LA REPUBBLICA

7 agosto2001 Pagina 31

JORGE AMADO


E' salpato per l' ultimo viaggio il cantastorie della vecchia Bahia

Jorge Amado

Luciana Stegagno Picchio


Se ne è andato. Ha esitato a lungo sul molo. Davanti agli occhi il mare senza ritorno di Yemanjà, sulle cui onde ancora galleggiano i petali di rose caduti dalle corone del carnevale del mare, che la dea, madre dei pesci, sposa dei marinai, verrà a raccogliere a notte fonda emergendo nel chiardiluna con i suoi seni di schiuma, i capelli verdi di sirena, le braccia di corallo e la coda di squame. Alle spalle, la Bahia delle trecentosessantacinque chiese barocche chiuse nel cerchio minaccioso e arrogante dei grattacieli della città moderna. Se ne è andato per sempre Jorge Amado, cantastorie e simbolo di Bahia. È salpato per l'ultimo viaggio da qui, da questa Baia di Tutti i Santi dove nel 1500 erano approdate le navi della scoperta portoghese e dove lui era tornato da qualche tempo, rinchiudendosi nel suo rifugio del Rio Vermelho, Rua Alagoinhas 33. Le nuove avvisaglie del male cardiaco che da anni lo insidiava gli avevano fatto capire che Parigi, con la casa sul Quai des Celestins dove con Zélia aveva costruito sulla Senna la sua zattera europea, non era più per lui: che era tempo di tornare a casa. Se è vero che ogni brasiliano è come un cinese e solo concepisce di essere seppellito nel luogo dove è nato. Se ne è andato da questo porto abitato dalle ombre dei suoi personaggi "pastori della notte", dei suoi "ragazzi di spiaggia" preannuncio, alla fine degli anni Trenta, di quei meninos de rua che oggi fanno notizia in ogni parte del mondo. Se ne è andato in sordina col suo berrettuccio di vecchio marinaio sui candidi capelli, la camicia a fiori e il mezzo sorriso complice e perplesso che è stato il suo lasciapassare in questa sua seconda vita di vecchio comunista a riposo, con ancora tanta voglia di cantare, di inventare, di amare. Non pentito, mai, non rinnegatore di un passato che lo aveva visto ventenne sulle barricate contro ogni ingiustizia e ogni discriminazione. Ma fuori, finalmente, a riposo, osservatore. L'ultima volta che era venuto a Roma, qualche anno fa, era già stanco, camminava a fatica, diceva di non voler più scrivere, né leggere, solo ascoltare con gli occhi chiusi, mano nella mano, le storie che Zélia, la sua compagna di una vita, sapeva inventare per lui. Eppure nei suoi occhi nerissimi sotto le candide sopracciglia splendeva ancora una luce di amicizia, di ironia, di complicità. "Domani, aveva detto, mi danno una nuova laurea ad honorem. Mi piace, sono grato agli amici che vogliono dimostrarmi il loro affetto e la loro stima, ma insieme mi fa ridere, come quando in Brasile, mi avevano fatto accademico e io poi, nel 1979, avevo scritto quel terribile libro che anche voi avete tradotto qui, voi traducete tutto, e lo avete tradotto col titolo Alte uniformi e camicie da notte. Proprio così, le alte uniformi non solo dell'Accademia Brasiliana di Lettere, ma anche dell'esercito, marina e aviazione e le camicie da notte dei letti dove si fa, si distrugge e si gode il potere. Tutta la mia vita io ho lottato per la libertà e contro il potere. Tutti i poteri. Perché, l'ho fatto dire a un mio personaggio, io dico no quando tutti dicono sì e lo dicono in coro. Non sono un anarchico, però, e il mio passato lo dimostra". Questo suo passato Jorge lo aveva raccontato nel 1992 in uno dei suoi ultimi libri, quella Navigazione di cabotaggio che aveva come sottotitolo "Appunti per un libro di memorie che non scriverò mai" e che narrava senza alcuna cronologia, col solo ordine della concatenazione dei ricordi, una vita avventurosa come poche. Forse nel momento dell'estremo congedo gli si sarà srotolata nel ricordo interno tutta questa vita: dai primi anni a Ferradas, municipio di Itabuna, nel sud della Bahia, dove lui era nato nel 1912, figlio di un commerciante di Sergipe divenuto proprietario terriero in quella regione del cacao che il figlio avrebbe visto mutare e prosperare intorno a sé. E, nel pensiero, i fotogrammi degli accadimenti reali si saranno mescolati a quelli dell'invenzione fissata in tante pagine di Cacao, suo primo "romanzo proletario", di Terre del finimondo, e di quel Sao Jorge dos Ilhèus che gli italiani conoscono come Frutti d'oro. Avrà rivisto le sequenze del carcere, nel 1942, dell'effimera gloria di deputato comunista nel 1946. E poi, già con Zélia al suo fianco, l'esilio, il castello degli Scrittori in Cecoslovacchia, la Russia, l'Asia, le traduzioni moltiplicate e il suo nome conosciuto in ogni angolo dei paesi socialisti, gente che saluta, l'ombra di Stalin, il sorriso di Neruda. E poi la grande delusione, il ritorno, la pausa e il ritorno alla letteratura. Ma questa volta con una folla di personaggi complici, stregoni negri, turchi ingegnosi, immigrati italiani e tedeschi, donne di vita affettuose e "colonnelli" spietati delle terre del cacao, ladruncoli e barattieri, marinai attaccabrighe e avventurosi. Ma soprattutto mulatte brunorosate, donne sensuali, e appetitose, indipendenti e coraggiose come Gabriela, Teresa Batista stanca di guerra, Tieta dell'Agreste e Donna Flor con i suoi due mariti: personaggi di fantasia più reali dei tre milioni di abitanti che oggi popolano questa vecchia capitale del Nord e personaggi variegati che negli anni sono venuti sovrapponendosi, ma senza cancellarli, agli eroi, tutti di un pezzo, dei primi romanzi impegnati. Ero a Bahia solo due settimane or sono. Nella casa di rua Alagoinhas Zélia non mi ha più lasciato vedere Jorge. Mi ha portato dalla stanza accanto un libro dove lui aveva scarabocchiato una dedica "con tanto amore" per la sua amica di tanti anni. Ora che il Vecchio marinaio è partito per sempre, c'è il pianto sommesso di Zélia e di Paloma, di Joao Jorge e degli amici più stretti nel rifugio-museo di Rio Vermelho, e c'è l'abbassabandiera sull'ufficiale, azzurra Casa di Jorge Amado sulla piazza del Pelourinho, cuore di Bahia. C'è la "festa" sincretica, mezzo rito cattolico e mezzo candomblé, preti e maes de santo, sacerdoti e cantori di ogni colore e religione che si snoda come un mesto e complice carnevale per le viuzze della Bahia vecchia, ora tutta ridipinta, ocra e azzurro, per i buoni uffizi dell'Unesco. Accennano dalle porte dei locali, dove Jorge e Zélia conducevano i loro amici a gustare il vatapà baiano, i proprietari e i camerieri di cantine che si chiamano "Dona Flor" o "Gabriela". Quanto a noi, lo saluteremo da qui con gli occhi lucidi, ma con un sorriso. E ripeteremo l'ultima frase da lui messa in bocca al suo Quincas Acquaiolo, "quando si gettò nel mare di Bahia e partì per sempre, per un viaggio senza ritorno": una frase che "ripetuta di bocca in bocca, rappresentò per gli astanti più che un semplice modo di accomiatarsi da questo mondo, una testimonianza profetica, un messaggio il cui contenuto profondo è ancora tutto da scoprire... Le luci di Bahia brillavano in lontananza, un lampo squarciò l'oscurità, la pioggia cominciò a cadere... In mezzo al frastuono, le onde in furia, l'imbarcazione in pericolo, alla luce dei lampi videro Quincas buttarsi in mare, e udirono le sue ultime parole: "Che ognuno si occupi del proprio funerale. Di cose impossibili non ce ne sono"". Sarà ancora possibile, da domani, almeno per noi, che abbiamo vissuto con lui e Zélia in quella città, che abbiamo abitato una sua casa sulla spiaggia deserta, nella rua Lagarto Azul 2000, via Lucertola Azzurra, numero 2000, mescolare con tanta gioia fantasia e realtà, consapevolezza politica e tolleranza ecumenica? Addio, Jorge Amado. E grazie di averci insegnato un Brasile diverso, colorito e umano. Mistirazziale e universale.