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Ammaniti: “Eppure io scrittore vi dico: a volte il film è migliore del libro”

Cinema e letteratura. Il loro rapporto ha l'età del cinema stesso, che fin dalle origini è stato condizionato dalla preesistenza del testo letterario pur offrendosi al pubblico senza altra mediazione che non il suo unicum: il fotogramma, prodigio irriducibile alla parola (...) . Dall'incontro tra il talento narrativo dello scrittore e la fantasia immaginifica del regista Gabriele Salvatores è scaturito infatti un film, Io non ho paura, tratto dall'omonimo, magnifico romanzo del romanziere romano, Premio Viareggio 2001.

“Ho difficoltà – ha dichiarato Ammaniti – a scindere quello che penso di un film e di un libro. Vedo le storie che racconto per immagini, come un film cerebrale. Sulla carta è più evidente l'aspetto psicologico e intimista. Io non ho paura è nato come un soggetto, ho deciso di scriverlo passando in macchina per i campi tra Basilicata e Puglia”.

Ed è proprio su queste immagini che si è concentrato Salvatores, a partire da quella del grano giallo e alto: “E' nel giallo del grano alto che i bambini scompaiono. Un campo di grano può fare molta paura, sotto c'è una vita agitata e misteriosa”.

Tra le spighe alte dell'assolata campagna di San Leonardo, vicino a Melfi, il piccolo Michele Amitrano scoprirà infatti una terribile verità tenuta nascosta dai grandi. Non è la prima volta che un libro di Ammaniti viene portato sul grande schermo: è accaduto con il suo primo romanzo “Branchie”, da cui l'omonimo film di Francesco Ranieri Martinotti e con “Fango” da cui è stato tratto “L'ultimo capodanno” di Marco Risi, adattato dallo stesso scrittore. Oltre ai dialoghi di “Io non ho paura”, scritti insieme a Francesca Marciano, Ammaniti ha firmato anche un soggetto originale per il regista Alex Infascelli.

Ammaniti, cosa risponde a chi dice che non bisognerebbe mai tradurre un libro per il cinema perché è si è infedele al libro o si è infedele al film?

La fedeltà non è uno dei miei problemi principali. Un libro e un film non sono la stessa cosa. I libri generalmente hanno più forza dei film perché sono fatti un po' dagli scrittori e un po' dai lettori: il lettore si immagina le cose che lo scrittore gli suggerisce. Il cinema è più deciso nell'imporre la sua visione del mondo attraverso le facce dei personaggi, le luci, le ambientazioni. Libro e film sono due opere diverse e il regista interpreta il testo come vuole lui. A volte, raramente, succede che i film siano migliori dei libri perché rimaneggiano la storia che in quel modo migliora.

Un esempio?

Shining di Kubrick è un film eccezionale tratto da un romanzo di Stephen King non altrettanto bello. Dentro il libro però c'era un0idea incredibile, quella di una famiglia impossibilitata a muoversi e di un albergo che trasmette il male. King guardava più al sovrannaturale. Kubrick invece si concentrò soprattutto sugli uomini.

Qual'è invece il segreto di film riusciti tratti da grandi romanzi?

Non c'è una ricetta. Dipende dalla sensibilità del regista riuscire a cogliere determinati aspetti del libro e approfondirli.

Ci fa un esempio di un grande film tratto da un grande romanzo?

Il deserto dei Tartari. Il libro è bellissimo e lo è anche il film. Zurlini riesce a mantenersi allo stesso livello del libro di Buzzati grazie alla grande forza visiva, alle ambientazioni scelte e al cast.

Come ha affrontato il lavoro di sceneggiatura di “Io non ho paura”, soprattutto considerando che nel libro grande importanza ha la psicologia del piccolo protagonista?

Ho cercato di eliminare la psicologia, cercando di osservare, di non giudicare, di rendere ancora più secca la storia. La storia infatti ha una forza tale che attraverso la scelta dei dialoghi e delle ambientazioni si possono capire i sentimenti. Ho cercato di renderla ancora più minimalista.

Crede che i registi italiani farebbero un maggior numero di bei film se si affidassero di più alla trasposizione di romanzi anziché scrivere loro stessi sceneggiature?

No, non credo. Cercare disperatamente romanzi è solo una scappatoia. Penso invece che bisognerebbe avere più sceneggiatori, che in Italia mancano e spesso sono schiavi di progetti che vengono dall'alto. Ci vorrebbero più sceneggiature originali, storie che funzionino e che sappiano rappresentare l'Italia oggi. I registi inoltre non sempre dovrebbero essere autori.

Intervista di Claudia Cipriani – IL SECOLO XIX – 07/11/2002

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