sforzo. Quando ho smesso, scaraventando il cellulare sul pavimento dell'auto, in preda a singhiozzi isterici, ho visto quasi tutte le finestre del palazzo sotto il quale ero parcheggiata illuminarsi, e persone affacciarsi, spaventatissime. Dovevo aver gridato talmente forte da farmi sentire da tutti, nonostante i finestrini chiusi, fino agli ultimi piani. Misi in moto e scappai, molto più spaventata di loro.

Quinta tappa. Si, stiamo andando verso il centro della città. E' la zona a cui sono attaccati i ricordi peggiori. Ho passato mesi a correre, fisicamente, avanti e indietro, sopra e sotto, dentro e fuori, a piedi ma soprattutto in macchina, sperando in qualche modo di scappare dal mio torturatore, fingendo di credere che dipendeva tutto da lui. In realtà era dentro di me, attaccato a me, il guasto. Correvo sotto la rigida vigile indifferenza della città dove sono nata, che dopo avermi cresciuto per 32 anni con sue le salite tortuose, che si avvitano su sé stesse, con gli orrendi palazzoni zoppi da strage edilizia, mi ha visto correre per un anno e mezzo drogata, allucinata, piangente lungo le stesse strade, sotto gli stessi palazzi, confusa, accerchiata, totalmente in balia di un'altra persona.

Queste sono le scale di Via IV Novembre. Qui sei anni fa è stata vista per l'ultima volta una ragazzina di 16 anni, scomparsa poi nel nulla. A quella scomparsa, per una serie di giri impietosi che a volte fa il caso, devo un pezzettino del mio incubo, come se una volontà che non voglio pensare divina avesse deciso che la sofferenza di una sola famiglia non era abbastanza, era necessario attaccarci un'appendice di dolore. Lì l'ho incontrato la prima volta, ci eravamo dati appuntamento dopo aver passato una settimana a raccontarci cose al telefono, senza esserci mai visti. Aveva una voce calda, ubriacante, che si impennava sui finali delle frasi. Avrei imparato a temerla, poi ad odiarla e a temerla nello stesso tempo. Ma quella settimana era stata fragile e incantata, e quella sera fredda di primavera mi pareva di volare, non mi ero mai sentita così innamorata in vita mia…..

L'ultimo posto che voglio farti vedere è un po’ fuori città, hai tempo? Al massimo in mezz'ora andiamo e torniamo. Bisogna prendere l'autostrada, verso Salerno, e fermarsi subito dopo la seconda galleria, sul cavalcavia prima dell'uscita di Picerno. Non tanto in là, dove è più basso, prima, dove c'è il dislivello maggiore. Lì mi sono fermata io una sera di Ottobre. La gabbia si era fatta talmente stretta, la tortura talmente violenta che non volevo più provare nemmeno a scuotere le sbarre. Avevo cercato di comprare brandelli di quiete, nei mesi precedenti, nel modo che mi pareva più semplice: pagando. Ero ridotta all'osso, la banca mi cercava tutti i giorni, e lui continuava a pretendere. Travolta, avevo cominciato a tradire, a rubare, solo a fare la puttana e ad ammazzare non ero ancora arrivata. Ma sentivo che era solo questione di tempo. Ho fermato la macchina, senza nemmeno le quattro frecce. Ho scavalcato il guardrail, mi tenevo con le mani, le punte dei piedi già affacciate sull'abisso. C'era uno straordinario magico silenzio, rotto solo dal frusciare timido del vento, da qualche gazza lontana. Mi arrivava il profumo degli alberi di sotto, l'odore fresco di resina e di montagna. Piangevo disperata. Il cellulare, in macchina, continuava a squillare, e io con una specie di sordo allucinato piacere pensavo al sollievo di non sentirlo squillare mai più, alla sua faccia quando l'avrebbe saputo, il giorno dopo. Te l'ho messo nel culo, stronzo. Non potrai più squartare la mia vita. E' stato in quel momento che, senza sapere perché lo facevo, ho stretto le dita fin quasi a tagliarmele sul bordo affilato del guardrail. Lentissimamente, quasi al rallentatore, ho scavalcato verso la strada con una gamba, poi con l'altra. Sempre senza che il mio cervello l'ordinasse. Devo averci messo un secolo, tutta una vita condensata nelle contrazioni muscolari giuste, fatte nella giusta sequenza. Alla fine ero di là. Quasi ridevo. Ho aperto lo sportello della macchina, ho preso il cellulare e con tutte e due le mani, con un gesto quasi sacrale, l'ho spento. Mi sono riavvicinata al guardrail e con un solo semplicissimo movimento del braccio, fatto con tutta la violenza di cui ero capace, l'ho scaraventato nell'abisso. Mi sono negata il piacere di sentire il rumore che faceva sfracellandosi sulle rocce sottostanti, perché ho accompagnato il gesto con l'urlo più terrificante di tutta la mia vita, lo stesso che devo aver fatto quando sono uscita dal ventre di mia madre. La bestia poteva ancora essere dura da scorticare, ma io avevo vinto.

Ero libera.

Andiamo, adesso.

Possiamo tornare a casa.