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Io che gioco a scacchi con l'incubo

In una Fiera del Libro che ha per tema portante il sogno, non poteva mancare Fernando Arrabal che, della comunicazione tra conscio e inconscio attraverso un “respiro” chiamato sogno, ha fatto una filosofia di vita e un manifesto di poetica. E non poteva mancare, Fernando Arrabal, in una Fiera che rende omaggio, sotto l’insegna “lingua madre”, agli scrittori che, perché vissuti in aree coloniali o perché esuli, hanno elaborato un particolare rapporto con la propria lingua materna: lui, nato nel 1932 a Medilla nel Marocco spagnolo, poi vissuto a Madrid e, dal 1955, esule dalla Spagna franchista a Parigi e “costretto”, così dice, a scrivere le sue opere teatrali in francese per arrivare al pubblico.

Drammaturgo, poeta, romanziere, cineasta, performer (ieri con Antonio Bertoli e Marco Parente ha dato vita alla performance Per risplendere devi bruciare dal titolo del libro, pubblicato da Giunti Citylights, di uno tra gli ultimi testimoni della Pop Art letteraria e della beat generation newyorchese, John Giorno, anch’egli in scena) - artista a tutto tondo come usava nelle avanguardie storiche e, poi, nelle avanguardie anni Sessanta e Settanta - Arrabal, già stella incandescente e trasgressiva, è di sicuro ignoto ai più giovani. Vale la pena di farglielo conoscere. Dopo un paio di decenni di semi-archiviazione, da noi, della sua opera ( solo Spirali l’ha pubblicato in questi anni), quest’inizio di 2005 vede l’uscita di due suoi testi antichi. E fondamentali. Baal Babilonia, pubblicato dalla Libreria dell’Orso, e La pietra della follia, da Giunti Citylights. Il primo è il romanzo nel quale, ventiquattrenne, ripercorreva con una singolare prosa immobile (no, ci spiega lui, piuttosto il ritmo, come ne ha detto Julio Cortàzar, è quello d’un gioco dei bambini, la “marella”) la straziante educazione sentimentale di cui era stato vittima: privo di padre dai tre anni, sottoposto a pratiche erotiche sadomasochiste da una zia cattolicissima, a quindici anni scopriva che quel genitore, rosso e repubblicano, era stato denunciato dalla madre franchista a inizio Guerra civile ed era finito in carcere, condannato alla morte e poi all’ergastolo, aveva tentato il suicidio e infine, evaso dal manicomio criminale, era scomparso nel nulla. Il secondo, primo testo del Movimento Panico da lui fondato con Roland Topor e Alejandro Jodorowsky, uscito nel 1962, ripercorre quella materia così come gli affiora in sonno, in una corsa dentro l’imprevedibilità e la geometria dei sogni.

Fernando Arrabal è un uomo piccolo come un folletto, con occhi dolci e due tocchi rossi, le scarpe e un ascot annodato al collo, a evocare lo “scandalo” che, da anni ormai lontani, si vuole lo circondi. In settembre, per non smentirsi, con Citylights pubblicherà un suo dialogo con Michel Houellebecq, il nuovo maudit francese. Ora, qui, si accompagna alla moglie Luce, che chiama “la mia fidanzata, la mia Dulcinea”.

Ecco, in Italia, questi due testi che emergono dal suo passato. Quali pezzi della sua vita e della sua biografia artistica si portano dietro?

Baal Babilonia è stato il mio primo romanzo, poi ne sarebbero seguiti una dozzina. È un libro che alcuni hanno amato molto. L’ho scritto in un momento in cui per me era più facile descrivere i sentimenti che le sensazioni. E non è cambiato molto: sono tuttora incapace di descrivere un orgasmo. È un libro che continua ad avere una storia: guardi, è uscito in Spagna da poco in una decima edizione, questo bambino biondo in copertina sono io, è una fotografia scattata sulla spiaggia da mio padre (l’unico ricordo che l’Arrabal del libro ha, di quel genitore perso, è una mattina sulla spiaggia di Melilla quando aveva tre anni e lui gli copriva di sabbia i piedi e, scrive, “finché il sole brillava, il cuore e il diamante rifulgevano in innumerevoli gocce d’acqua” ndr). E guardi, questa è una postfazione in cui riporto un documento, ritrovato di recente, del Tribunale franchista, in cui si descrive il suo tentativo di suicidio in carcere. Senza saperne niente, in tante opere teatrali e al cinema, l’avevo immaginato e messo in scena esattamente in questi termini. La pietra della follia è un testo uscito per la prima volta sulla Brèche, la rivista di André Breton. Breton in genere espelleva quelli che non erano in riga. Il mio libro rompeva con la dittatura del “come che sia” surrealista. La pietra della follia usciva in coincidenza col mio primo manifesto del Movimento Panico cui avevo dato vita con Topor e Jodorowsky. Breton rifiutava il nostro concetto dell’amore, la nostra attrazione per la scienza e l’infinito, la presenza, nella nostra opera, dell’incubo. Parola che in spagnolo suona innocente, pesadilla, ma non lo è: l’incubo sono i cavalli nella notte, è il diavolo. Breton temeva i giocatori di scacchi, e io di scacchi sono un esperto, ho tenuto per trent’anni una rubrica sull’Express. Pure, questo mio libro l’ha adorato e l’ha pubblicato.

A voi i Surrealisti piacevano?

Sì, ne eravamo incantati. Amavamo molto la loro puntualità. Le riunioni del Café Surréaliste cominciavano alle 18 in punto e si concludevano alle 19,30.

Baal Babilonia”, nel 1970, è diventato un film celebre, “Viva la muerte”. Pensandoci oggi, “viva la morte”, grido di battaglia dei franchisti, è una frase spaventosa.

È un’antifrasi, la gridavano quelli della Legione Straniera. La inventò un amico intimo di Franco, il generale Millan Astray, mutilato di guerra. Quando, un giorno, disse a Miguel Unamuno “bisogna uccidere tutti i baschi e tutti i catalani”, Unamuno gli rispose “Voi siete un militare mutilato e volete una Spagna mutilata”. E quello gli rispose “Abbasso l’intelligenza, viva la morte”.

Lei ha pubblicato una “Lettera a Franco”, un’altra a Stalin e una a Castro. Denunce meticolose di tre dittature. Se oggi dovesse scegliere un tiranno, cui indirizzarne un’altra, a chi scriverebbe?

Ho pubblicato la lettera a Franco quando lui era ancora in vita e questo mi ha dato non pochi problemi (nel ’67, tornato in Spagna per l’allestimento di una sua opera teatrale, Arrabal fu arrestato. E, fino al ’76, fu considerato indesiderabile dal regime e messo in una lista dei suoi sei maggiori oppositori: oltre a lui la Pasionaria, Lister, El Campesino, Rafael Alberti e Santiago Carrillo, ndr). No, io non sono un grande analizzatore della politica. La mia attenzione scientifica va all’astrofisica, al prione, a mucca pazza. La politica la vivo un po’ come l’amore».

Scrivere in francese, lingua d’adozione, anziché nella sua lingua materna, l’ha aiutata a oggettivare il sentimento ambivalente - l’odio e la repulsione, l’amore nonostante tutto - che ha nutrito per sua madre dopo aver scoperto che era lei che aveva mandato a morire suo padre?

Sì, credo di sì. Tre anni fa, lei novantenne, ho voluto scriverle una “Lettera d’amore”. Noi, nel Movimento Panico, non eravamo né bolscevichi né vaticanisti. Alla fine ho voluto riconciliarmi con lei. Non era lei la vera colpevole. La colpa era nell’epoca: era il fascismo.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 06/05/2005




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