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I miei romanzi li scrivono i sogni”

Vite sull'orlo di un baratro, in volo verso un abisso in cui scorre, forse, un fiume di speranza. Il dolore, la morte, la violenza sono i temi che scandiscono i romanzi, le sceneggiature e la vita stessa di Guillermo Arriaga, scrittore messicano, in Italia per presentare il suo primo romanzo tradotto nella nostra lingua: Il bufalo della notte (Fazi editore, pp. 245, € 16,00). Da noi si è fatto già conoscere per le sceneggiature di Amores Perros e 21 grammi. E in Messico ha pubblicato i romanzi Un dulce olor a muerte, Escuadron guillotina e la raccolta di racconti intitolata Retorno 201. [...]


Mentre parla dei suoi lavori, questo scrittore 46enne dai modi così gentili, ti guarda dritto negli occhi e ti fulmina con il suo sguardo profondo. Quando poi ripercorre le tappe della sua vita, si capisce perché nelle sue storie insiste tanto parlare di violenza. “L'ho imparata dalla strada – dice -. Quando avevo 11 anni un pugno mi ha quasi privato dell'olfatto...”. Anche in Bufalo della notte, i temi sono molto forti. A storia è ambientata a Città del Messico, ma potrebbe svolgersi in una qualunque città, e racconta le vite intrecciate di tre amici: Gregorio, che a 22 anni si toglie la vita con un colpo di rivoltella: Manuel, perseguitato dal fantasma dell'amico; e Tania, ex fidanzata di Gregorio che sparisce senza lasciare traccia di sé. Insomma, il libro è un colpo allo stomaco. Avete presente il realismo magico di Gabriel Garcia Marquez? Ecco, i libri di Arriaga sono esattamente l'opposto di quel mondo real-meravilloso. L'autore messicano, infatti, fa parte di quella generazione di scrittori contemporanei che nel '96 diede avvio, con una festa in un McDonald's di Santiago, alla rivolta letteraria simboleggiata dall'antologia di Alberto Fuger McOndo (che non a caso richiama il villaggio Macondo di Cent'anni di solitudine).


Arriaga, sia nei film che nei romanzi sembra quasi che i suoi personaggi debbano sfidare il destino, e superare delle prove per sopravvivere.

Il filosofo spagnolo Ortega diceva che “non siamo la circostanza”, ma ciò che mi interessa è capire come possiamo superare la circostanza, il destino.

E in fondo i suoi personaggi ci riescono...

Sì, mi piacciono i personaggi che hanno una forte volontà di camminare sull'orlo della vita, senza cadere.

Un po' come ha fatto lei nella sua vita.

Personalmente ho vissuto delle esperienze molto violente, ma anziché lasciarmi distruggere ho cercato di imparare da esse. Per esempio, quando avevo 11 anni un veterano della guerra del Vietnam mi ha preso a bastonate, quasi uccidendomi. Per questo voglio parlare delle conseguenze della violenza. Penso che tutti gli esseri umani prima o poi si trovino di fronte a momenti in cui hanno molto a che fare con la violenza o con la morte. Ma io voglio parlare della vita.

E della vita fanno parte anche gli animali. E' vero che è un cacciatore?

Sì, però la mia grande passione per la caccia deriva della grande passione che nutro per gli animali. Mi piace la natura, soprattutto la natura umana, che è la più paradossale di tutte. E la caccia esprime questo paradosso della condizione umana.

I due personaggi del Bufalo della notte, Gregorio e Manuel, si tatuano un bufalo azzurro in segno di amicizia. Come mai proprio un bufalo?

E' quello che ho sognato. Sogno tutte le storie che scrivo. Ho sognato il bufalo, la trama del romanzo e ho scritto il libro. Ho sempre sognato sia i miei romanzi che le sceneggiature. L'inconscio lavora meglio del conscio. I sogni raccontano storie, io sono un narratore di storie e per questo sogno i miei racconti.

Lei ha intensificato la sua scrittura proprio quando si è trovato vicino alla morte.

L'esperienza della morte si può tradurre in due momenti: la morte di una persona che si ama, e il rischio personale di morire. Io ho sofferto molto la morte di mia nonna, una morte così improvvisa che non l'ho ancora digerita. Quando avevo 24 anni, invece, mi sono ammalato di cuore e ho rischiato di morire. La scrittura esprime queste sensazioni.

Dunque, perché scrive?

Per non morire, per cercare di dare un senso alla mia vita, e per cercare di lasciare qualcosa dietro di me. Quando mi sono ammalato di cuore guardavo le mie mani e pensavo che sarebbero state le mani di un cadavere. Quindi pensai che bisognava fare qualcosa. Così ho iniziato a scrivere.

Perché da ragazzino preferiva leggere enciclopedie anziché romanzi?

Io ho un problema neurologico, un disturbo dell'attenzione. Non riesco a concentrarmi molto e le enciclopedie hanno informazioni molto brevi.

Poi però ha iniziato a leggere anche i romanzi, quali sono stati i suoi maestri?

Juan Rulfo, William Kaulkner, Pio Baroja, Martin Luis Guzman...Per quanto riguarda la letteratura italiana, naturalmente Dante e poi Moravia.

Prossimi progetti?

Sto scrivendo per il cinema un paio di sceneggiature: la terza parte della trilogia, dopo Amores Perros e 21 grammi, e un poliziesco. E altri due romanzi. Entrambi avranno a che fare con la vendetta sociale, la morte, lo sbaglio.

Intervista di Francesca De Sanctis – L'UNITA' – 18/06/2004

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