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Foto mosse da Palermo

Il libro più bello di Roberto Alajmo, pluripremiato per Cuore di madre (Mondadori), è probabilmente Notizia di un disastro (Garzanti), “repertorio” dei morti e dei sopravvissuti di un DC9 ammarato a Punta Raisi alla fine degli anni Settanta. In quel libro lo scrittore siciliano, nato nel 1959, esprimeva la sua dote principale: raccontare con pietà ed esattezza una folla di personaggi reali, e creare un effetto di coralità assai suggestivo. A novembre, sempre presso Mondadori, nella piccola Biblioteca Oscar, uscirà la ristampa di Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo, e anche qui, come nei libri migliori di Alajmo, il genere del repertorio trova una sua splendida realizzazione. Alajmo è sicuramente un “nipotino” di Sciascia, anche se, rispetto al chiuso e diffidente maestro di Racalmuto, Alajmo è dotato di una salvifica dose di autoironia e di levità, assai rara nei siciliani, sovente sprofondati con gravità nelle proprie certezze, e spocchiosi, come si dice, e pochissimo armati di umiltà. Lo abbiamo incontrato per vedere cosa ha da dirci su Sud e letteratura, tenendo ben presente che la Sicilia, la sua Sicilia, è un Sud ulteriore, un inasprimento del concetto di Meridione.

Ti ricordi Domenico Modugno? - dice Alajmo – Era un cantante pugliese, però a un certo punto della sua carriera ha fatto finta di essere siciliano, perché come siciliano aveva maggiore appeal. A me sembrava che essere siciliano, siciliano in generale, costituisca una buona presentazione, specie per una persona di mezza età; e parlo per me, ovviamente, che non mi faccio fotografare nudo in atteggiamenti sadomaso, né spadroneggio con gerghi giovanili. L'unica eccentricità che ho è, appunto, essere siciliano. In questo caso l'effetto Camilleri è stato provvidenziale, perché adesso c'è un'attenzione straordinaria per la letteratura siciliana. In questi giorni ho avuto tra le mani la traduzione olandese di Cuore di madre, e gli olandesi hanno messo sulla copertina la frase: un romanzo siciliano. Quello per dire che la sicilianità si manda avanti nelle copertine proprio perché ha un suo fascino. Onestamente: se fossi umbro, col cacchio che scriverebbero sulla copertina: romanzo umbro. Questo è un fatto positivo. Però c'è anche un risvolto negativo, perché spesso il pubblico si aspetta da uno scrittore siciliano una favoletta raccontata sempre alla stessa maniera: mafia, una certa onomastica (Turiddu, Santo, Crocifissa, Concettina), finestre socchiuse dietro le quali gli occhi spiano, lo scirocco, l'omertà, il circolo di conversazione, insomma, una Sicilia che non esiste più. La colpa è anche degli editori, perché credono che i lettori vogliano ancora la pappa omogeneizzata. Il mercato è pronto a recepire un'immagine cristallizzata a trent'anni fa. Quel genere di Sicilia si vende abbastanza bene. Gli editori sono fermi agli anni Sessanta, in realtà le cose sono cambiate. A mio figlio raccontavo la storia dei Cavalieri della Tavola Rotonda e ogni notte inserivo un cavaliere diverso. Una notte ho inventato un cavaliere di nome Ronaldo.

La Sicilia di Alajmo è una terra colma di contraddizioni.

Racconto una Sicilia in mezzo al guado – ci spiega -,divisa tra modernità e tradizione. Anche in Sicilia domina Costantino, il personaggio televisivo del momento. E il miscuglio tra ruralità e Costantino è micidiale, è interessante, perché questa parvenza di modernità crea una gamma di aspirazioni, di desideri che poi non possono essere esauditi nell'ambito locale. Qui arriva tutto l'arsenale delle apparizioni della modernità. La televisione è una devastazione, è tabula rasa di tutto quello che c'era prima. In Sicilia c'è il massimo della modernità televisiva e il massimo della ruralità. Questa contraddizione è feroce”.

Roberto Alajmo è un fiume in piena, anche se la sua voce è tenue; spesso bisogna aguzzare le orecchie, sennò si rischia di non sentire alcune parole.

La Sicilia – continua – per uno scrittore, è un bengodi. Bolzano la qualità della vita è perfetta, ma cosa racconti? Gli scrittori si sono sempre nutriti di pestilenze, terremoti, contraddizioni, e quindi fare lo scrittore nel Sud Italia è uno dei pochi mestieri che rischiano di non tramontare mai. In Sicilia c'è tutta la gamma delle tragedie: noi abbiamo avuto negli ultimi anni due terremoti (a Palermo e a Santa Venerina), due eruzioni vulcaniche (Etna e Stromboli), la mafia, la disoccupazione e lo sbarco dei clandestini. Manca solo la peste. Statisticamente ci tocca. Quindi, per quanto mi riguarda, il da scrivere non mi manca”.

I siciliani, spesso, si compiacciono della propria (presunta) diversità. Ogni volta che qualcuno abbozza un giudizio sui siciliani, essi, si trincerano dietro frasi come: “La Sicilia è complessa”, “la Sicilia è particolare”, “solo un siciliano può capire”. Un atteggiamento difensivo che tende a chiudere il codice siciliano. Chiedo ad Alajmo cosa pensa di questa abitudine.

Sto scrivendo un libro per l'editore Laterza, il titolo provvisorio è Palermo, teorie e pratiche dell'autoesotismo, un po' perché richiama l'autoerotismo, in cui noi siciliani siamo insuperabili, e un po' perché parla della natura eccentrica dei siciliani, i quali coltivano la loro diversità e se ne compiacciono. Io non credo che i siciliani siano complessi e complicati. I siciliani non sono complicati, però fingono di esserlo, e questo rende tutto complicatissimo. Questa sua suscettibilità dei siciliani è un aspetto poco indagato. Noi siciliani veniamo spesso accostati agli arabi, ed è indubbio che una componente araba sia fortemente presente nella nostra cultura, secondo me, però, è molto più forte la componente ebraica, perché noi parliamo malissimo di noi stessi, ma non ammettiamo che gli altri parlino di male di noi. Noi abbiamo sempre bisogno di avere l'esclusiva della nostra automaldicenza.

Questa presunta particolarità la esprimono anche gli scrittori, che spesso sono antipatici. Leonardo Sciascia, per esempio, non è solo il grande scrittore che tutti sappiamo; è anche un intellettuale circondato sempre da un'aura sacra, come fosse l'unico a poter capire l'animo profondo della Sicilia, i suoi tratti caratteriali, le sue carte e la sua storia.

Secondo me – risponde Alajmo – l'antipatia di Sciascia è benedetta. In questo Paese ci sono tanti simpatici, per cui appena vedo uno antipatico provo per lui un'istintiva attrazione. Mi capita di provare questo quando vedo Claudio Fava, che è francamente antipatico, però questa sua antipatia nasconde un rigore estremo. Al Sud si tenta di annacquare tutto nella pizza e nel mandolino, per cui quando vedo uno antipatico, uno rigoroso, mi esalto. Sciascia non era uno che ti dava le pacche sulle spalle, né ti strizzava l'occhio in segno di complicità.

Scrivere da Palermo, su Palermo, con caparbia fedeltà, può significare parlare del mondo. Ovviamente dipende dallo scrittore. Chiedo ad Alajmo se la sua postazione geografica, a volte, sia eccessivamente periferica rispetto ai luoghi principali dell'attuale modernità: New York, Berlino, Tokyo.

Il problema – spiega – è riuscire a fare della Sicilia una metafora. Non tutti i luoghi sono così dinamici come Palermo. L'Avana o Berlino. Questi sono grandi scenari. Per raccontare la Brianza o Vienna o Washington io avrei molte più difficoltà, perché sono città statiche. Palermo no, sta cambiando mentre parliamo al telefono, è sempre in perfetto movimento, certe volte penso che vada al disastro e certe volte no. Da questa dinamicità nasce questa fotogenia. Le foto a Palermo vengono mosse. Sempre di più sento di volermi confrontare con il resto del mondo, ma poi voglio ritornare. La pura contemplazione siciliana è un rischio. Siamo al centro del Mediterraneo, c'è un epicentro morale che io riconosco nella Sicilia. L'ideale, per me, è viaggiare il più possibile e poi venire a riflettere qui. I capitali sono nelle capitale, ma le idee sono nella provincia.

La mafia. Al di là delle letture culturali e antropologiche. La mafia vera, quella che fa male, quella di tutti i giorni. Alajmo, oltre a essere uno scrittore, è anche un giornalista. Gli chiedo se la mafia è forte come negli anni Ottanta.

La gente – sostiene – ha paura ma non scappa. Quello che succede si vede benissimo. La mafia, dopo gli errori strategici del '92, ha capito che per far pagare il pizzo a un commerciante non c'è bisogno di fargli saltare il negozio, ma basta mettere, come si fa quotidianamente, il Superattak ogni notte nella serratura dell'esercizio, che è una cosa che non si va a denunziare, tanto è uno scherzo, ma tu lo sai bene che non è uno scherzo. I giornali non ne parlano perché sono microstorie che non vale la pena raccontare. In questo modo un uomo rimane solo di fronte all'apparato mafioso. Quando un ministro della Repubblica (Alajmo si riferisce a Pietro Lunardi, ndr) dice che bisogna convivere con la mafia, il vento che arriva in Sicilia è molto chiaro. Qui significa: liberi tutti! Non è che si può chiedere al tabaccaio di fare l'eroe se poi un ministro parla in questo modo. Come giornalista e come scrittore mi capita di fare crescere la coscienza antimafia partecipando a incontri nelle scuole, ma l'antimafia è diventata un teatrino, è come se fosse diventata obbligatoria la recita della poesia antimafia. Il pensiero vero della maggioranza dei ragazzi siciliani è che Borsellino e Falcone sono morti inutilmente. Siamo all'anno zero, questa è la verità. Poi le favolette ce le possiamo anche raccontare. La mafia è più forte di prima. Il problema non sono soltanto le migliaia di affiliati alla mafia. Il problema non è solo la banda armata. Il problema della mafia rimarrà finché lo Stato avrà un atteggiamento ambiguo.

In conclusione: un luogo, una persona, un'ora del giorno che riaccende la miccia del ricordo, il vincolo oscuro con la propria terra. Alajmo non ha dubbi. Ecco che cosa ci risponde.

Sai che cosa ti rispondo? Lo stabilimento balneare di Mondello? Prima di tutto perché sono cresciuto lì. E' un edificio bianco e blu costruito agli inizi del secolo in stile liberty-marino, come se fosse su palafitte. E' molto elegante. Io penso che questa sia una vera immagine di Palermo. C'è la spiaggia, poi una passerella, quindi io, dalla spiaggia, non vedevo il mare, vedevo solo i pilastri su cui si ergeva questo stabilimento. Questa è la vera immagine di Palermo: un ostruzione, un ostacolo che impedisce un pieno godimento della bellezza. Palermo è una città che butta via le cose più preziose che ha, come quei ricchi arroganti che accendono i sigari con una banconota.

Intervista di Andrea Di Consoli – L'UNITA' – 01/08/2004

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