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Chi pagherà al bar del signor A.?

Il signor A. lo conosco perché faccio spesso la prima colazione nel suo bar. È uno di quei piaceri difficili da quantificare, quando si cerca di fare un bilancio della qualità della propria vita. In generale fa piacere quando il barista, dopo un po’ di volte che vieni, ti domanda: "caffè macchiato e cornetto?". Ma ancora meglio è quando ti domanda semplicemente: "Il solito?". Ecco, al bar del signor A. non mi chiedono niente. Mi portano un cornetto e un caffè macchiato senza sprecare parole. La perfezione, praticamente.

Il bar del signor A. è un bar mutante. Si trova nella piazza di Mondello da una cinquantina d’anni, abbastanza per essere stato, in una vita precedente, un semplice bar di borgata, con le pareti ricoperte di finto legno-vera plastica e i cornetti Bovaconti in busta come unica risorsa per la prima colazione. A un certo punto della sua storia è intervenuta la mutazione, e adesso è un bar transgenico, con gli infissi di alluminio, una veranda semiabusiva e una scelta di 5 gusti caldi di forno al reparto cornetteria. Rientrando con diritto nella categoria del postmoderno, la sua identità attuale è difficile da afferrare, anche perché appartiene a quel genere di locali che un anno sì e un anno no vengono ristrutturati, e ogni ristrutturazione risulta peggiore della precedente, che pure sembrava pessima.

Mi rendo conto che la descrizione potrebbe risultare deterrente, ma in questo bar sanno cosa voglio per colazione senza bisogno di domandarmelo. E poi, e soprattutto, esiste un elemento costante, nel flusso del tempo trascorso, che funge da anello fra tradizione e modernità. Qualcosa che è rimasto sempre uguale, a garantire la continuità storica del locale: il signor A.

Il signor A. è il proprietario del bar, pesa oltre centoventi chili e arriva la mattina con comodo, verso le nove, nove e mezza. Arriva in maniera informale, su un piccolo ciclomotore, dirigendosi innanzi tutto al bancone. Qui prende il primo caffè del mattino, che è contemporaneamente una sorta di certificato di garanzia per il banconista e un viatico augurale della buona giornata per l’intero locale. Dopodiché sale fino al suo ponte di comando, alla cassa, che fino a quel momento è stata presidiata dal figlio. Quando arriva lui, il figlio si fa da parte perché il signor A., quando è presente, ci tiene a svolgere pure la funzione di cassiere. Una veste che, assieme a quella di proprietario, gli conferisce un’autorevolezza di cui lui non approfitta. E’ affabile, il signor A. Sorride spesso, sorride a tutti. E quando fa il suo ingresso grida un ecumenico:

Rivolto a clienti e dipendenti. Dopodiché, una volta richiuso lo sportello che lo separa dal resto del mondo, viene avvolto da un’aura di arbitro super partes delle umane cose, o almeno di quella quota di umane cose che avvengono sotto la sua giurisdizione.

Il bar del signor A. nasce, come tutti i bar a sud del mondo, come locale maschile. Fino a una ventina di anni fa l’ingresso alle donne era non certo proibito, ma di sicuro inopportuno. Oggi invece la prevalenza maschile arriva fino alle dieci del mattino, quando a prendere il caffè vengono i pescatori superstiti e quelli che invece col tempo si sono riciclati in operatori turistici, bagnini ristoratori o altro. A metà mattina, tuttavia, specialmente in estate, la contaminazione femminile è inevitabile, e anzi tollerata e benvenuta. Tutto si svolge nella più assoluta armonia. Garantisce il proprietario, che in questo senso assume un ruolo pontificale. Solo l’arrivo di padre Severino, dopo la messa, induce il signor A. a simulare la volontà di sollevarsi dal suo posto per salutare il parroco della borgata. Solo la presenza di padre Severino, nel raggio di trenta metri, può oscurare l’autorevolezza del signor A.

Anche in tempi di postmodernità non bisogna sottovalutare il ruolo del cassiere di un bar meridionale. Dall’altare della cassa poco ci manca che gli venga riconosciuta la prerogativa di celebrare matrimonio fra clienti. Più modestamente, il signor A. è quello che decide da chi prendere i soldi. Pare una sciocchezza, ma non lo è. Non lo è affatto.

Esempio numero uno: due clienti abituali hanno preso il caffè assieme, e la regola dice, che quando di amici si tratta, uno solo sia a pagare. E anche quando si tratta di semplici conoscenti sarà soltanto uno dei due, o più, che metterà mano al portafogli. O meglio: entrambi i contendenti metteranno mano al portafogli e mostreranno l’intenzione di pagare. Ma sapendo in partenza che sarà solo uno che ne avrà il diritto. A questo punto comincia un dialogo rituale che a un orecchio estraneo può risultare enigmatico e persino ostile, in certi passaggi:

- Che stai facendo?

- Tu, che stai facendo?

- Levati di mezzo.

- Io? Tu, levati di mezzo.

- Io, ti ho invitato.

- L’altra volta hai pagato tu.

- Questo è territorio mio.

Quello di pagare è un onore, nessuno vi rinuncia facilmente. Ma non è tutto: pagando si vincola l’ospite a ricambiare il favore. Il nodo è stretto, e a certificare la sua indissolubilità è chiamato proprio chi sta alla cassa.

La giurisprudenza in proposito non è univoca. Esistono grossomodo tre tesi. La prima: paga chi ha invitato. La seconda: paga chi non ha pagato l’ultima volta. La terza: paga chi abita più vicino al bar. Nessuna delle tre tesi è risolutiva, e per questo il ruolo del cassiere è fondamentale. È lui che decide.

Il signor A. amministra questo jus con suprema indifferenza, salomonicamente. Assiste al dialogo impassibile. Entrambi i contendenti hanno in mano i soldi. Uno addirittura è riuscito a mettere assieme la cifra esatta necessaria, una tentazione forte, per il cassiere. Ma il signor A. resiste. Non prende posizione. Lascia che la contesa si esaurisca e arrivi a conclusione.

- Non scherziamo, che stavolta tocca a me.

- Statti fermo.

- Ma statti fermo tu.

Nel frattempo entrano due ragazze in costume da bagno. Una scena inaudita, fino a qualche anno fa. Eppure nessuno sguardo maschile le segue. Uno spettacolo più interessante si sta svolgendo davanti alla cassa, dove si delineano le ragioni dei contendenti.

- La prossima volta ci pensi tu…

- Seh, la prossima volta…

Per tutto il tempo il signor A. è rimasto immobile, senza parteggiare per nessuno. Ma adesso sta a lui accettare i soldi del cliente più ostinato. E prendendoli è come un arbitro di pugilato chiamato a sollevare il braccio del vincitore. Non è coinvolto: si limita a prendere atto di una legge superiore, la legge del più forte. Al soccombente resta solo la consolazione dell’ultima parola:

- La prossima volta allora tocca a me.

La frase viene accolta con un bonario sorriso che accomuna il cassiere e il cliente che ha prevalso nella gara al pagamento. Un sorriso che significa: va bene, va bene, la prossima volta ne discuteremo, e pagherà chi deve pagare. Il sorriso serve a umiliare ancora di più il soccombente, e costringerlo a immaginare nuovi stratagemmi per riuscire a sdebitarsi, in un modo o nell’altro.

Esempio numero due. Alla postazione del signor A. si avvicinano due clienti diversi, uno abituale e l’altro solo avventizio. Nel caso, l’abituale non mostra alcuna fretta di mettere mano al portafogli. Indugia, anzi, nel raccogliere le ultime stille di caffè e si avvia a passo lento verso la cassa, dove l’avventizio già da trenta secondi aspetta che il signor A. prenda i soldi che lui gli sta porgendo. Ma il signor A. resta immobile, imperscrutabile. Come massimo segno di vitalità rivolge uno sguardo al cliente abituale chiedendogli se - per caso, eccezionalmente, solo per questa volta - è autorizzato ad accettare denaro da uno sconosciuto. Ma siccome un estraneo non può mai pagare il caffè a un cliente abituale, questi risponde allo sguardo con un diniego, si avvicina con calma, scosta l’amico suo e pronuncia una sola frase:

- Lascia stare…

Quelli sì, quelli del cliente abituale sì che sono soldi che il signor A. riconosce, e che nel suo locale hanno libero corso. Mi rendo conto che tutte queste scenette hanno un sapore macchiettistico, e che il macchiettismo meridionalistico finisce spesso per risultare consolatorio. Difatti il signor A. con la sua aria patriarcale e paternale io l’ho amato per molto tempo. Lo trovavo simpatico per il suo modo di custodire le antiche usanze sociali siciliane, e per questo ho frequentato a lungo il suo locale.

Ho cominciato ad amarlo meno quando una mattina, proprio mentre facevo colazione da lui, mi è successo di trovare il suo nome sul giornale. C’era finito perché compariva su una lista di commercianti che finanziavano il racket delle estorsioni. Il signor A. pagava. Anzi, con ogni probabilità: paga. Questo me lo rende molto meno simpatico, ovviamente, anche se lui sostiene di non avere scelta, di aver pagato, come tutti, in stato di necessità. Questo fatto però getta una luce diversa sulle scenette pittoresche alle quali ho assistito nel corso della mattinata. Tutto ha assunto un alone di larvata mafiosità che non mi piace per niente. Per cui giuro che da domani, il caffè me lo pagherò sempre e comunque coi miei soldi. E non solo: l’andrò a prendere in un bar il cui proprietario sia magari meno simpaticamente pittoresco, ma che non paghi il racket. Ammesso che riesca a individuarne uno. Perché in Sicilia bisogna sapere a cosa si va incontro quando si sceglie un lavoro anziché un altro. Ma nella piccola coscienza di ciascuno anche prendere un caffè risulta una scelta etica.

Roberto Alajmo – L’UNITA’ – 24/06/2005

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